Quando un anno sta per finire e un altro sta per iniziare, arriva il momento delle riflessioni, dei bilanci, dei buoni propositi e dei desideri. Siccome ci troviamo su RollingSteel, non vi tedierò con i miei fatti personali, ma condividerò un desiderio.
Mi è venuto l’altro giorno, mentre passeggiavo in centro e osservavo distrattamente le auto muoversi a passo d’uomo nel traffico accanto a me. A un certo punto ho avuto una sensazione strana e mi ci è voluto un po’ per metterla a fuoco.
Erano tutti Suv! Di dimensioni diverse, ma tutti Suv!
Come siamo potuti arrivare a questo? Mi sono chiesto. Perché tutti (o quasi) vogliono muoversi su una specie di furgone, senza nessun senso logico?
Ma invece di rispondere a questo interrogativo, la cui risposta è tristemente banale, me ne è venuto subito in mente un altro: quale auto rappresenta esattamente il contrario di quello che si trova oggi nelle concessionarie?
Un’auto che abbia caratteristiche esattamente opposte rispetto a quelle dei Suv che mi sfilavano accanto a passo di lumaca: bassa, piccola, leggera, scomoda, poco spaziosa, senza bagagliaio, rumorosa, priva di qualsiasi forma di elettronica, un po’ pericolosa da guidare e, dunque, completamente irrazionale. Un’auto la cui quantità di difetti sia direttamente proporzionale alle emozioni che regala, ancora prima di essere messa in moto.
Ci ho pensato un po’ e alla fine l’ho trovata.
Se esistesse una classifica delle auto più folli mai costruite, la Renault 5 Turbo si troverebbe sicuramente sul podio. Del resto ci voleva una sana dose di pazzia per pensare di prendere un’utilitaria senza alcuna velleità prestazionale e trasformarla in un piccolo mostro. Ma alla fine degli anni Settanta il senso della misura – anche economica e industriale – era ben diverso da quello odierno e certe imprese, semplicemente, si potevano fare.
Stravolgere completamente una vettura economica nata per la città, spostando addirittura il motore dietro i sedili posteriori, è una di queste. La storia della Renault 5 Turbo riassume tutte le caratteristiche salienti dell’industria automobilistica degli anni Ottanta, partendo dal motore turbocompresso che all’epoca era una novità di portata mondiale e da quella voglia di stupire senza badare ai costi che oggi non riuscirebbe a superare la prima riunione di qualsiasi product manager.
I primi discorsi che portarono alla nascita della Renault 5 Turbo erano iniziati nel 1976, quando la Renault era concentrata al 100% sulla nascente tecnologia della sovralimentazione tramite turbocompressore, che nel giro di poco tempo avrebbe vinto prima la 24 Ore di Le Mans (1978) e poi anche diversi Gran Premi in Formula 1, sfiorando il titolo nel 1983.
L’idea di un’auto per attirare l’attenzione sul brand viene a due ingegneri che lavorano nella Direzione Prodotto dedicata alle piccole serie: Jean Terramorsi e Henri Lherm. La loro intenzione è quella di creare la prima auto francese turbo di serie. Così la propongono a Bernard Hanon, all’epoca amministratore delegato della Renault, e a Gérard Larrousse, Direttore di Renault Sport.
I due approvano ma il povero Terramorsi scompare il 26 agosto 1976. Da qui fino al Salone di Parigi del 1978, Michel Têtu e gli ingegneri del Berex a Dieppe mettono a punto la meccanica e il telaio, preparando il primo prototipo in gran segreto. Nel frattempo, Bertone in Italia, il Centro Stile Renault a Rueil-Malmaison, Alpine a Dieppe e Heuliez a Cerizay lavorano in contemporanea ad aspetti diversi dell’auto: rispettivamente stile, telaio e industrializzazione. Il primo prototipo è colorato di nero e viene presentato al Salone di Parigi del 1978.
Un mese dopo, a novembre, si trova sul circuito di Lédenon per una serie di test e lascia tutti a bocca aperta. Lo sviluppo prosegue per tutto il 1979 con al volante Alain Serpaggi, poi nello stesso anno il prototipo numero tre esordisce in gara con Guy Fréquelin al Giro d’Italia. Per ottenere l’omologazione nel Gruppo 4, la “Turbo” deve essere commercializzata e nel maggio del 1980 comincia la produzione. La Renault 5 Turbo è un’auto fuori dalla norma pure a livello di allestimenti: non ci sono optional e si può scegliere solo tra due tinte, Blu Olimpo e Rosso Granata, nelle auto blu gli interni sono rossi e viceversa.
Il look è pazzesco ancora oggi: passaruota allargati fino allo stremo, soprattutto al posteriore, prese d’aria enormi, paraurti con fari supplementari, spoiler posteriore arrogante, assetto rasoterra e cerchi in lega a turbina. Il tutto condito dalla scritta gigante “Turbo” sulle fiancate che è diventato un must istantaneo.
Il processo per costruirla era così complicato che oggi nessun dirigente lo approverebbe: le scocche della Renault 5 venivano realizzate nello stabilimento di Flins, da dove quelle destinate a diventare Turbo prendevano la strada per Cerisay. Qui venivano modificate da Heuliez – azienda specializzata nella costruzione di vari mezzi, tra cui fuoristrada e gli autobus – che allungava la scocca di 5 centimetri, installava un nuovo padiglione in alluminio e le porte nello stesso materiale, poi concludeva l’opera con la barra antiavvicinamento all’anteriore, visto che l’ex vano motore rimaneva quasi vuoto.
A questo punto la scocca nuda partiva per gli stabilimenti Alpine di Dieppe, dove le auto venivano finalmente assemblate. Venivano montati i parafanghi anteriori e quelli posteriori, il cofano in poliestere e i rivestimenti interni. Naturalmente anche il motore e la trasmissione a 5 rapporti, poi si passava alla verniciatura. Infine ogni auto veniva collaudata su strada nelle campagne normanne e poi subiva un ulteriore controllo qualità. Il tempo a disposizione non era molto, perché bisognava produrre 400 esemplari in tempo per l’inizio della stagione sportiva.
Ad ogni modo, bisogna sottolineare che la Renault 5 Turbo è tanto strabiliante all’esterno quanto dozzinale all’interno, perché le plastiche sono quasi tutte quelle della “5” di serie, a parte il volante e il cruscotto. Se però si gira lo sguardo verso la coda dell’auto, si rimane senza fiato: al posto dei sedili posteriori, c’è una copertura in plastica che cela il motore montato in senso longitudinale. È un 4 cilindri in linea da 1,4 litri, ovviamente sovralimentato, che spara 160 CV a 6.000 giri e 210 Nm a 3.250 giri, con la classica erogazione da turbo vecchia scuola. Praticamente è la variante più potente mai prodotta di un propulsore della serie Cléon-Fonte, vero pilastro della produzione Renault per oltre 40 anni.
Questo motore ha il basamento in ghisa e la testata in alluminio, ma la distribuzione è ad albero a camme laterale con aste e bilancieri. Considerato il peso piuma da portarsi dietro (970 kg), il piccolo quattro in linea arrabbiato portava la Renault 5 Turbo fino a 200 km/h e la faceva scattare da 0 a 100 km/h in 6,5 secondi. Della prima versione sono state prodotte 802 unità, di cui 536 nel 1981 e 352 nel 1982. Queste ultime hanno dei nuovi scambiatori di calore, le porte in lamiera anziché in alluminio e nuove colorazioni.
Al Salone di Parigi del 1982, arriva la Renault 5 Turbo 2 che cambia soprattutto all’interno: vengono abbandonati l’abitacolo e i sedili sofisticati firmati Bertone per adottare gli elementi, i sedili e le finiture interne della Renault 5 Alpine Turbo. Le principali caratteristiche tecniche sono le medesime, ma il peso sale di 30 kg e il prezzo scende da 115.000 a 102.000 franchi. L’evoluzione prosegue nel 1983, per rispettare i requisiti del neonato Gruppo B, con la Renault 5 Turbo “Tour de Corse” che ha una potenza di 240 cv a 7.000 giri.
Peccato che gli pneumatici di serie siano troppo stretti per le competizioni e che i regolamenti non permettano di cambiarne le misure. Così questo modello non è molto competitivo e la Renault corre ai ripari preparando la “Maxi” per la stagione 1985. Le modifiche sono varie – assetto, freni e la massa scesa a 905 kg – e riguardano anche il motore che aumenta di cilindrata, salendo a 1.526 cc per una potenza di 350-370 CV nelle configurazioni più spinte. Nonostante questo, la Renault 5 Turbo Maxi non fu mai abbastanza competitiva nel Gruppo B, che era dominato da vetture a trazione integrale e dalle prestazioni mostruose.
Per quanto riguarda le varie versioni di serie, infine, tra il 1982 e il 1986 furono prodotte in tutto 3.167 Renault 5 Turbo. Ma, al di là dei numeri, quest’auto ha lasciato un segno indelebile nel cuore degli appassionati, tanto che la sua eredità fu raccolta diversi anni dopo dalla Clio V6 che ne riprendeva in toto l’architettura di base. Anche in questo caso il motore veniva spostato dietro i sedili anteriori, ma stavolta si trattava di un 3 litri V6 derivato da quello della Laguna e elaborato dalla Tom Walkinshaw Racing fino ad erogare 230 CV.
A proposito di Clio V6, qui potete leggervi la prova del nostro magnifico Direttore.
Qui invece, abbiamo la prova della Renault 5 GT Turbo, sempre a cura nel nostro bel Direttore che in passato aveva anche avuto a che fare con una Renault 5 Turbo molto speciale, trovate tutta la storia, una delle prime pubblicate su RS, QUI.
Tornando alla nostra domanda iniziale, ovvero quale auto rappresenta esattamente il contrario di quello che si trova oggi nelle concessionarie? La risposta l’abbiamo trovata.
Ma invece mi chiedo e vi chiedo: come dovrebbe essere fatta l’auto dei nostri sogni?
Ne parliamo nel prossimo articolo…
Volevo ringraziarti per essere stato uno dei pochissimi ad averne parlato senza scrivere una vagonata di boiate come fanno ahimè quasi tutti su internet. Gente convinta che la Maxi sia semplicemente “la 5 Turbo a motore centrale” o che sia nata pensata espressamente per il Gr. B (tra cui il tanto osannato Davide Cironi) quando a fine anni 70 nemmeno esisteva e il top era rappresentato dal Gr. 4. Da buon renaultista ovviamente sempre sognata, mi sono limitato a riprodurla col kit Tamiya nella versione che ha vinto il Monte-Carlo con Ragnotti.
P.S. La Turbo 2 aveva anche parti di carrozzeria come le portiere non più in alluminio ma in acciaio, questo nell’ottica di ridurre i costi e il prezzo d’acquisto, da qui il peso leggermente superiore.
A guardarla Ogg? Un gran bel cesso!
Ne prendiamo atto. Ce lo segnamo. Io però ho finito il block notes, se me lo scrivo su un pezzo e carta igienica ti offendi? Buon anno eh ♥️
Mai commento fu così appropriato
Il mio dici?
Concordo pienamente !!! Ho sempre amato questo modello ! Ps : per poco non ho conosciuto l’ingegnere progettista ! Ma mi hanno detto (e chiedo conferma) che all’epoca del gruppo B di questo modello furono prodotti anche alcuni esemplari 4×4 !!!! E pare abbiano anche gareggiato “non credo nel mondiale” . Sapete qualcosa a riguardo ???
Ciao, dopo la chiusura del Gr. B alcune Maxi furono trasformate in 4×4 per il campionato spagnolo rally su terra ma parliamo proprio di un paio di esemplari.
Ottimo commento sui SUV, ormai auto sempre più grosse alte potenti e instabili..
Però un Grand Cherokee prima serie (ZJ) Limited col 5.2 V8 a me schifo non farebbe. C’è chi lo chiama SUV, chi lo chiama fuoristrada di lusso. Io ci metterei la firma in ogni caso.
“c’è una copertura in plastica che cela il motore montato trasversalmente”
Non per fare lo scassaca**i puntiglioso ma dalle foto e dallo spaccato sembrerebbe che il motore fosse montato longitudinalmente.
Comunque sia, Buon anno nuovo! 🙂
Bellissima lettura per il primo giorno dell’anno …grazie e buon 2026!!!!!
per me i suv hanno successo perchè tanti sono anziani e con schiena e ginocchia doloranti. io sono del 1957 e se mi regalano una ferrari o una porsche 911 non so come entrarci- e soprattutto uscirne
Ma perchè dover paragonare una macchina splendida come questa a un condannato a 18 mesi per abusi sessuali su due donne??
Bellissimo articolo e bellissima auto, anche se le ho sempre preferito la Beta Montecarlo…
forse ci ha preso Gordon con la t50s
Ah, la mania dei francesi di fare economia su qualsiasi cosa, anche sui mezzi più esotici.
Apprezzabile la totale mancanza di richiami alla riedizione alla spina, nonostante il facile assist…vuol dire che è stata completamente eliminata dalla memoria collettiva ghghgh.