COMUNICAZIONE IMPORTANTE
La redazione di RollingSteel non conferma né smentisce ciò che state per leggere.
Oggi vi racconteremo di quello che è stato uno dei progetti più assurdi, costosi e segreti di tutta la Guerra Fredda. Talmente assurdo, costoso e segreto che quando venne (in parte) desecretato, il pubblico si chiese se Tom Clancy ne avesse preso ispirazione per scrivere il suo best-seller “La Grande Fuga dell’Ottobre Rosso”, da cui poi venne tratto il secondo film preferito da tutti noi Rollingsteelers.
Spoiler: la risposta è no, come dichiarato da Tom Clancy stesso.
Ma andiamo con ordine.
C’era una volta il sommergibile sovietico K-129, classe NATO Golf-II. Si trattava di un battello diesel-elettrico, capace di portare con sè 3 missili balistici modello R-21 armati ciascuno con una testata da 1 Megaton, oltre che 2 siluri con testata nucleare. Varato tra il 1959 e il 1962, nel 1968 era affidato all’esperto Comandante Vladimir Ivanovich Kobzar, ufficiale di comprovata esperienza e stimato dal suo equipaggio. Nel 1968, dopo aver completato nel corso dell’anno precedente due “crociere” nel Pacifico, il K-129 e il suo equipaggio di 83 uomini sono tranquilli in porto a fare manutenzione quando arriva l’ordine improvviso di ripartire. La missione non era in programma in quanto il sottomarino che doveva compierla, un Classe Echo-II, aveva avuto problemi tecnici e doveva rimanere in porto più del previsto. Citando il Sergente Gunny Highway “salutiamo, facciamo dietro front” e si ritorna in mare. Inoltre vennero aggregati all’equipaggio altri 15 tecnici per fare addestramento in mare, portando l’equipaggio a 98 uomini. E così, il 25 Febbraio 1968 il K-129 parte per il suo ultimo viaggio ma questo è solo l’inizio della faccenda.
Una volta arrivato nella zona di pattugliamento, il sottomarino inizia la missione vera e propria: assetto silenzioso, velocità al minimo ed emersioni cadenzate per mettere fuori il naso lo snorkel e comunicare via radio con la base. Il primo messaggio radio programmato viene inviato con sovietica precisione e ricevuto dalla base di Petropavlosk, ma al momento del secondo contatto radio il sottomarino non si fa sentire.
Nemmeno all’ora del terzo contatto radio. Silenzio.
Alla base partono le procedure di emergenza e la Flotta del Pacifico viene messa in allarme. Vengono inviati svariati messaggi radio anche non cifrati che chiedono al K-129 di mettersi in contatto, ma rimangono inascoltati. Nel frattempo inizia una massiccia operazione di ricerca: ben 36 navi, 5 sottomarini e svariati aerei battono una zona di 350 miglia nautiche intorno a Petropavlosk, anche se i sottomarini si spingeranno ancora più a sud.
Dall’altra parte del Pacifico il movimento di mezzi e soprattutto di messaggi radio fa “drizzare le antenne” alla US Navy che manda i suoi sottomarini e aerei ricognitori a indagare. I sospetti che i russi abbiano perso un sottomarino sono forti e, tenendo controllate le unità di superficie, gli americani intuiscono che i russi non abbiano ritrovato il sottomarino perduto.
E non si tratta di un sottomarino qualsiasi, ma di uno con a bordo missili balistici a testata nucleare.
Alla Naval Intelligence si mettono subito al lavoro per capire dove possa trovarsi il K-129, anche perchè gli americani hanno una cosa che i russi non hanno, anzi due: i sistemi SOSUS e AFTAC.
Il primo, gestito dalla Marina, è una complessa rete di microfoni sottomarini disseminati anche per il Pacifico proprio per tenere traccia del passaggio di sottomarini sovietici. Il secondo, gestito dall’USAF, è progettato per rilevare esplosioni atomiche sottomarine nell’ottica dei trattati di bando dei test nucleari.
Dopo aver esaminato i nastri dei due sistemi gli analisti trovano qualcosa: due eventi sonori giudicati compatibili con un’esplosione e la conseguente implosione dello scafo oppure con un impatto col fondale. Facendo un paio di (complessi) calcoli viene circoscritta una zona ristretta dove potrebbe trovarsi il relitto e la Navy decise di mettere in campo il suo asso nella manica: lo USS Halibut.
Lo USS Halibut era un sottomarino nucleare per il lancio di missili da crociera Regulus varato nel 1959, che venne reso subito obsoleto dai più avanzati sottomarini lanciamissili balistici. Però aveva pochi anni di servizio e funzionava ancora a dovere, insomma come si suol dire “aveva appena finito il rodaggio”. Di conseguenza la US Navy decise di riconvertirlo facendolo diventare un sottomarino per operazioni speciali. Per questo tornò in cantiere per una serie di modifiche che sembrano uscite direttamente dal laboratorio del Maggiore Boothroyd, alias Q, il fornitore di gadget di James Bond.
L’Halibut era dotato di pattini per adagarsi sul fondo marino, eliche laterali per manovre chirurgiche (e il Park assist muto), camere stagne e camere di decompressione per immersioni in saturazione, una pletora di apparecchiature audio, video e informatiche e, dulcis in fundo, un robot sottomarino filoguidato dotato di sonar e telecamere. Insomma, tutto quello che poteva servire per questa missione segreta…e aveva appena finito i lavori di conversione! Va che coincidenza.
Il 15 Luglio 1968 l’Halibut partì alla ricerca del relitto che venne ritrovato dopo poche settimane di ricerche. Quando gli specialisti visionarono le foto si resero conto di una cosa importante: lo scafo del K-129 era sostanzialmente intatto e spezzato in due tronconi. Questo portò a due considerazioni:
Primo: il sottomarino sovietico non era imploso, ma probabilmente l’esplosione registrata dagli idrofoni era avvenuta in superificie, così aveva imbarcato acqua e si era inabissato. L’acqua all’interno dello scafo aveva compensato la pressione e quindi niente implosione.
Secondo: dallo scafo in parte integro si sarebbero potuti recuperare i cifrari della Marina Sovietica e soprattutto un missile balistico R-21 (che ai tempi erano i più avanzati missili balistici lanciabili da sottomarini) per poter fare del sano reverse-engineering.
Insomma, la US Navy aveva fatto jackpot e aveva le competenze e le risorse per completare l’operazione senza che i sovietici sospettassero nulla. Ma dopo aver comunicato ai piani alti la scoperta del relitto, la CIA entrò a gamba tesa nella discussione. La gente di Langley, in preda a una sindrome che il Direttore chiamarebbe hybris ma siccome io sono poco studiato chiamerò “celodurismo“, pensò: ma no dai, perchè limitarsi a recuperare “solo” il cifrario e un missile quando potremmo recuperare (quasi) TUTTO il sottomarino? Quasi perché la porzione da recuperare andava dalla prua fino a poco dietro alla vela, dove ci sono i tubi di lancio dei missili.
Ora, fermiamoci un attimo e ragioniamo su quello che voleva fare la CIA:
– Recuperare un oggetto che pesava circa 2000 tonnellate;
– L’oggetto si trovava in mezzo al Pacifico a 5000 metri di profondità;
– Serviva una nave in grado di mantenere la propria posizione durante la complicata operazione.
Come se non bastassero i punti precedenti, tutto andava fatto nel segreto più assoluto ma “nascosti in bella vista” in modo da non far capire oltrecortina che avevano trovato il sottomarino perduto.
Credo che chiunque si troverebbe leggermente in difficoltà a pensare di imbastire un’operazione del genere. Ma hey, noi siamo la CIA! Quindi cosa si fa? Si estromette la Navy a colpi di agganci politici e si fa approvare un progetto tanto assurdo quanto costoso, per portare a termine un’operazione che (in caso di successo) porterà un prestigio infinito.
Ma in che cosa consisteva il folle progetto della CIA?
Consisteva nel commissionare la costruzione di una enorme nave-gru-bacino da inviare per recuperare il sottomarino, usando una gigantesca pinza da tenere nascosta nella enorme stiva interna allagabile e svuotabile. Una volta sollevato il relitto, la nave lo avrebbe portato fino a dove il fondale è più basso. Lì sarebbe stato delicatamente adagiato su una chiatta sommersa, anch’essa costruita appositamente, che poi sarebbe riemersa e trasferita in una località segreta (non QUESTA) per essere sezionata in santa pace. Tutto molto bello…ma chi poteva costruire la nave e soprattutto quale storia di copertura si poteva usare per giustificare un marchingegno del genere che scorazzava per il Pacifico sotto gli occhi dei sovietici?
La risposta fu semplice ed efficace: contattare Montgomery Burns Howard “The Aviator” Hughes e far costruire la nave a lui, con i soldi della CIA, cioè dei contribuenti. Inoltre Hughes avrebbe fornito la copertura, ovvero la ricerca mineraria per trovare giacimenti sottomarini di manganese. D’altronde non poteva esserci una migliore copertura di un miliardario eccentrico (ed elusivo, quindi zero casini coi giornalisti) che avrebbe speso 350 milioni di dollaroni (pari a 2.5 miliardi di oggi) per costruire un grosso giocattolo per diventare ancora più ricco.
La CIA ottiene il via libera e inizia ufficialmente quello che venne chiamato col nome in codice “Project Azorian”. La nave, chiamata Hughes Glomar Explorer, venne varata nel 1972 e dovette circumnavigare il Sudamerica per arrivare nella zona delle operazioni in quanto troppo grande per passare dal Canale di Panama. Parliamo di un mostro lungo 189 metri, largo 35 e con un dislocamento di 51.000 tonnellate.
La torre centrale doveva sembrare una torre di perforazione ma in realtà nascondeva il sistema di sollevamento della grossa pinza celata nello scafo. Questa torre e tutto il sistema di sollevamento erano montati su giganteschi cuscinetti per svincolarla dal movimento della nave e mantenerla perfettamente in asse. Tali cuscinetti erano in grado di reggere 4500 tonnellate, una roba che non era mai stata costruita e che è rimasto un caso unico nel corso della storia. Per calare e sollevare la pinza era stato progettato un sistema di tubi filettati mutuato dalle perforazioni petrolifere, solo che in questo caso i tubi erano di acciaio per i cannoni e avevano una filettatura particolare per distribuire equamente le migliaia di tonnellate.
Le due strutture che vedete ai lati della torre centrale sono due bracci speciali che possono scendere sott’acqua per calare e recuperare la pinza senza farla urtare contro la nave.
La Glomar Explorer era stata progettata anche per rendere la vita a bordo più piacevole che sulle “normali” navi da perforazione: c’era una biblioteca, un cinema, una palestra, una mensa sempre operativa che serviva ottimo cibo (come disse John Hammond “Qui non si bada a spese!”) e un’infermeria super attrezzata con un medico esperto. Chiunque ci abbia lavorato sopra conserva un buon ricordo del periodo trascorso a bordo.
Fortunatamente l’infermeria non dovette mai lavorare, ma in un episodio la legge del mare prevalse sul segreto: una nave mercantile lanciò un segnale di soccorso via radio per un marinaio con problemi di salute. La US Navy rispose comunicando di dirigersi verso la posizione della Glomar Explorer e attendere istruzioni da essa. Il mercantile venne tenuto a distanza “per motivi di sicurezza” e il medico della Glomar salì a bordo. Questi ritenne necessario fare una radiografia e così il marinaio fu ospite dell’infermeria della Glomar per il tempo necessario alla diagnosi. Fortunatamente niente di grave, il marinaio potè proseguire il viaggio sul mercantile fino a Los Angeles e il capitano ringraziò i ragazzi della Glomar con una moneta universale: delle casse di birra. In tutto ciò, la scusa del “stiamo cercando giacimenti di minerali” resse perfettamente e il capitano del mercantile, intervistato anni dopo, non potè credere di essere stato così vicino a un’operazione del genere.
La pinza, o “Recovery Vehicle”, o più affettuosamente “Clementine”, è stata costruita nientemeno che dalla Lockheed. Il progetto venne approvato e firmato da uno che la roba segreta se la mangiava a colazione: un certo Clarence “Kelly” Johnson… La “Clementine” era dotata di 8 bracci idraulici per aggrappare e supportare il relitto durante il recupero, più un sistema apposito per evitare di “perdere per strada” i missili balistici; poi c’erano 26 riflettori per illuminare il fondale, 10 telecamere fisse, 2 telecamere mobili e 8 eliche di manovra. Tutti i sistemi elettronici di controllo erano inseriti in 8 sfere di acciaio spesso 8 centimentri e di 1,2 metri di diametro per resistere alla pressione dell’acqua. Per sicurezza i sistemi erano totalmente ridondanti cioè la metà delle 8 sfere di acciaio conteneva i sistemi di backup. Le pinze erano dotate di getti d’acqua per smuovere i sedimenti marini e infilarsi sotto al relitto, con 4 enormi pistoni che avrebbero spinto le pinze nei sedimenti per “abbracciare” da sotto il relitto e poi sollevarlo dal fondale. I pistoni sarebbero poi stati sganciati dal resto per alleggerire il carico.
Per mantenere la Glomar Explorer “in hovering” sopra al relitto è stato sviluppato un sofisticato sistema di posizionamento basato su 4 transponder piazzati sul fondale marino e un computer a bordo che comandava in autonomia le eliche di manovra della nave. Ricordiamo che il sistema GPS era ancora in fase di sperimentazione. Nel frattempo la chiatta sommergibile speciale chiamata Hughes Mining Barge o HMB-1, anch’essa “made in Lockheed”, venne utilizzata per costruire la “Clementine” in California per poi essere affondata in modo che la Glomar potesse agganciare la pinza. Anche la HMB-1 è un bel ferro: lunga 99 metri, larga 32 e dislocamento di 5893 tonnellate a vuoto.
Nel 1974 finalmente la Glomar Explorer arriva sopra al relitto e si può procedere a una versione in scala molto aumentata dei “giochi con la pinza”.
Il paragone non è casuale: la Clementine va effetivamente a segno ma, mentre i bracci penetrano nei sedimenti, uno di essi (il numero 4) si danneggia e si spezza, proprio quando il relitto viene sollevato dal fondale con i pistoni idraulici. L’operazione continua e il relitto continua a risalire, ma a un certo punto succede l’irreparabile. Uno scossone scuote la Glomar Explorer e i tecnici controllano le telecamere per capire cosa è successo. Durante la risalita il relitto si è spostato facendo cambiare la distribuzione del peso; con un braccio in meno il carico diventa insopportabile per gli altri tre bracci e quindi cedono. Il prezioso carico si spezza e tutta la vela con la sezione a poppa di essa ricade nell’oceano.
Ora, avete presente che in cima alla lista delle cose da recuperare c’erano i cifrari e i missili balistici? Indovinate in quale parte del relitto si trovavano…
ESATTO, proprio in quella che era ricaduta e che ricadendo aveva sparpagliato tutto nel raggio di chilometri, vanificando ulteriori tentativi di recupero.
Se l’equipaggio della Glomar Explorer fosse stato italiano probabilmente avrebbe fatto accendere i sismografi per la quantità di bestemmie proferite una volta capito quello che stava succedendo. Ma siccome si tratta di americani dobbiamo accontentarci del “fuck” in tutte le sue declinazioni.
Visto che “The Show Must Go On” quello che rimane del relitto venne portato a bordo del gigantesco bacino della Glomar Explorer e iniziarono le operazioni di ricerca e catalogazione dei reperti. Chi ha lavorato al progetto racconta di come l’atmosfera nel bacino fosse simile a quella di uno scavo archeologico con tavoli dove ogni oggetto veniva esaminato, fotografato, catalogato e impacchettato.
Ma quindi l’operazione andò a puttane rotoli? Non completamente.
Dalla sezione di scafo recuperata vennero estratti due siluri con testata nucleare, una magra consolazione dato che lo scopo principale della missione era “recuperare reperti di tecnologia nucleare sovietica”. Inoltre vennero estratti i corpi di sei marinai del K-129. Dato che erano leggermente radioattivi, vennero sepolti in mare in uno speciale container al termine di una cerimonia funebre con tutti gli onori militari, officiata in inglese e in russo. Il funerale dei sei marinai venne ripreso dalle telecamere e la registrazione consegnata alle autorità russe nel 1992, assieme alla campana del sottomarino, in un’ottica di miglioramento delle relazioni diplomatiche. Il filmato integrale è stato declassificato ed è visibile su YouTube.
Questa cosa però fece nascere dei dubbi sul fallimento del Progetto Azorian: nei sottomarini classe Golf la campana si trova nella sezione poppiera…proprio quella che non è stata recuperata.
Ma quindi il sottomarino è stato recuperato tutto o in parte? Il fallimento dell’operazione non è altro che un depistaggio della CIA? Questo non lo sapremo mai, come non sapremo mai la vera causa dell’affondamento del K-129. Le ipotesi che si sono susseguite negli anni sono tante: un malfunzionamento di una valvola dello snorkel che ha fatto allagare il sottomarino, un’esplosione di idrogeno dalle batterie durante la ricarica, l’esplosione del carburante di uno dei missili balistici durante un’esercitazione, fino ad arrivare alle più fantasiose, come il lancio non autorizzato di uno dei missili da parte del comandante in un momento di pazzia.
Adesso vi starete chiedendo: se questo progetto era così segreto…come mai ha smesso di essere segreto?
Dobbiamo ringraziare due giornalisti: Jack Anderson e Seymour Hersh. Anderson fu il primo a parlare del Progetto Azorian in una trasmissione radiofonica nonostante il direttore della CIA gli avesse fatto causa. Questo perchè “esperti della Marina ci hanno detto che il sottomarino non conteneva segreti degni di nota e quindi l’intera operazione è stata uno spreco di soldi dei contribuenti”. Ora, come sapete bene, la cosa che fa più girare le palle scatole all’opinione pubblica americana è lo spreco di danaro pubblico e questo fu il motivo che continuò ad alimentare le inchieste sul Progetto.
E qui entra in campo Seymour Hersh, un giornalista investigativo di quelli con le palle cubiche. Vi basti sapere che ha vinto un Pulitzer per l’inchiesta sul “Massacro di My Lai” in Vietnam e la sua inchiesta recente più famosa è stata quella sulle torture nel carcere di Abu Grahib durante la seconda Guerra del Golfo. Insomma, uno che se vuoi intimidirlo devi fare parecchia fatica. Il nostro Seymour riuscì, dopo varie peripezie e tentativi da parte del Governo di fermarlo, a pubblicare un articolo sul New York Times riguardo al Progetto Azorian. Ormai la “bomba” era sganciata. A intervalli di anni dopo quell’articolo ci furono varie richieste di accesso ai documenti usando il Freedom Of Information Act e poco alla volta siamo arrivati a sapere quello che ho riassunto qui.
La posizione del relitto del K-129 è ancora coperta da segreto, mentre invece non è un segreto la fine che hanno fatto la Glomar Explorer e la HMB-1. La prima venne effettivamente utilizzata come nave-trivella cambiando spesso proprietario fino al 2015 quando venne spedita in Cina per finire smantellata a colpi di cannello e flex. La HMB-1, dopo aver preso polvere e ruggine a San Diego, venne riciclata come cantiere navale galleggiante per costruire la nave più losca mai concepita: la Lockheed Sea Shadow di cui abbiamo parlato QUI.
Tutto questo circo è costato ai contribuenti americani una cifra intorno ai 800 milioni di dollari di quei tempi, equivalenti a circa 6 miliardi di dollari di adesso.
Un bel po’ di soldi per un progetto che più folle di così non si poteva e che alla fine non ha portato ai risultati sperati.
Prima di concludere vorrei dire una cosa: non mi sono scordato di loro, i 98 uomini del K-129 che riposano lì in fondo al mare. A me piace immaginarli che osservano le operazioni di recupero come i vecchi che osservano i cantieri e che si fanno delle grasse risate visti i risultati, magari dicendo “amuericani, sempre i suoliti”. Questo articolo è dedicato alla loro memoria e alla memoria di tutti quei marinai che sono partiti dal porto ma non sono più tornati.
“..e l’unico suono che sentiranno sarà quello delle nostre risate” Marko Ramius
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Come sempre e “in stile Rolling Steel”: ottimo articolo! Vi adoro