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1998, Need for Speed Hot Pursuit III, la Italdesign Scighera

Settembre 1998.

Ore 14 circa. Entri in casa, sbatti lo zaino in un angolo, ti levi le scarpe, un paio a scelta fra quelle qui sotto

Ti fiondi a tavola, guardi prima Dragon Ball e poi i Simpson. Tiri i piatti nel lavello che tanto hai 16 anni e i lavori in casa non li fai te, il frigo si riempie come per magia e con lo stesso sortilegio anche le stoviglie tornano pulite nei loro cassetti. Nello zaino il diario gonfio di patacchi e cose da fare ti aspetta ma fottesega dei compiti e di tutto il resto, ti appoggi due dita sulla fronte e ti teletrasporti in camera.

Lì, sulla tua scrivania, ti aspetta l’oggetto del desiderio, il PC.

Dito sul pulsantone, ventole che prendono in vita, sul monitor una schermata nera con scritto Energy in alto a destra. Si snocciolano i dati tecnici del tuo prezioso e costosissimo computer mentre dal case arriva il suono sgranocchiante del disco rigido che viene letto.

Attendi con calma anzi, già che ci sei, dai una scossettina al monitor con il pulsante apposito per smagnetizzarlo e, già che ci sei, smonti la pallina del mouse per togliere un po’ di pelucchi.

Suono idilliaco dalle due casse poste ai lati del grande monitor e Windows 98 prende vita. Lì, nel mezzo di una schermata azzurro scuro, ti aspetta l’icona della vita:

Doppio clic violento, avvii il gioco, ti godi l’introduzione nella quale puoi vedere una Lamborghini Diablo SV fare le sgumme sotto le due torri per poi finire in mezzo a Via merdoni Zamboni e, alla fine di queste visioni celestiali, ti trovi nel gioco, nel tuo gioco (nell’intro si vede anche una Countach sotto al Renato Dall’Ara).

Entri nel gioco, ti lasci cullare dal menu dal quale scegliere il ferro con cui andare a scorrazzare lungo i tanti tracciati disponibili. La scelta è ampia, tutta roba che scotta. Chevrolet Corvette C5, Aston DB7, Ferrari F355 Spider, Ferrari 456M, Ferrari 550 Maranello e tante altre bellezze, una più esotica dell’altra. Fra queste, però, ne appare una, la Italdesign Scighera, l’auto che, ciao ciao nostalgia, sarà la protagonista di questo succoso articolo di RS.

Italdesign che?

Bene, bene. Probabilmente la cosa più anni ’90 che vedrete oggi – a patto che, come il sottoscritto, non vi stiate sparando tutta Beverly Hills 90210, da poco in onda su Sky (MI TI FAREI) –, disegnata da Fabrizio Giugiaro (figlio di Giorgietto, l’uomo dietro alcune delle auto più significative della storia) e presentata ufficialmente al Salone di Ginevra del 1997, la Italdesign Scighera (nebbia (nebbione) in dialetto milanese) è un oggetto decisamente particolare (vedi anche sgraziata) che merita un deciso approfondimento.

Per capirla dobbiamo prima tornare ad un grande rammarico di Giugiaro, quello che lo portò a giurare che non avrebbe mai più prodotto auto nella loro totalità ma che, piuttosto, si sarebbe concentrato solo sul loro design: la BMW M1. Voluta da BMW per competere contro Porsche nel Gruppo 5 e affidata a Lamborghini (a cui era stata subappaltata tutta la progettazione meccanica della vettura), la M1 si trasformò in un costoso bagno di sangue dopo che la Lamborghini, in una delle tante crisi finanziarie che la caratterizzarono prima del salvifico acquisto da parte del gruppo VW, perse la commessa per la supercar BMW. Arrivò così Giugiaro con la sua Italdesign che, piuttosto che lasciare che la M1 morisse, si impegnò a produrre l’auto per conto della Casa bavarese, il tutto appoggiandosi a numerose aziende esterne per la produzione dei vari componenti, un lavoro che però si dimostrò così complicato da portare Giugiaro, come detto, a giurare che non avrebbe mai più costruito auto da solo.

Una promessa che Giugiarò onorò anche se, a dire il vero, si sa certe passioni è difficile resistere e, come diceva Oscar Wilde, “Posso resistere a tutto tranne che alle tentazioni”, specie se queste hanno la forma della Nazca M12 del 1991, commissionata dal BMW proprio per sostituire la “vecchia” M1 e poi evoluta nella Nazca C2, strepitoso prototipo datato 1992, un ferro pazzesco che mi fa uscire di testa, Dio quanto amo il design cazzuto e deciso delle BMW anni ’90:

Proposta a BMW – e pare che questa fosse anche decisa a produrla in serie – la Nazca C2 (tra l’altro anche lei presente in Need for Speed Hot Pursuit III)

si scontrò con la crisi che investì il mondo delle supercar nei primi anni ’90 e che portò BMW a chiudere i rubinetti: in quel preciso momento storico, purtroppo, non c’era spazio per un prodotto così costoso nei piani della Fabbrica Bavarese di Motori. (per i nuovi arrivati, BMW = Bayrische Motoren Werke, Fabbrica Bavarese di Motori).

Il leggendario Focke-Wulf Fw 190 era spinto da un radiale BMW a 14 cilindri a doppia stella, uno dei migliori motori costruiti durante la Seconda guerra mondiale e, soprattutto, quello che dimostrò al mondo che i radiali, se progettati con criterio e abbinati a una cellula capace di esaltarne le doti, avevano ancora parecchio da dire.

Poco male, perché Giugiaro, forse anche con un pizzico di provocazione, decise che se BMW non era interessata, qualcun altro avrebbe potuto esserlo e, fra i tanti, la scelta ricadde su Alfa Romeo, con cui collaborava già da anni, con la quale aveva firmato alcune delle auto più iconiche della storia della Casa di Arese. Il risultato fu la Italdesign/Alfa Romeo Scighera, un’inedita supercar a motore centrale che, seppur parzialmente basata sulla Nazca, era un omogeneizzato di tutto quello che era Alfa Romeo all’epoca (qui sotto un assaggio della gamma Alfa del 1997, a me personalmente, a parte la 156 non me ne piace nessuna. La 146 in particolare è terribile).

Ecco allora che la Scighera, per quanto nascondesse una meccanica da prima della classe e da vera supercar dell’epoca (motore 3 litri V6 Busso derivato da quello della 164 in posizione centrale davanti all’asse posteriore sovralimentato da due turbocompressori e, nel dubbio, un compressore volumetrico, per un totale di 400 cv e 290 orari a bomba, trazione integrale di derivazione Alfa 155 (e quindi Lancia) e cambio manuale sequenziale a 6 rapporti), colpiva – come un dito in un occhio cof cof – per il suo stile a dir poco sfrontato che, con buona pace degli alfisti, mi fa rimpiangere tanto i prototipi Nazca.

Lunga 4 metri e 32 (poco meno della nuova Passat che non c’entra nulla ma trovo che sia una delle auto più brutte e sproporzionate oggi in giro (assieme alla nuova X3) e lo volevo solo dire), larga 1 metro e 98 e alta appena 1 metro e una lattina da 33 di quelle vecchie, la Scighera era caratterizzata da una carrozzeria con elementi in fibra di carbonio a coprire un telaio in alluminio che cercava di unire tutti gli stilemi Alfa Romeo dell’epoca con la tradizione corsaiola della Casa di Arese miscelando il tutto con un pizzico di anni ’90. Il risultato è un’automobile tanto filante quanto, non vogliatemene, pesante: il frontale, dominato dallo scudetto Alfa, sfoggiava inediti fari verticali (denominati ad “occhio di clown”) e uno spoiler integrato a tutta larghezza in stile Formula 1 che collegava il grande cofano a V ai due piccoli parafanghi laterali (qui sotto lo si nota bene, dio quegli specchietti santo cielo).

Noto solo ora, caricando questa foto, la linea longitudinale che taglia il cofano per la sua lunghezza e che mi rimanda immediatamente alla Bugatti EB112 del 1993, anche lei disegnata da Italdesign e che, adesso che ci penso, mi ricorda questa Scighera.

Torniamo a noi. Passato il frontale che domina la scena, la Scighera prosegue con la zona abitacolo, con un ampio parabrezza ad arco ispirato alle auto da corsa degli anni ’70 e ’80

seguito da due piccoli finestrini laterali che, utilizzando una soluzione già vista sulle Nazca, si aprivano elettronicamente verso l’alto ad ala di gabbiano oppure potevano essere rimossi per trasformare l’auto (con portiere tradizionali) in una targa con T-top. Sotto la linea di cintura l’intera fiancata era attraversata da una serie di branchie posizionate davanti alle ruote posteriori e ad apertura automatica secondo il fabbisogno di aria del motore, una soluzione che qualche anno dopo riapparirà sulla Cadillac Cien di cui vi raccontiamo QUI.

Qui la macchina in configurazione targa e con le prese d’aria laterali spalancate. Oltre a queste sono presenti due prese fisse ai lati del lunotto per alimentare il complesso sistema di sovralimentazione. Dio quegli specchietti.

Procedendo verso il retro dell’auto la Scighera perde un po’ del suo slancio e rimane un po’ pesante, perfettamente in linea con lo stile Italdesign di quegli anni. La coda è tronca ed attraversata da un largo alettone in stile Ferrari F50 che, anticipando le mode, era attraversato per tutta il suo sviluppo da una serie di luci led che fungevano da luce di stop. Caratteristici infine i due gruppi ottici posteriori verticali a tutta altezza. Chiude il quadro di un curioso minestrone un impianto di scarico quasi invisibile con tre terminali di scarico.

Degno di nota l’alettoncino che si alza in velocità.

Non possiamo a questo punto resistere dall’aprire la portiera e dare un’occhiata all’abitacolo, un tripudio di pelle come non se ne vedono da tempo immemore.

I sedili sono fissi al pianale e, come sulle vere auto da corsa, la pedaliera si può muovere avanti e indietro con un comando elettronico.

Presentata, come detto, a Ginevra 1997 e pronta per entrare in produzione, la Scighera tuttavia non venne riconosciuta dalla dirigenza Alfa Romeo dell’epoca, che all’epoca stava cercando di ricostruirsi un’identità più “razionale” e industriale e per la quale un oggetto così estremo, costoso e fuori scala non aveva semplicemente spazio. Fu quindi così che l’unico esemplare prodotto venne omologato per l’utilizzo su strada e utilizzato come auto personale di Fabrizio Giugiaro… oltre che una masnada di ragazzini più o meno brufolosi che poterono godere virtualmente di un’auto che oggi mi diverto (e spero di non aver offeso nessuno, niente e nessuno al mondo può togliere nulla all’immenso lavoro svolto da Giugiaro e dalla Italdesign) a prendere in giro per il suo design così forzatamente non solo anni ’90 ma, peggio, Alfa Romeo anni ’90 ma che, all’epoca, ci fece letteralmente sognare.

Troppo per Alfa, troppo per il mercato e forse anche troppo per sé stessa. Ma per chi c’era, nel ’98, era perfetta.

Articolo del 15 Aprile 2026 / a cura di Il direttore

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  • Andrea Berin

    gli specchietti sembrano delle prese a vento di qualche transatlantico

    • Flavio

      C ho perso la vista con questo gioco e le foto di Selen…

  • Riccardo

    Spettacolo, scende una lacrima… che belli gli anni ’90

  • Marco Gallusi

    Mamma mia… bellissima auto, la mia preferita…

  • PC dal futuro :-)

    Un pentium 4 con 256 MB di ram nel 1998! Il computer che veniva dal futuro… 🙂

  • Che botta di nostalgia. Leggere questo pezzo è stato come sentire di nuovo l’odore di plastica calda del monitor CRT e il rumore metallico del lettore CD-ROM che fatica a leggere il disco rigato di Need for Speed III: Hot Pursuit.

    Il Direttore ha centrato il punto: la Scighera non era solo un’auto, era il boss finale dei sogni di un sedicenne nel 1998. In un’epoca in cui il design Alfa Romeo oscillava tra la genialità della 156 e l’azzardo quasi caricaturale di certi prototipi, la Scighera era l’anello mancante. Quel muso con lo spoiler sospeso e i fari ad occhio di clown era così strano che faceva il giro e diventava magnetico.

    Analisi di qualità su alcuni punti chiave dell’articolo:

    Il trauma BMW/Nazca: è affascinante come la Scighera sia, a conti fatti, la vendetta di Giugiaro. Non potendo dare a BMW la sua supercar definitiva, ha preso quel DNA e l’ha trapiantato nel cuore del Busso. È quasi poetico pensare che la trazione integrale venisse dalla 155, rendendola un mostro di ingegneria italiana sotto un vestito da astronave.

    L’estetica del troppo: avete notato il dettaglio delle luci a LED nell’alettone stile F50? Nel 1998 i LED erano fantascienza pura. Quell’auto era un manifesto tecnologico che Alfa Romeo, purtroppo, non ebbe il coraggio o i fondi di cavalcare fino in fondo.

    L’esperienza sensoriale: il richiamo a Windows 98 e alla smagnetizzazione del monitor non è solo colore, è il contesto necessario per capire perché quella macchina ci sembrava imbattibile. In un mondo pre-social, la Scighera la vivevi solo attraverso i pixel e le riviste; era un mito intangibile che oggi brilla di una luce ancora più intensa proprio perché rimasta figlia unica.

    Grazie per aver ripescato questa perla della Italdesign. Vederla oggi fa quasi male: ci ricorda un’epoca in cui si osava sbagliare pur di creare qualcosa di memorabile, invece di sfornare l’ennesimo SUV elettrico fotocopiato. Un applauso al Direttore per aver citato il sapore di quel settembre ’98. Vado a cercare se ho ancora le Jordan in soffitta.

    • Enrico

      Più che il coraggio o i fondi non c’era interesse. E’ un discorso che ho fatto più volte al costo di risultare antipatico e freddo! Alfa per quanto marchio dedito alla sportività resta comunque produttore in primis di auto per tutti i giorni rivolte alle grandi masse. Appunto 145 e 146, 147 e 156. Produrre un’auto come la Scighera avrebbe avuto costi enormi che non sarebbero mai e poi mai rientrati. Una cosa simile è stata fatta anni dopo con la 8C che ne hanno fatte 500 con dietro Maserati e quindi Ferrari. Il suv che si tira sempre in ballo vende, vende eccome. Vende talmente tanto che praticamente ogni casa ne ha almeno uno a catalogo e se ne vedono a ogni angolo di strada. Ah le case automobilistiche sono in mano a gente senza passione! Ah non c’è coraggio! Ah non capiscono niente! Capiscono molto bene invece. Il fine ultimo di ogni realtà commerciale è trarre profitto. Stop.

  • Per restare in tema videoludico, consiglio di giocare alla versione A-Spec di Gran Turismo 2, una mod che tra la pletora di nuove vetture (tutte nello spirito del periodo storico di cui fa parte il gioco, quindi prodotte dal 1999 in giù) aggiunge proprio la Scighera, sia in configurazione concept che in una succulenta variante da gara fittizia, a guisa di come Polyphony amasse fare ai tempi con le sue “RM” e “LM Edition”

    • Enrico

      In realtà le RM cioè versioni da gara fittizzie sono arrivate dopo, col 4 o il 5. All’epoca di GT2 c’erano i “modelli speciali” che erano auto da competizione realmente esistenti. Anche le modifiche ai modelli di serie rispecchiavano auto da gara reali, solo talvolta per questioni di diritti non comparivano gli sponsor. Caso emblematico quello della Delta senza scritte Martini Racing.

  • Enrico

    Ce l’ho ancora originale. Però sempre preferito il 2 che mi fece innamorare della Italdesign Calà. Fine anni 90 inizio 2000: Delle Nike me ne fregava meno di zero. Con tutti i difetti che ho non ho mai rotto il cazzo ai miei per farmi comprare orripilanti scarpe di plastica da 100 e fischia euro. Non ho mai visto Dragon Ball, i Simpson dopo 30-40 anni quanti cavolo sono hanno rotto il cazzo. Era semplicemente: Need for Speed, Test Drive 4, Gran Turismo 1 e 2, Colin Mcrae Rally,Driver 1 e 2, Nascar ’98 e soprattutto ansia e paura salvando la partita ogni 0.3 secondi con Resident Evil 1 e 2.

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