Forse non tutti sanno che durante il secondo conflitto mondiale per ben tre volte gli uomini dell’esercito e della marina imperiale giapponese sono riusciti a colpire direttamente il suolo americano (tralasciamo i palloni Fu-go, anche se molto più pericolosi di un pallone meteorologico “spia” cinese).
L’attacco più famoso avvenne il 7 dicembre del 1941 a Pearl Harbor nelle Hawaii e ancora oggi rimane scolpito nella mente degli americani come “the Day of infamy” (il giorno dell’infamia), così come venne definito proprio dal presidente Roosevelt.
Il secondo attacco avvenne nel giugno del 1942 al porto di Dutch Harbor sull’isola di Amaknak in Unalaska.
Il terzo attacco, con relativa occupazione, che spesso non viene riportato sui libri di storia scolastici, forse perché allo “Zio Sam” piace ricordare più i successi militari che non le figure di merda figuracce, avvenne sempre nel giugno del 1942 più precisamente il 6. Era il giorno centrale della famosissima battaglia delle Midway, (Mi direte: ma come? Lo sanno anche i paguri che alle Midway gli USA hanno sbaragliato la flotta giapponese affondando la bellezza di cinque portaerei e cambiando a loro favore le sorti della guerra…si ma buoni un attimo le Midway c’entrano marginalmente) quando la marina dell’impero giapponese sferrò un’azione diversiva a sorpresa verso nord, molto a nord, a pochi passi dal Circolo polare artico, per occupare le isole Aleutine (quelle isole brulle nel nord del Pacifico, ricoperte da pack, muschio e licheni sparse a est lungo lo stretto di Bering, dove il meteo per la maggior parte dell’anno è avverso, un luogo poco consigliato ai meteoropatici) territorio dell’Alaska, quindi suolo americano.
Le Aleutine avevano un alto valore strategico in quanto coprivano la direttrice più breve del collegamento marittimo tra San Francisco e Tokyo, il che si traduceva in un ottimo luogo da dove sferrare attacchi alla marina americana.
L’isola deserta di Attu venne presa e occupata da 1.800 uomini senza incontrare alcuna resistenza se non da parte del clima. Sull’isola di Kiska l’unica guarnigione alleata presente era costituita da una stazione radio/meteo della U.S. Navy con 10 uomini, i giapponesi sbarcarono senza alcuna difficoltà con un’unità d’assalto d’élite composta da 550 uomini, un americano fu ucciso, otto furono fatti prigionieri e deportati mentre uno rimase disperso.
Gli americani, come i giapponesi, riconoscevano l’importanza strategica delle isole e si stavano organizzando per difenderle; ma in parte perché già impegnati a difendere Dutch Harbor dagli attacchi aerei e in parte a causa del meteo che fece rinviare ogni tipo di operazione non vennero immediatamente a conoscenza dell’occupazione dei giapponesi che avevano giocato d’anticipo, d’altro canto non è che leggi tutti i giorni le trasmissioni meteo di Kiska: “Lunedì nebbia, vento forte da nord 6°C, Martedì prevista pioggia, vento forte da nord 10°C, Mercoledì prevista nebbia, vento forte da nord-ovest 8°C, fortuna che è giugno….”.
I nipponici nel frattempo vi accumularono 3.700 uomini della marina più altri 3.500 membri dell’esercito. In appena 3 mesi sull’isola di Kiska i soldati dell’impero giapponese, insieme a personale specializzato e favoriti dalle condizioni metereologiche instabili, scavarono nella tundra centinaia di trincee protette da diverse fila di filo spinato, costruirono un sistema di approvvigionamento idrico, un sistema antiincendio, una rete elettrica, linee telefoniche, bunker, strutture di riparo e alloggi; nel porto dell’isola costruirono una base per sottomarini tascabili classe Ko-hyoteki con tanto di rampe a doppio binario per il recupero e la manutenzione in secca.
Sempre nel porto avevano installato un idroscalo galleggiante dove ormeggiavano idrovolanti quadrimotore Kawanishi H6K “Mavis”, idrocaccia Nakajima A6M2-N “Rufe” e idrovolanti da ricognizione Aichi E13A “Jake” e per non farsi mancare nulla eressero anche un santuario shintoista.
In Giappone la notizia dell’occupazione fu largamente pubblicizzata dalla stampa e dalla propaganda nazionalista, forse per coprire la figuraccia fatta alle Midway.
I primi giorni di settembre gli americani completarono la costruzione di una pista di decollo sull’isola di Adak che dista 400km dall’isola di Kiska, ma sempre a causa del meteo imprevedibile si limitarono a lanciare qualche blando attacco aereo di disturbo, sufficiente però ad interrompere i regolari approvvigionamenti per rifornire e ricaricare i sottomarini tascabili.
A novembre che i giapponesi occupassero ancora il “sacro” suolo americano agli “Yankee” non andava proprio giù, quindi iniziarono a delineare un piano assieme ai canadesi per riprendere il maltolto, della serie: “Mo ce ripigliamm’ tutt’ chell che è ‘o nuost’ ”.
A inizio aprile del 1943 gli americani effettuano attacchi aerei sempre più consistenti tanto da riuscire a distruggere due sottomarini Ko-hyoteki l’HA-29 e l’HA-34.
A causa dell’aumento di incursioni aeree alleate ai primi di maggio il vice ammiraglio della marina imperiale giapponese Kawase Shiro, con un pessimo tempismo, decise di spostare i restanti sottomarini “tascabili” sulla vicina isola di Attu ad est di Kiska occupata da 2.900 effettivi, per scoprire a metà traversata che l’isola era stata massicciamente attaccata dagli americani sbarcati con 11.000 uomini, (sebbene in inferiorità numerica i soldati giapponesi resistettero fino al 30 di maggio, solo 29 furono fatti prigionieri) quindi “piano B”: gli equipaggi dei Ko-hyoteki vennero ripescati da un sottomarino I-31 e un I-35 che si diedero alla macchia verso le isole Curili (a 300 km da Sapporo).
A fine maggio dopo quasi un mese dell’estenuante riconquista di Attu, che costò agli americani 552 morti, 1.140 feriti e 2.100 evacuati per ferite o lesioni dovute alle avverse condizioni meteo, gli americani dovettero riorganizzarsi per riconquistare anche l’isola di Kiska.
Ai primi di giugno il vice ammiraglio della marina imperiale nipponica Shiro decise di pianificare l’evacuazione dell’isola di Kiska per salvaguardare più uomini possibile. Con la stessa velocità con cui erano approdati sulle fredde e nude coste di quell’isola dimenticata, i giapponesi iniziarono i preparativi per andarsene, qualche trappola esplosiva di qua, qualche mina di là, fai saltare questo qui e brucia quello la, così il nemico o ci crepa o non lo riutilizza.
Dopo una giornata di intensi bombardamenti aerei alleati (104 tonnellate di bombe sganciate) sulle postazioni nipponiche principali, il 26 giungo alle 18:40 in gran segreto e grazie a una fitta nebbia, approdano al porto otto cacciatorpediniere e alcuni sommergibili nipponici, caricano quasi tutti i 6.400 uomini presenti sull’isola di Kiska e senza farsi notare dagli americani se la battono verso casa in direzione della base di Kashiwabara (oggi oblast’ di Sachalin). Gli unici ad avvistarli qualche giorno dopo a largo delle coste della Kamchatka saranno i russi, che sebbene alleati degli americani, come “chi campa 100 anni”, si fecero bellamente gli affari propri. Il 28 luglio anche gli ultimi repartisti nipponici lasciano Kiska in gran segretezza.
Ora entriamo nel vivo dell’operazione “COTTAGE”
A capo della “danze” l’ammiraglio Thomas Kinkaid e il maggiore generale Simon Bolivar Buckner Jr.
La sfibrante difesa di Attu da parte giapponese, impensierì non poco i vertici dell’operazione che con Kiska (secondo le fonti dell’intelligence era presidiata da più di 5.000 giapponesi) non volevano correre il rischio di perdere centinaia se non migliaia di uomini, quindi optarono di andarci giù pesante in puro stile “Stripe n’ star”. Così chiamarono in campo per lo sbarco tre corazzate, la USS New Mexico, la USS Mississippi (entrambe classe New Mexico) e la USS Tennessee (classe Tennessee), tre incrociatori pesanti, cinque incrociatori da battaglia e nove cacciatorpediniere, un centinaio di aerei tra caccia e bombardieri, 30.000 soldati americani e 5.000 soldati canadesi (“che faccio lascio?!?”).
Dalla metà di luglio del 1943 ad un anno dall’inizio dell’occupazione nipponica, l’aviazione americana comincia a bombardare duramente l’isola, si stima che durante l’arco dell’intera “Operazione Cottage” vennero sganciate solo dall’aviazione 4 mila tonnellate di bombe.
Il 2 agosto 1943 entra in azione la marina americana che inizia un pesante bombardamento di ammorbidimento, verranno sparati 120 colpi da 356 mm, 200 colpi da 203 mm, 600 colpi da 152 mm e 1400 colpi da 127 mm (ancora all’oscuro che da fine giugno stavano bombardando un’isola deserta).
Il 4 agosto parte un altro bombardamento di ammorbidimento questa volta aereo, che sgancia su Kiska 152 tonnellate di bombe. Il 12 agosto una flotta di cinque incrociatori e cinque cacciatorpediniere, bombarda nuovamente Kiska con 60 tonnellate di proiettili.
All’alba del 15 agosto lo squadrone americano si avvicina all’isola con oltre 100 unità navali, compresi veicoli anfibi da sbarco; 36 cannoni da 356 mm iniziano un bombardamento di copertura appoggiati da centinaia di cannoni da 203 e 127 mm. Una volta sbarcati i primi due giorni le truppe americane e canadesi procedono senza perdite e contano solo qualche ferito, tutto sembra andare secondo i piani, molti pensano che i giapponesi vigliaccamente si stiano nascondendo in qualche tunnel sotterraneo, per poi saltare fuori improvvisamente al grido di “Banzai”, ma ciò non accade. La notte tra il 17 e il 18 agosto il cacciatorpediniere USS Abner Reed (2.050 tonnellate di dislocamento) salta in aria colpendo una mina (omaggio lasciato dai giapponesi), la nave si spezza in due e la prua si arena a riva, 71 marinai muoiono e 34 rimangono feriti.
Tre giorni di sparatorie e di bombardamenti dopo, uno degli ufficiali del personale si avvicina all’ufficiale comandante e più o meno dovrebbe avergli detto: “Allora…allora…allora…ho un dubbio…”,
sarà lui a dover riferire all’ammiraglio Kincaid e al maggiore generale Buckner che fino ad oggi hanno bombardato solo rocce, muschio e licheni e che l’isola è completamente deserta. Nei giorni successivi infatti scoprirono che sull’isola rimasero solo, trappole esplosive mine antiuomo e un cane abbandonato nella fretta dell’evacuazione dai giapponesi. Solo il 30 agosto dichiareranno la totale bonifica dell’isola.
Lo “Zio Sam” tiene ancora secretato quanto sia costata in termini di dollaroni questa “Operazione Cottage”, sappiamo solo che nel bombardamento dell’isola deserta di Kiska sono morti 24 soldati a causa di fuoco amico, 4 a causa di trappole lasciate dai giapponesi, 71 marinai morti nell’affondamento della USS Abner Reed e 47 soldati americani risultato ufficialmente dispersi.
Ad oggi sull’isola di Kiska non vive nessuno, si può visitare solo attraverso un permesso speciale e sono ancora visibili i resti dei sottomarini giapponesi classe Ko-hyoteki, diversi mezzi terrestri, armi antiaeree, pezzi di artiglieria, relitti di navi e aerei.
Il 22 agosto del 2007 alla profondità di 1.000 metri poco a largo di Kiska è stato ritrovato il sottomarino USS Grunion con il suo equipaggio di settanta marinai, scomparso durante la seconda guerra mondiale proprio durante l’occupazione giapponese di Kiska, secondo le recenti analisi affondato a causa di un siluro.
Micropippone ® “subbaqqueo”
I sottomarini tascabili Ko-hyoteki utilizzati anche nell’attacco a Pearl Harbor non sono da confondere con i siluri kamikaze Kaiten; infatti non erano un’arma suicida (anche se erano dotati di un sistema di autodistruzione con una carica di poco meno di 140Kg di esplosivo), ma dei veri e propri sottomarini governabili. Erano lunghi 23 metri larghi poco meno di due metri e avevano un pescaggio di 3 metri, grazie all’unico motore elettrico da 600 cavalli erano in grado di raggiungere i 19 nodi in immersione e i 23 nodi in emersione, potevano coprire anche 190 km con un’unica carica ed erano in grado di immergersi fino a 30 metri di profondità.
L’equipaggio era formato da due uomini, frontalmente era dotato di due tubi di lancio con carica a polvere nera per siluri Type 98 muniti di cariche da 350kg di esplosivo, con un raggio d’azione di 3.200 metri e una velocità di 42 nodi. Durante l’arco del secondo conflitto mondiale la marina imperiale giapponese ne fece costruire circa 105. Una bella spina nel fianco per le marine alleate, utilizzati principalmente per azioni punitive sia in Australia che al largo del Madagascar e a difesa costiera del Giappone.
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