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La Wells Vertige potrebbe essere l’auto sportiva perfetta, peccato ne facciano una al mese

Se c’è una cosa che gli inglesi sanno fare bene sono le auto sportive piccole e leggere.

Dal 1952 – anno in cui Colin Chapman fondò la Lotus – in poi, nessuno più di loro ha esplorato in tutti i modi possibili il concetto di “simplify then add lightness”. Anche in Formula 1 hanno dettato legge per quaranta anni e sono stati i primi a capire che la cosa giusta era spostare il motore dietro, mentre il Drake stava ancora pensando ai buoi davanti al carro.

Dal 1959 al 1999 si contano cinque titoli mondiali costruttori vinti dalla Ferrari e uno dalla francese Matra, tutti gli altri hanno la Union Jack accanto al nome del team, che tendenzialmente è McLaren o Williams, più raramente Lotus, Brabham, Tyrrell, Cooper e BRM.

Stirling Moss al volante della Cooper-Climax T51 durante il GP degli Stati Uniti del 1959

Poi ci sono le kit car, un fenomeno nato più o meno nello stesso periodo della fondazione della Lotus e che ha visto protagoniste decine di aziende dai destini molto diversi: qualcuna è durata solo una stagione, altre sopravvivono ancora oggi, anche se i numeri in gioco sono sempre più piccoli. Da un lato le normative sempre più restrittive, dall’altro le nuove generazioni via via incapaci di occuparsi di meccanica, sia perché meno interessate, sia perché la vita odierna non lo richiede particolarmente. Ad ogni modo, a parte le Caterham e le Westfield, che hanno conquistato una certa fama, ci sono molte altre aziende di kit car sconosciute ai più, come Elva, GD, Ginetta, Hawk, Marcos, Midas, Sterling e Ultima.

Le kit car, in ogni caso, sono un fenomeno squisitamente britannico che nel resto di Europa non ha mai preso particolarmente piede. Non ci addentreremo in speculazioni antropologiche sul perché di questa peculiarità, ma è indubbio che gli inglesi non siano secondi a nessuno quanto a cultura dei motori e del motorsport. Basta vedere quanto siano seguite, in termini di pubblico pagante, le serie minori delle due e delle quattro ruote per rendersene conto.

Vi viene in mente qualcosa di più british?

Noi italiani una cultura del genere ce la sogniamo. Per noi esiste solo la Ferrari, che alla fine ha lo stesso sapore nazional-popolare della nazionale di calcio. Tuttavia, siamo e siamo sempre stati capaci di fare auto che tutto il mondo ci invidia, che fossero supercar o utilitarie. Il genio italico si è espresso, e a volte si esprime ancora, tanto nell’estetica quanto nella tecnica.

Per carità, anche gli albionici hanno scritto qualche pagina importante del grande libro della storia dell’auto, con le varie Aston Martin, Bentley, Jaguar, Land Rover, Mini e Rolls-Royce, ma non c’è proprio paragone. E non apriamo nemmeno il tema dell’affidabilità.

Tuttavia, bisogna ammettere che su certe cose, gli inglesi sono ancora i numeri uno e la Wells Vertige è un fulgido esempio di questo primato. Ne avevamo già parlato qualche anno fa e da allora non è cambiata molto, ma questa di per sé è già una notizia, perché si tratta di un’auto realizzata completamente a mano, la stessa che basta per contare il numero di esemplari costruiti all’anno. Anzi, dal 2026 ce ne vorranno due (di mani) e serviranno anche i pollicioni dei piedi – lo so che si chiamano alluci, ma pollicioni mi ha sempre fatto ridere – perché il fondatore Robin Wells ha intenzione di produrre addirittura una vettura al mese!

Il classico british racing green le sta proprio a pennello!

La Vertige viene prodotta nel Warwickshire e il suo nome vuol dire “vertigine” in francese. Come mai un britannico abbia scelto la lingua di una nazione che odia da secoli rimane un mistero, anche perché Vertigo, cioè “vertigine” in inglese suona altrettanto bene. Forse per dare un tocco di raffinatezza, vai a sapere. Per portarsela a casa servono non meno di 85.000 sterline, che, considerata la sostanza, sembrano un prezzo adeguato. Stiamo parlando pur sempre di un’auto a motore centrale.

Nei suoi 3,94 metri di lunghezza – poco meno di una Alfa Romeo 4C – e 2,37 metri di passo della Vertige c’è spazio per un motore 2,5 litri 4 cilindri tutto in alluminio di origine Ford, che è installato in posizione centrale trasversale. Ha 270 Nm e 230 CV, con la zona rossa poco oltre i 7.000 giri. Pure il cambio manuale a 6 rapporti è montato trasversalmente; praticamente tutto il powertrain è posizionato come sulla Focus, solo che sta dietro i sedili e non davanti. Il corpo vettura è molto compatto, con la larghezza che si ferma a 1,75 metri e l’altezza a 1,14.

Il peso a vuoto ma con i liquidi è di circa 850 kg e la sua distribuzione è al 47% davanti e al 53% dietro, come si conviene a una vera auto sportiva. Le sospensioni sono a quadrilatero su entrambi gli assi con ammortizzatori regolabili manualmente, non c’è il servosterzo e nemmeno il servofreno, mentre i dischi hanno un diametro di 280 mm su tutte le ruote. A questo proposito, ogni cerchio pesa solo 8,9 kg e, vista la leggerezza, non c’è da stupirsi che gli pneumatici siano solo dei 205/45. Sapete quale auto monta questa misura, seppure con una spalla maggiore? La Dacia Sandero GPL, con i suoi 100 indomiti cavalli.

Vi sarete accorti che non ho ancora parlato del telaio.

Giusto, quello lo ho tenuto da parte, perché merita parecchia considerazione.

C’è una vasca centrale realizzata in acciaio ad alta resistenza tagliato al laser e ci sono due telaietti ausiliari sempre in acciaio, mentre i piani del pavimento sono in alluminio. Tutto il telaio pesa solo 127 kg e ha una rigidità torsionale di 47.000 Nm/grado, poi c’è il roll-bar integrale in acciaio trafilato a freddo. I pannelli della carrozzeria, invece, sono in vetroresina con rinforzi in kevlar. Completano il quadro le porte diedrali, che si aprono come quelle di una McLaren. L’ingegnere che ha firmato il progetto si chiama Robin Hall e ha un lungo passato in Rover e in Land Rover.

Insomma, questa Vertige è una supercar in miniatura, che ricerca il piacere della guida più puro ed essenziale. Le prestazioni in linea retta sono interessanti, soprattutto l’accelerazione da 0 a 100 km/h in 4,8 secondi, mentre la velocità massima di 225 km/h sembra un po’ sacrificata, considerando la potenza e la sezione frontale minima. Probabilmente la spiegazione sta nei rapporti del cambio.

Non sappiamo quante Vertige siano state prodotte dal 2021 a oggi, probabilmente due o tre decine, ma del resto Robin Wells ha sempre detto di voler mantenere una certa esclusività. Sebbene a livello estetico non mi faccia impazzire (tuttavia apprezzo che basta un decimo di secondo per capire che è un’auto britannica), sarei davvero curioso di guidarne una, anche se credo che sia quasi impossibile a meno di non andare in UK. Ad ogni modo, è bello sapere che c’è ancora qualcuno che ha voglia di progettare e produrre un’auto sportiva come si deve a un prezzo affrontabile non solo dai milionari. Certo, ne costruisce solo una al mese, ma è meglio che niente.

Articolo del 20 Febbraio 2026 / a cura di Alessandro Vai

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  • Paulo

    Si sà, i “Brutish”, sono diversi.
    Guidano dalla parte sbagliata, utilizzano le misure imperiali, non hanno il bidet, arredano le case con chilometri di moquette, edificano ancora le loro dimore con il legno, etc. etc, etc…

    Eppoi, ci sono le auto, beh… qui, riescono ancora a costruire veicoli, (anche se in produzione limitata) duri & puri come una volta, spesso e volentieri, senza neanche alcuni comfort essenziali (servosterzo, alzacristalli elettrici, climatizzatore, etc) e/o strumenti di sicurezza ed ausilio alla guida (ABS ed ESP, questi sconosciuti)
    infischiandosene bellamente di tutte quante le norme che altre nazioni sono costrette a rispettare e seguire.

  • rosh555

    Non potevano chiamarla “Vertigo” perché esiste (-va) già la Gillet Vertigo.

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