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Mosler MT900S, la supercar dimenticata born in the U.S.A.

Quando si parla di auto sportive made in U.S.A, la prima cosa che mi viene in mente sono le muscle car e i loro ignorantissimi motori V8 con la distribuzione ad aste e bilancieri, le due valvole per cilindro e cilindrate che da noi si associano ai mezzi pesanti.

Anche se secondo Ford è una pony car, per me la Mustang Boss 429, con il suo V8 da 7 litri, è la perfetta esemplificazione di questo concetto.

È senza dubbio la mia auto sportiva americana preferita, seguita dalla Viper e da alcune versioni della Corvette. Dopodiché non mi viene in mente altro e del resto non c’è molto altro da farsi venire in mente.

Ingoranza totale. Per me è la Mustang più fica di tutte!

Naturalmente c’è anche la leggendaria GT40, ma è un’auto che non c’entra nulla con tutto il resto della produzione Ford e con la cultura americana in generale. Infatti deriva dalla Lola Mk6 GT, che era stata progettata e realizzata in Gran Bretagna, laddove per primi avevano capito che nelle corse era meglio spostare il motore dietro. Poi ci sono anche le sue due discendenti moderne, ma si tratta sempre di vetture prodotte in quantità limitatissime.

Insomma, per gli americani il concetto di motore centrale è tutto tranne che familiare, come dimostra la Pontiac Fiero del 1984 che è stata la prima auto di serie a stelle e strisce ad utilizzare questa architettura. La seconda è stata l’attuale generazione di Corvette (C8) che è in giro dal 2019.

In questo scenario fatto di grandi V8 piazzati sopra l’asse anteriore, le opere dei piccoli costruttori si contano sulle dita di una mano: Falcon, Hennessey, Saleen e Mosler sono i più famosi, ma praticamente sono noti solo agli appassionati. Oggi ci occupiamo dell’ultimo e della Mosler MT900 progettata da Rod Trenne, ovvero lo stesso ingegnere che firmò la Corvette C5.

Fu assoldato da Warren Mosler, un economista e gestore di hedge found con la passione per l’Italia e le macchine veloci. La sua idea era proprio quella di fare qualcosa di nuovo nel mercato americano dell’auto, mettendosi in concorrenza diretta con i mostri sacri del motore centrarle e cerando di batterli con soluzioni fuori dagli schemi.

Un po’ come, in un certo senso, ha fatto Horacio Pagani. Solo che lui ci è riuscito e Mosler no.

La supercar che porta il suo cognome si chiama MT900 perché doveva pesare solo 900 chili a vuoto, ma il risultato non fu raggiunto. La sigla precedente il numero, invece, era semplicemente l’unione delle iniziali del fondatore e dell’ingegnere capo. La Mosler Automotive fu fondata in Florida nel 1985 e presentò subito la Consulier GTP, un attrezzo dall’estetica bizzarra che tuttavia era la prima auto di serie al mondo ad avere un telaio in fibra di carbonio. Nel 1997 fu sostituita dalla Raptor che era, se possibile, ancora più strana.

Tuttavia la Raptor era spinta da un V8 di derivazione Corvette e non più dal Chrysler 2.2 4 cilindri in linea turbo della Dodge Daytona.

Ho sempre pensato che la Renault Fuego fosse una delle coupé più brutte di sempre, poi ho visto la Dodge Daytona

Poi, nel 2001 arrivò la MT900, che intanto aveva un’estetica da vera supercar. Non era particolarmente originale, ma si lasciava guardare. Il motore era il V8 Small Block della coeva Corvette, che dava ampie garanzie in termini di potenza e affidabilità, ma anche di compattezza e facilità di manutenzione. Era abbinato a una trasmissione manuale di derivazione Porsche 911, che viene montata a sbalzo dietro il motore e in posizione invertita; inizialmente doveva gestire circa 350 CV. Anche qui il telaio era una monoscocca in composito, che combinava elementi di alluminio con altri in fibra di carbonio e a cui erano collegati due telaietti ausiliari in acciaio al cromo-molibdeno, che sostenevano le sospensioni a doppio braccio oscillante sia all’avantreno che al retrotreno. Alla fine il peso a secco era di 1.180 kg, un risultato distante dai 900 promessi inizialmente ma comunque non male, anche perché solo il V8 Corvette pesava non meno di 200 kg.

Ciononostante, la Mosler MT900 andava forte e aveva un feeling di guida da auto da corsa. Piacque subito alla stampa specializzata, che ne lodò la reattività, lo sterzo e le prestazioni in linea retta – andava da 0 a 100 km/h in 3,5 secondi, completava il quarto di miglio in 12 secondi ma si fermava a 265 km/h per la rapportatura del cambio – ma anche quelle in curva e in frenata. Certo, le finiture erano quelle che erano, così come le dotazioni, ma su un’auto del genere questi non erano difetti.

Così la supercar born in the U.S.A. trovò diversi estimatori, tra cui il regista americano George Lucas (Indiana Jones e Star Wars sono i suoi capolavori) che comprò la prima MT900S, ovvero la prima evoluzione del modello originale, che era omologata per la circolazione su strada, aveva finiture più curate, un assetto meno estremo e la potenza aumentata a 405 CV. Quella di Lucas non aveva il turbo, ma altri clienti più smanettoni richiesero questa modifica all’otto cilindri General Motors, aumentando la potenza di circa 200 CV.

Parallelamente ai modelli stradali stradali, Mosler sviluppò quelli da competizione. La MT900R fu l’espressione più pura del progetto ed era costruita espressamente per le gare di endurance. Il suo migliore successo fu la vittoria di categoria alla 24 Ore di Daytona del 2003, nella Grand-Am Rolex Sports Car Series. Furono realizzate anche alcune MT900 GT3 che andarono in mano a clienti privati e colsero qualche podio qua e là. Era un’auto non troppo complessa da gestire, vista la semplicità della sua meccanica e anche le forme della carrozzeria erano disegnate per avere deportanza più che per colpire l’occhio. Il suo fascino, insomma, era squisitamente tecnico e, nel decennio in cui è stata prodotta, ha convinto circa 85 persone. È questo il numero più realistico della produzione totale, suddiviso tra 35 vetture stradali e 50 da competizione, al netto di alcune vetture ricostruite o convertite da un allestimento a un altro.

Si tratta di numeri da produzione artigianale, quale era effettivamente quella della Mosler, che è rimasta sostenibile fino alla fine degli anni 2000, quando la stretta sulle normative relative ad emissioni e sicurezza rese impossibile omologare l’auto per la circolazione. Così la MT900 uscì di produzione senza troppo clamore nel 2011 e la Mosler chiuse i battenti un paio di anni dopo. Da quel momento in poi, tutte le MT900 prodotte sono rimaste perlopiù in collezioni private e qualcuna viene occasionalmente usata in pista.

Qualche giorno fa è stata venduta su Bring a trailer una Mosler MT900S del 2004, una di quelle col 5.7 V8 sovralimentato tramite compressore volumetrico e 600 CV. È passata di mano per poco più di 256.000 dollari, una cifra ragguardevole ma non impossibile. Come tutte le Mosler, ha un allestimento personalizzato sia all’interno che all’esterno, a partire dalla verniciatura arancione. Poi ci sono i cerchi in lega scomponibili OZ Racing da 19 pollici davanti e 20 dietro, che calzano pneumatici Michelin Pilot Super Sport 265/35 e 335/30. L’impianto frenante ha due pompe separate, per regolare la ripartizione tra avantreno e retrotreno, ed ha componenti Wilwood con le pinze anteriori a sei pistoncini.

Nell’abitacolo spiccano i sedili a guscio in fibra di carbonio con schienale fisso rivestiti in Alcantara, che si ritrova anche in alcune aree dei pannelli delle portiere, della console e del cruscotto. La fibra di carbonio a vista è visibile nei vani piedi e sui pannelli delle portiere, sui battitacco e sulla paratia posteriore. Per quanto riguarda il comfort, invece, ci sono aria condizionata, alzacristalli elettrici, chiusura centralizzata e impianto stereo firmato JVC. In questo esemplare il tachimetro ha il fondo scala a oltre 330 km/h mentre il contachilometri segna 15.600 miglia percorse.

A questo punto la domanda è: potendo farlo, la comprereste?

Io non so rispondere, prima dovrei guidarla. Però, a livello estetico mi piace molto l’interno vecchia scuola, spoglio, con la fibra di carbonio in vista e con la leva del cambio manuale che troneggia al centro del tunnel. Anche a livello teorico mi affascina molto: l’unione tra architettura a motore centrale e V8 americano volumetrico, promette una dinamica raffinata e una spinta possente, oltre che un sound da far tremare le vene e i polsi. Guardando il video qui sotto si capisce bene che cosa intendo…

Articolo del 17 Febbraio 2026 / a cura di Alessandro Vai

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  • nickdawn

    Nulla di trascendentale né di particolarmente originale però bella!

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