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Il “Bestione” Fiat 682, l’autocarro italiano. Eterno, semplice, affidabile

Questa storia comincia in un’epoca molto lontana. Era il 1949 quando l’Italia, molto prima del boom economico, parlava una parola sola: ricostruire. Negli uffici tecnici del gruppo Fiat se ne parlava un’altra: vendere; e quello che ai tempi era un costruttore generalista, che produceva tanto l’utilitaria quanto il trattore o il carro armato, voleva sostituire l’intera, obsoleta gamma di qualsiasi mezzo, leggero e pesante. Nel 1948 uscì la 1400, la prima Fiat completamente nuova del dopoguerra e la prima con scocca portante. Il suo motore, un robusto ed energivoro 4 cilindri aste e bilancieri, verrà prodotto anche in una versione maggiorata da 1900 cc, sia a benzina che a gasolio; per dare un’idea del pragmatismo che girava per la Fiat, i tre motori, di progetto analogo, equipaggeranno a turno tanto le berline 1400 e 1900 quanto la fuoristrada Campagnola, il nuovo autocarro leggero 615 e il trattore 18 “La Piccola”. Ed effettivamente i quattro mezzi dovevano avere un feeling di guida molto simile (però hey, la 1900 aveva 5 marce e il giunto idraulico!).

L'Ammiraglia aveva addirittura l'autoradio di serie. Ed era disponibile con l'elegante carrozzeria Granluce

Comune a tutti il progettista San Dante Giacosa, quello i cui libri vengono ancora consigliati nei corsi universitari nonostante abbia abbandonato la sua gloriosa esistenza terrena più di trent’anni fa. E mentre Giacosa lavorava contemporaneamente ad automobili e fuoristrada, ecco che gli viene assegnato un altro incarico: quello di progettare un camion. “Il” camion.

All’epoca il mezzo più grosso della gamma era il 666N, che oltre ad avere una denominazione un po’ infelice cominciava a dimostrarsi inadeguato alle esigenze del mercato civile. Fece la sua parte durante la guerra, ne uscirono versioni a gasogeno, 4×4, cingolate e Dio sa cosa, era uno dei cosiddetti autocarri “unificati” costruiti secondo specifiche del Regime, ma era comunque limitato nella portata e nella velocità che toccava appena i cinquanta chilometri orari.

Occorreva un mezzo altrettanto versatile e affidabile, tenace come poche cose e, soprattutto, più capiente. E, come per la 1400, per disegnarlo si parti dal foglio bianco, con delle penne nuove pure.

Fiat Veicoli Industriali lanciò il suo ultimo ritrovato nel 1949. La scheda tecnica fa ridere e paura insieme: 10170 cc per 123 cv di potenza, ed era un aumento del 20% rispetto al modello precedente. Il nuovo propulsore, 6 cilindri in linea, oltre alla non scontata iniezione diretta, presentava – udite udite – 4 valvole per cilindro, novità assoluta, e si rivelerà pure affidabile, ma anche tremendamente costoso da produrre.

Un 680 tre assi. Il terzo asse sterzante non è mai stato offerto da Fiat sul 680 ma era un'opzione gettonata tra gli allestitori

Tale soluzione si scontrerà quindi col pragmatismo Fiat di cui sopra (ricordatevi che le ultime Seicento ad aste e bilancieri sono uscite dalla fabbrica di Tychy nel 1998), ma poi ci arriviamo. La portata raggiungerà le 7,7 tonnellate contro le 6,2 del vecchio modello. Il cambio è a 4 rapporti con riduttore a 2 velocità. Non come i fuoristrada che hanno le ridotte per lo sterrato e le lunghe per l’asfalto: si partiva in una marcia e, accelerando, si azionava il riduttore per ogni rapporto, rendendolo un cambio a 8 marce a tutti gli effetti. Ovviamente non è sincronizzato, vale a dire che in salita e in scalata il regime del motore va portato, con l’uso di acceleratore e frizione, al giusto valore per innestare correttamente i rapporti (la famosa “doppietta”). In aggiunga, mancano i sincronizzatori anche al riduttore, rendendo, per esempio, una cambiata terza corta-quarta lunga un autentico incubo. Quel cambio è forse l’Everest del camionista, o magari l’Annapurna, che ha un tasso di mortalità per gli scalatori del 20%; già il successivo Fuller con innesti a imbocco rapido è molto più intuitivo (e si può cambiare senza frizione), e saperlo usare oggi è motivo di orgoglio. Figuriamoci come si devono sentire quei pochi eletti che sono in grado di manovrare quel guazzabuglio di leve e pedali!

Lui, il cambio del diavolo
Lo spartano posto guida di un successivo 682. Non c'è nemmeno il contagiri. Le due leve vicino al volante sono quella a sinistra il freno motore allo scarico (letteralmente una farfalla che tappa il collettore), quella a destra l'acceleratore a mano, pericoloso antesignano del moderno cruise control. Apprezzare anche l'impegno nel rivestire il cofano motore per evitare di ustionarsi le gambe (sì, è il tunnel a sinistra)

In quarta lunga il 680 raggiunge l’agonistica velocità di 57 km/h.

Fin dal lancio è disponibile il 680RN, “Ribassato Nafta”. Non si tratta di un camion, bensì di un autotelaio sul quale i carrozzieri più svariati si divertiranno a realizzare la propria idea di autobus. Ai tempi funzionava proprio così; a parte qualche caso isolato (Lancia) di cui vi parleremo prossimamente, ai tempi gli autobus si realizzavano proprio così, fossero essi urbani, interurbani o gran turismo; si prendeva un telaio derivato dal mondo degli autocarri e gli si montava una carrozzeria apposita, con tutti i disguidi del caso, come l’ingombrante motore che si mangiava una buona parte dello spazio disponibile sul davanti (e la guida a destra che non aiutava).

Uno splendido 680RN carrozzato Barbi

Proprio la guida a destra sorprende i profani, che sistematicamente si chiedono se non si tratti di un veicolo importato da un Paese anglosassone. E noi vi spieghiamo subito perché.

Anzitutto, non c’è un articolo del Codice della Strada di qualunque epoca che imponga la guida a sinistra. Prima del 1922 non esisteva nemmeno il Codice della strada, a ben vedere: ogni municipio (antenati delle province) aveva il proprio regolamento e faceva quello che gli pareva, compreso stabilire il senso di marcia, con risultati da film comico particolarmente all’italiana: per esempio, tra il comune di Milano e la provincia limitrofa il verso cambiava, col risultato che le tre auto in circolazione all’epoca rischiavano veramente di fare un frontale. Oggi schivi le ZTL e le preferenziali, non è cambiato granché, guidare è oggettivamente impegnativo, ma non divaghiamo.

Nel ’22, appunto, uscì il nuovo Codice dalla Strada con una serie di modifiche sostanziali come l’obbligo di tenere la mano destra. Per scegliere dove piazzare il volante ogni costruttore faceva di testa sua, ma generalmente sceglieva di metterlo sul lato destro, in modo da poter meglio sorvegliare il ciglio della strada. L’unico motivo per fare il contrario del resto è una migliore visibilità dei sorpassi, ed era un problema che i camion decisamente non avevano, viste le velocità in gioco; diventò di moda invece sulle auto, appena le prestazioni si fecero sufficienti. Lancia mantenne la guida a destra ancora per molto tempo e presentò la prima vettura a guida a sinistra solo nel 1956 (Appia seconda serie); nei camion si dovrà aspettare addirittura agli anni Settanta, quando arrivarono i primi motori turbocompressi e finalmente si cominciò a parlare di prestazioni senza mettersi a ridere. Del resto, guardate la cabina del 680 e fate caso alla superficie vetrata: praticamente quella di un sottomarino!

Nel 1952, dopo soli tre anni, arriva un nuovo Codice che sostituisce quello del 1933. La Fiat deve riadattare la sua gamma e per quanto riguarda il 680 approfitta per reingegnerizzarlo completamente; rimane il motore, da cui avevano tolto la sua migliore “feature”, cioè Giacosa. L’ingegnere degli ingegneri si trovava spesso in contrasto coi vertici aziendali per certe sue scelte (vedasi l’adozione della trazione anteriore sul prototipo della Topolino) “estrose”, figuratevi che la 600 doveva avere un cambio a tre marce con frizione automatica; il 680 fu il suo ultimo camion. Il nuovo motore ha due valvole per cilindro, cabina e trasmissione (sempre 4×2 rapporti) sono stati riprogettati. Non andò bene.

Uno dei primi 682N distinguibile dai tergi fissati sui parabrezza. La collezione della Fondazione Marazzato rappresenta come sempre un riferimento, vista la quantità sterminata di mezzi del genere da loro curati. Una curiosità: il fregio col logo Fiat, ovviamente in metallo e pesante probabilmente tre chili, cela il tappo del radiatore

Il motore “serie 122” (valore dell’alesaggio) dava rogne a non finire La cabina col motore tra due sedili d’estate si rivelava un forno crematorio (e non era presente un vero sistema di riscaldamento per l’inverno), gli spifferi erano ovunque. Tratto senz’altro distintivo i tergicristalli montati direttamente sul parabrezza, in una posizione molto sui generis. Malgrado le rogne del nuovo modello, la Fiat aveva le spalle larghe e a differenza dei concorrenti OM, Lancia e Alfa Romeo (ma ce ne furono molti altri, ai tempi: Isotta Fraschini, Bianchi…), che offrivano pure mezzi meglio rifiniti, vantava la presenza della SAVA, la finanziaria interna con cui vendeva di tutto, dall’utilitaria al camion passando per lavatrici e frigoriferi prodotti su licenza. Fu quindi possibile rimediare ai numerosi pasticci con una nuova versione chiamata “125”, da cui si evince l’aumento della cilindrata. Con poche e mirate modifiche, da disastro completo il motore del 682 diventerà quell’unità immortale che conosciamo oggi, capace di macinare chilometri a non finire e che ancora sposta ogni tipo di carico nei Paesi del terzo mondo, dove grosso modo sono finiti molti dei nostri autocarri per vivere una seconda, lunghissima vita operativa, e dove i nostri amici della Fondazione Marazzato, che ci ha fornito gli scatti della loro sterminata collezione di 680 e 682 di ogni serie, è solita recuperare quei ricambi da noi divenuti mosche bianche (cabine, vetri…).

L’eroico motore finì anche sotto (nel senso di sotto al pavimento) le leggendarie automotrici Fiat Aln668, con pesanti adattamenti, ma anche con molti pezzi di ricambio in comune. Il 125 guadagna anche due sportellini sulla cabina con funzione di prese d’aria di ventilazione (apprezziamo lo sforzo, dai) e i tergi finiscono in una posizione meno creativa.

Nel 1954 arriva poi il 682 N2/T2; arriva a 140 cv, anche se il rapporto peso/potenza è ancora “navale”, mentre la più grossa ed evidente novità è la cabina col “baffo” cromato, imponente ed elegante. Toccatene uno con mano e avrete la sensazione che solo quel fregio pesi circa dieci chili, ovviamente tutto in metallo. Poi andate in un concessionario BMW e toccate il termosifone di una Serie 5, e ditemi di che materiale è.

Sì.

Nel ’55 arriva, udite udite, il servosterzo (esatto, prima era tutta palestra gratis), ma la novità più eclatante è forse la versione N2/T2 S turbocompressa. Erano i primi anni che OM e Lancia sperimentavano certe soluzioni e vendevano camion in grado di viaggiare alle inimmaginabili velocità di ottanta all’ora, e forse fu allora che il 682 cominciò a distinguersi per il mito che è oggi. Concettualmente nato dieci anni prima, vide concorrenti più avveniristici, accattivanti, come il Lancia Esatau B con la cabina disegnata da Raymond Loewy (quello delle locomotive e della bottiglia della Coca-Cola), ed una visibilità assoluta in ogni direzione – oltre a una prima, vaga attenzione per la protezione dell’autista dagli incidenti.

L'"ennedue" più famoso d'Italia. Restaurato di tutto punto, viaggia a fiere e mostre accompagnato da un distributore completo di pompa e guardiola dell'epoca e di un recentemente ripristinato motocarro Ercole
Anche qui, terzo asse sterzante

La versione S provava a tenere il passo con l’adozione di un turbocompressore, che si rivelò tremendamente inaffidabile. Lo spirito del Bestione era stato tradito, e qualcosa cominciava a cambiare. Le versioni RN intanto erano scomparse con l’arrivo dei primi “veri” autobus (410, 306).

Nel 1964 la Fiat lanciò il 619. Era un mezzo totalmente nuovo, al passo con la concorrenza; nuova la cabina col parabrezza panoramico unito, nuovo il cambio con selettore pneumatico per le ridotte che finalmente risparmiava fatica (e bestemmie) ai camionisti, nuovo il motore, saggiamente aspirato, ma ugualmente ben oltre i 200 cv. Si era ancora distanti dai mezzi odierni, ma per allora era un lusso.

Appunto.

Perché il 682, ormai giunto alle versioni N3 e N4, vendeva ancora da Dio. Quella generazione di camionisti certe comodità non le cercava proprio; oppure, possiamo vederla anche così, non a tutti i titolari importava poi molto del comfort dei propri dipendenti; fatto sta che la “vecchia guardia” si dimostrava, oltre che economica nell’acquisto, di una tale semplicità, in un’epoca in cui i motori delle auto si rifacevano a 80mila chilometri, che a mamma Fiat convenne continuare a produrlo; e lo fece. La facile accessibilità alla meccanica, la relativa semplicità con cui gli uomini con le palle quadre di una volta riuscivano a cavarsi dai casini con mezzi di fortuna dal nulla, dove se restavi a piedi le uniche alternative erano fare l’autostop fino a qualche cabina telefonica al primo paese; ancora, la vendita rateale che consentiva a chi avesse il fegato (e i polmoni: forse ai tempi per fare la patente C fumare era un requisito per ottenere il certificato medico) di fare un mestiere del genere di costruirsi una vita, un posto nel mondo, comprarsi una casa e sfamare una famiglia, anche con pochi risparmi in tasca.

Un 682 T4, l'ultima serie. Le versioni T sono quelle allestite come trattori stradali
Dove abbiamo visto un T4? E perché proprio nel film sui camionisti più famoso di sempre, "Il Bestione"? (Ci perdonerete la qualità, ma in giro non si trova molto di meglio)

E così il dinosauro arrivò tranquillamente al 1974, quando in commercio c’era roba avanti anni luce nella stessa gamma Fiat. Usci un articolo del Codice della Strada che imponeva agli autocarri un rapporto peso-potenza di almeno 8 cv/t (calcolati a pieno carico). Fu uno degli ultimi Paesi dell’Europa occidentale ad adottare provvedimenti del genere. In quegli anni era esplosa la motorizzazione di massa, frotte di 127 invadevano strade non proprio dimensionate adeguatamente, la rete autostradale non era quella odierna. Autocarri del genere, che si arrampicavano a 20-30 km/h sulle salite, esacerbavano il problema.

A conti fatti l’N4, giunto ai limiti di progetto del suo motore, sarebbe stato limitato a 22 tonnellate, un valore risicato. La legge definita “anti-682” da alcuni decretò la fine delle vendite in Italia, con qualche deroga per Vigili del Fuoco, forze armate etc; ma continuò l’esportazione con grande successo, anche sotto forma di CKD (Completely Knocked Down), tipo Ikea; l’ennesima genialata di mamma Fiat consisteva nello spedire a piccole officine nei posti del mondo più disparati il mezzo smontato e impacchettato.

Lo fecero anche con la 127, che si dice sia stata venduta in tutti i Paesi del mondo tranne gli Stati Uniti, e non a caso è scelta dai pazzoidi che vanno a fare i raid, poiché i ricambi si trovano ovunque.

Il 682 aveva ancora lunga vita in Sudamerica e in Africa, dove i missionari insegnavano ai locals a ripararseli da soli, e dove venne esportato fino al 1988, quando da noi giravano i Turbostar.

Scegli il tuo pokemon, anzi il tuo 682. Ricordiamo che la Fondazione ha la più grande collezione di camion d'epoca d'Europa e forse anche al mondo

Da molti anni accanto al logo Fiat delle varie epoche campeggiava l’enorme scritta IVECO, che sembra proprio fuori posto. Dietro a quei loghi batte ancora un cuore italiano; e se dietro ancora, da noi, si trovano collezionisti, appassionati, curatori, restauratori, che hanno riportato in condizioni splendide certe vecchie glorie sopravvissute all’esportazione, altrove queste macchine mandano avanti l’economia di Paesi meno fortunati, ma che proprio per questo si meritano una certezza: un mezzo che tutt’oggi, anno 2026, li riporti a casa sani e salvi, ogni giorno. Ci piace sperare che in Paradiso abbiano messo la fibra e pensare che chi quel giorno si mise al tecnigrafo a impiegare in un modo così nobile tanta carta e tanta china possa, in qualche modo, leggere RollingSteel; nel caso, grazie ragazzi. Questo articolo è dedicato anche a voi.

Articolo del 1 Aprile 2026 / a cura di Francesco Menara

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  • Wile E. Cojote

    Un commosso e imbarazzato ringraziamento ai nostri genitori che hanno preso un Paese distrutto e ne hanno fatto uno dei migliori posti dove vivere.
    Imbarazzato perchè noi siamo impegnati, ormai da decenni a distruggere tutto.

    Wile.

    • Piero

      Complimenti, completamente d’accordo… mio padre ha contribuito a questo….era un padroncino di un Fiat 690 n4..

  • Grazie per l’articolo o iniziato a fare il camionaro proprio con questo autocarro,GRAZIE.

  • Angelo

    Era un altro mondo ,quelli erano camion ,adesso sono solo mezze seghe

  • Favoccia Luigi

    Ho avuto la soddisfazione di guidare molti camion anche il fiat 682 adesso sono tutti conducenti di camion prima eravamo autisti

    • Gelonese Salvatore Antonio

      Non saprei…
      Prima erano camionisti, adesso autisti.
      Un tempo il camion lo conduceva il camionista, adesso la patente.
      Vedere mio padre mentre cambiava da carico in cantiere ( ribaltabile trilaterale su n4 ) era come ammirare lo spettacolo di un giocoliere.
      Per l’autore: l’acceleratore a mano serviva anche per tenere il minimo.
      Quando lo mettevo in moto regolabi il minimo e man mano che il motore andava in temperatura abbassavi una tacca perché i giri andavano su grazie alla migliore combustione.
      Spegnevi portando a zero la leva e poi giravi la chiave del quadro

    • Maurizio

      Bellissimo articolo e tremendamente nostalgico. Ho avuto la fortuna di guidare un 682/N2 autobotte con tanto di rimorchio. Bellissima esperienza e bellissimi ricordi.

  • Nicola

    682 SOPRANNOMINATO IL LEONE DEL DESERTO ,VEICOLO MOLTO AMATO IN AFRICA NON TI LASCIA MAI A PIEDI. IO FACEVO PARTE DEL TIM DI ASSISTENZA.

    • Alberto Paderno

      Era il 689…

    • Alberto Paderno

      Era il 689…un altra roba

  • Alvaro Bonosa

    Bravo, complimenti. Articolo stupendo

  • Rosario Bellina

    Sono rosario bellina un vecchio meccanico di anni 82 giranto nel mio telefono mi imbatt o nl vostro affascinante documento ario da voi publicato lo trovo molto affascinante vi Grazio el farmi rivivere i migliori anni el ricordare tutta la bella storia Fiat sono una

    Officina autorizzata Fiat x 34 anni fedessma
    Vi ringazio

    • Filippo

      Ho guidato la versione militare, CM52. Ruote quadrate, niente servosterzo, e se non eri lesto a prendere la leva del cambio ti arrivavano delle botte che ti spezzavano i polsi. Ma aveva anche dei difetti.

  • Roberto

    Nel 1988 a militare a Bolzano ho preso la patente del camion su un CM52 con le partenze in prima corta, prima lunga, seconda corta, seconda ecc e senza servosterzo
    Per i supereroi c’erano i CP ma l’ufficio auto li faceva guidare solo ad alcuni eletti
    La leva del cambio era una barra metallica piena lunga un metro e del diametro di qualche centimetro

  • Salvatore Genovese

    Fiat è stata la grande casa automobili , di camion e di tanti altri prodotti. Guidata da eccellenti professionisti che fecero la differenza rispetto ad altre realtà aziendali. Grazie Fiat!!

  • Marco Gallusi

    Mamma mia che bell’articolo!!!

    • Carlo Macciò

      Ciao Marco, sono Carlo e scrivo da Borghetto Santo Spirito. Da sempre appassionato di trasporto pesante ho letto ed apprezzato questo articolo che ho trovato molto interessante un vero e proprio viaggio nella storia del trasporto merci su strada. Complimenti buona strada e Santa Pasqua a tutti voi e alle vostre famiglie! Con tanta amicizia Carlo da Borghetto Santo Spirito

      • Angelo-moscato

        Che dire ho imparato ha fare il meccanico di autocarri proprio col 682 ho iniziato nel 1973 avevo solo 15 anni lo conosco in ogni suo bullone

  • Claudio

    Ricordi di quando ero bambino e le strade erano piene di questi veicoli che allora sembravano mastodontici.

  • Daniela

    Dopo due guerre mondiali c ‘era tanta gioia di vivvivere , tanta speranza per un futuro migliore per tutti, anche per i più poveri. Pensate a Milano con le macerie della guerra avevano fatto la “montagnetta” ora è un parco il Monte SSStella. Quando la Fiat era un”istituzione e sulle ruote dei suoi 82n2 viaggiava il futuro

  • Simone Oddo

    Fantastico, ora un bel articolo sui meravigliosi Lancia Esatau “musone”!
    Top come sempre, saluti.

  • Nazareno Misuri

    Il 1901 cc Diesel, equipaggiò il trattore agricolo Fiat 25 RD e CD, non la “fiat piccola” (che era bicilindrica).

    • MauroM

      Giusto, se non ricordo male il 1901cc era montato anche sul successivo 311.
      La Fiat 18 (con la sua evoluzione 211) montava un bicilindrico da poco più di 1100cc
      P.S.: complimenti all’autore per l’articolo!

  • Filomena Sorrentino

    ❤️

    • Domenico

      Ciao a tutti, ho 76 anni, negli anni 70 compreso in bilivo 682 T4 col qual ho transporta Torino in tutta Italia. Grandi camion se pur lentissimi, sugli appennini salvo in prima ridotta con l aceleratore a mano steso al massimo per non perdere neanche in giro motore. Vaticano 580 quintali di ferro per Napoli da Brescia e tornado con 600 quintali di marmo. Vita vissuta, non immaginata. Poi ho girato l’Europa con scania, Magirus e Man.  

      • Domenico zeziola

        Mi scuso per gli errori nell articolo di Domenico : trasportavo tondino (ferro da costruzioni) 
        Ho vissuto appieno quegli anni dove tutto era avventura. Per sostenere le spese Usavamo gasolio agricolo che pero’ era sporco; avventure su avventure. Ho fatto anche viaggi in Asia con la Ditta Satras di Bergamo con Scania 141…. Che tempi!!!!
        Se qualcuno mi ha conosciuto e ha viaggiato con me, con Patera Battista o con il figlio Aldo, mi telefoni pure 335236046. Veri verissimi camionisti dai freni motore ai cambi non sincronizzati e le guide a sinistra

  • Paolo

    Al Colautti Sandro piace questo artricolo…

  • Cenni Alberto

    Bellissimo articolo per me figlio e nipote di camionista:mio padre ha avuto il Fiat 666N,il Lancia Musone 112,ma soprattutto l’ Alfa Romeo 1000 del 1960 con cui, dal 1963 al 1978 unico rimasto in circolazione, ha percorso circa 15 milioni di km con trasformazione 4 assi di Dainelli, poi è passato al Fiat 619 e al 170 entrambi trattore con semirimorchio.

  • Ezio

    Ciao Ezio da verona 43 anni da autista figlio di un camionista che titolare di un 682 n 2 che ricordo da ragazzino vedere il tuo articolo a risvegliato emozioni da lacrime grazie x l articolo buona pasqua

  • Enzo Vittani

    Ho 78 anni e nel 1977 lavoravo in Libia e camion così,con rimorchio,stracarichi, più di 1 metro sopra le sponde alte,e carichi di cemento in sacchi,che si sparavano gli oltre 1000 km. Da Tripoli a Bengasi e oltre a 40/50 km.orari…ma ETERNI !!!!

  • Ivan Tonetto

    Il migliore in assoluto per me sarà sempre il 190/48 turbostar. Nelle salite esempio appenini non lo batteva nessuno anche con pieno carico.

  • Walter Perugini

    Bravissimi…bella edizione RICORDI….MIO PADRE…dopo aver fatto 12 anni di Africa….. prima mi portava con se al mattino alle 3…. con un 634….poi con un 680…e poi con un 682….UNA PAGINA DI STORIA VERA D’ITALIA che purtroppo non tornerà più….come il rapporto VERO con i genitori che erano Veramente…EDUCATORI….”commovente”…complimenti…fatelo ancora.

  • Mic

    Leggo sempre con attenzione gli articoli di Rolling Steel, sono molto interessanti e utili per conoscere la storia della motricità meccanica in Italia. Complimenti.

  • Maurizio Soragna

    Interessantissimo e nostalgico

  • Piero

    Grazie x l’articolo, mi sono ritrovato nei ricordi di mio padre, padroncino di un Fiat 690 n4…. 4 assi, .che se non ricordo male mio padre diceva che non era come motore meglio del 690 n3 …ma che cmq ha tenuto per più di 10 anni, mi piacerebbe leggere qualcosa su questo. Grazie.

  • Carlo Santarcangelo

    La storia dell’industria italiana della Fiat un orgoglio era oggi la stanno distruggendo i nipoti degli Agnelli

  • Rivera Fabio

    La mia ditta in Nigeria lì ha sempre usati erano dei muli potevi caricare anche un bulldozer caterpillar da 30 tonnellate .Mitici

  • Carlo Lorenzoni

    Complimenti per la descrizione della storia dei mezzi pesanti, sono un camionista orgoglioso del mio MAGICO lavoro!!
    Grazie Carlo

  • Michel rigolini

    Ho 59 anni,negli anni 70 mio padre aveva i 683, il 690 t2 ,il 691 4 e 4 fino al 170/33 arrivato in cortile in maggio del 76. Ho tanti ricordi dell’epoca e posso comunque dire che i camionisti che oggi scrivono sui veicoli”vecchia scuola” non sanno neppure di cosa parlano….

  • Raffaele Galli

    molto interessante. È la storia dell’Italia che cresceva, quella di quando ero piccolo . Quei mezzi me li ricordo con nostalgia 

  • Biagio Cammarata

    Ho letto l’articolo con molto interesse,
    ma devo ammettere con una fatica a volte superiore a quella necessaria a guidare i camion illustrati nel pezzo. Consiglierei l’autore a scrivere con periodi un po’ più corti. Ne ho rilevato uno con 107 parole e 8 verbi.

  • Fernando Scoditti

    Una bella storia che mi ricorda gli anni in cui ero bambino, e ammiravo quei camion della serie N come qualcosa di straordinario.

  • Felice Troiani

    Rimpiango que tempi con tanta emozione! E mi domando: se la tecnologia non si fosse evoluta fino ai tempi attuali dell’elettronica, la Società quali vantaggi ne avrebbe ancora?

  • FRANCESCO

    Ah, il 682… che mezzo mitico! Me li ricordo bene da bambino, durante le trasferte famigliari in riviera, col nostro Volkswagen Maggiolino color turchese che procedeva in coda lungo il tratto appenninico dell’autostrada dei Giovi dietro quei “bestioni” con tanto di rimorchio Adige o Viberti al seguito che arrancavano alla velocità massima di 35 chilometri all’ora, indifferentemente che viaggiassero in salita o in discesa, con le marce ridotte o con il freno motore tutto inserito! Il 682 è stato veramente un autocarro “universale”, un vero e proprio mulo da soma presente ovunque sulle strade italiane, realizzato in decine e decine di allestimenti diversi (anche i mezzi della nettezza urbana milanese erano realizzati sullo stesso autotelaio). Esistevano poi anche delle versioni speciali a quattro assi per i lavori pesanti e i mezzi d’opera che erano uno spettacolo unico a vedersi! Un automezzo che ha contribuito a pieno titolo a costruire l’economia di questo paese: umile, robusto, spartano… virtù tutte finite nel dimenticatoio, ma che questo autocarro, con la sua caratteristica e inconfondibile calandra, è riuscito straordinariamente a impersonare lasciando un ricordo indelebile (e qualche lacrimuccia di nostalgia) nel cuore di tutto gli appassionati! Complimenti per avergli dedicato questo splendido articolo!

  • Enrico

    Chi rimpiange il fuller e critica gli automatici moderni o addirittura lo ZF, chi parla di veri camionisti e di veri camion, chi disprezza l’elettronica su un camion c’è salito qualche volta da passeggero, forse. Chi tutti i giorni e tutto il giorno guida una un mezzo che solo la motrice misura 10m dovendo tenere sempre un occhio agli specchietti per non portarsi via un lampione o una vecchietta nelle svolte, chi deve misurarsi col traffico di oggi, col cronotachigrafo che registra tutto quello che fai e se sgarri son dolori, chi deve salire e scendere più e più volte al giorno dagli sterrati ripidi di una cava con 40 tonnellate di pietre sul groppone credetemi che vorrebbe più aiuti alla guida possibili. Roba che col fuller se sbagli una marcia ti devi fermare e ripartire da fermo. In pendenza con un carico di pietre su fondo ghiaioso o peggio fangoso. Auguri. Una volte si faceva tutto col 682? E quindi? Si era mooooolto più stressati e si moriva anche di più. Magra soddisfazione quella di essere definiti veri camionisti. Solito odioso celodurismo.

  • Enrico

    P.S. Il camion NON E’ la macchina. Col camion non esiste piacere di guida, non vai a fare un giro. Col camion fai un lavoro ed è un lavoro FORTEMENTE stressante. E lo fai tutti i giorni per km e km e km e ancora km per cui come dicevo più si può semplificare la vita a bordo meglio è. La nostalgia del passato è solo per chi il camionista non l’ha mai fatto nemmeno una settimana e sta su internet a riempirsi la bocca di fuller e quant’altro.

    • Domani su Bologna cielo sereno al mattino, aumento della nuvolosità nel pomeriggio con possibili rovesci sparsi. Temperature in lieve calo.

      • Enrico

        Almeno al mattino col cielo sgombro da nubi potrai ammirare la vastità del cazzo che me ne frega del tuo sarcasmo, peraltro fuori luogo.

  • Fichera Antonino

    Molto bello .Mi ha fatto tornare ragazzo.Sono nato in Libia e la mia famiglia aveva una ditta di Autotrasporti . Abbiamo avuto il 682 N2 ,T2 e Pullman 682 e 306

  • Roberto Faccin

    il cambio di cui parli lo doveva saper usare chiunque abbia fatto l’autiere fino alla fine degli anni 80 io ci ho fatto la patente militare nell’lontano 1984 e non era cosi difficile da usare il difficile era seguire la procedura da te illustrata (e richiesta per l’esame) poi bastava avere un pò di piede e orecchio lasciavi il selettore alto o basso giocavi un pò coll’acceleratore e via lisci quei camion e le vecchie campagnole sono stai il massimo dei veicoli “analogici” che ho guidato dopo loro tutto era facile e guidare i cm 80 o cl 76 quest’ultimo con guida a sinistra (vai a sapere perche’in italia dovevi avere un camion-cino con la guida di albione) era come guidare una panda di quegli anni è stato bello imparare a guidare veramente un veicolo con mani pedi e orecchio e forse mi ha permesso di sopravvivere a d alcune cazzate che ho fatto in auto negli anni a seguire allora conoscevo (e anche adesso) la mia auto e ne potevo prevedere le reazioni di istinto complimenti per la testata

  • Io ne ho fatto il modello (o meglio la cabina..) in scala 1:24. Se vuoi contattami per parlarne, sono specializzato in modelli in scala grande di questi camion italiani del passato

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