Non si finisce mai di imparare.
Lo diceva sempre la buonanima di mio nonno, al secolo Ilario Rubini, che ci ha salutato a 93 anni dopo non essere mai stato fermo un secondo in tutta la sua vita. Una vita vissuta intensamente, inseguendo passioni, rimanendo sempre curioso e contando su una fiducia incrollabile in sé stesso.
Un uomo con un’energia infinita, nato orfano di padre e appartenente a una generazione che è partita dal nulla e ha realizzato tantissimo. Uno con una tempra eccezionale, che era solito dire “Mi fido solo di tre persone: io, Ilario e Rubini”. Un nonno a cui ho voluto un bene infinito e che, con le dovute e rispettose proporzioni, in qualche modo mi fa venire in mente Enzo Ferrari, anche se tra i due ci sono quasi 30 anni di differenza. Ma non importa, perché quello che nella mia testa li accomuna è una passione irrefrenabile per la vita e per la realizzazione dei propri sogni.
Esaurita questa digressione personale e sentimentale, che spero mi possiate perdonare, torno alla citazione iniziale e alla cosa che ho imparato poco fa, devo ammettere, con sommo stupore: esiste una moto Ferrari!
Ne esiste solo una in tutto il mondo ed è un prodotto ufficiale.
Se non lo sapevate già, immagino che siate sconcertati quanto me e ci tengo a precisare che la scelta del verbo non è stata casuale: non ho detto “Ferrari ha fatto una moto”, bensì “esiste una moto Ferrari”. Questo vuol dire che la moto è una Ferrari a tutti gli effetti, ma non è stata fatta (né progettata) a Maranello.
Siete confusi? È normale, per cui facciamo un passo indietro.
Nel 1990 la vita nelle West Midlands scorreva serena: c’era chi lavorava alla Jaguar di Coventry e chi alla Land Rover di Solihull, chi tifava per il Birmingham e chi per il Wolverhampton, chi amava le auto e chi le moto, come solo gli inglesi sanno fare. Tra questi, nella ridente cittadina di Brownhills, distretto di Walsall, c’era anche un certo David Kay, un ingegnere fissato con le vecchie MV Agusta da corsa, che aveva iniziato prima a restaurarle, poi a realizzare i pezzi che non si trovavano più – la MV Agusta aveva chiuso i battenti nel 1977 – e infine a costruire delle vere e proprie repliche. Tutto questo rimanendo fedele ai disegni dei pezzi originali e spingendosi anche oltre, fino a sviluppare dei motori completamente nuovi.
Una passione che poi sarebbe diventata un’impresa con la fondazione, datata 1990, della MV Meccanica Verghera Limited, azienda specializzata non solo nelle MV ma anche nelle altre moto italiane, a 3 e 4 cilindri, costruite prima degli anni Ottanta. La ditta, peraltro, esiste ancora oggi ed è diretta da Mark e Mitch Kay, ovvero il figlio e il nipote di David.
Non contento di aver creato una nuova officina, Mr.Kay voleva fare di più e nel 1990 mandò una lettera a Maranello, all’attenzione di Piero Ferrari, chiedendo ufficialmente il permesso per mettere il Cavallino Rampante sui due lati del serbatoio di una motocicletta di sua progettazione. Ma non voleva metterci solo i patacchi, voleva proprio chiamarla Ferrari e Piero, incredibilmente, gli disse di sì. Se questa magnanimità vi lascia stupiti, ricordatevi che la Ferrari del 1990 non navigava in ottime acque ed era alle prese con un vuoto creativo e dirigenziale che sarebbe stato colmato solo un anno dopo, con l’arrivo di Luca Cordero di Montezemolo. Oggi la Ferrari non dà neanche il permesso di respirare l’aria intorno a Maranello, se non ci sono un contratto vantaggioso e un margine di almeno il 30%, ma allora era diverso.
Così, dopo aver ricevuto la risposta positiva di Piero Ferrari (datata 23 maggio 1993), David Kay si mise al lavoro, con l’intenzione di rendere omaggio a Enzo Ferrari che tra il 1932 e il 1934 aveva fatto correre diverse moto con la sua Scuderia. La moto è una sua creazione completamente artigianale, che ha richiesto quattro anni e oltre tremila ore di lavoro; pure il propulsore è tutto originale e non deriva da nessun altro mezzo esistente. È un quattro cilindri in linea da 900 cc raffreddato ad aria, con alimentazione a carburatori Weber, realizzato in alluminio ma con alcune parti di magnesio, che ha il doppio albero a camme in testa con la distribuzione a due valvole per cilindro e la candela spostata lateralmente. La potenza dichiarata era di 105 CV a 8.800 giri e il cambio era a 5 rapporti; il telaio era un traliccio tubolare in acciaio, costruito utilizzando tubi Reynolds 531, mentre la ciclistica prevedeva una forcella a steli rovesciati firmata Forcelle Italia e una coppia di ammortizzatori WPS per il forcellone. L’impianto frenante è firmato Brembo, i cerchi da 17 pollici sono Astralite e vari componenti sono in fibra di carbonio, per un peso a secco di 172 kg e una velocità massima teorica di 265 km/h.
L’aggettivo “teorica” è d’obbligo, perché verosimilmente nessuno l’ha mai raggiunta. Magari David Kay ha provato una sparata su qualche lungo rettilineo circondato da verdi prati, ma la Ferrari 900 – nome ufficiale della moto, che più minimalista di così non si può – in realtà non è mai stata sviluppata in modo definitivo, perché non era previsto che fosse venduta al pubblico (forse Piero Ferrari l’aveva autorizzata per questo). Una mancanza che non deve sorprendere, perché per questa moto non era stato previsto alcun futuro produttivo, nemmeno in piccola serie. Per cui è rimasta un esemplare unico e poi, diciamo la verità, dal punto di vista estetico non è venuta benissimo: per quanto sia chiara la volontà di portare su una moto sportiva alcuni stilemi Ferrari, il risultato è un pochino sgraziato. Inoltre, visto il retaggio del suo creatore, le forme della Ferrari 900 sembrano quelle di una motocicletta dei primi anni Ottanta, mentre nel 1995 la tendenza generale delle sportive stava andando da un’altra parte. Personalmente apprezzo molto la coda, mentre la parte frontale sembra che sia stata allungata tirandola per il cupolino e le feritoie sui fianchetti, in stile Testarossa, sembrano messe lì per caso.
Un discorso a parte lo merita l’impianto di scarico, che è un 4 in 4 ed è realizzato a mano, naturalmente senza alcun tipo di catalizzatore, e che ha per terminali dei megafoni a cono inverso. Secondo David Kay il suono si poteva paragonare a ”quello di un Messerschmitt che insegue uno Spitfire”. Purtroppo in giro non si trova nessun video che confermi questo sound, quindi lo possiamo solo immaginare, sperando che prima o poi qualcuno voglia dedicare delle attenzioni a questa Ferrari 900, accendendo il suo 4 in linea e permettendoci di sentirlo.
Per quanto riguarda il valore collezionistico, invece, non è semplice da stabilire, perché si tratta di una moto che sfugge a tutte le regole tradizionali di valutazione. Negli scorsi decenni è stata messa in vendita un paio di volte a circa 200.000 sterline e nessuno se l’è filata, dunque le ultime notizie che la riguardano risalgono al 2012, quando passò di mano per 85.000 sterline. Attualmente nessuno sa dove si trovi ed è un vero peccato, perché è un mezzo che testimonia l’esistenza di un mondo fatto di persone il cui livello di passione e di abilità tecnica è altissimo. Un mondo che ogni giorno diventa più piccolo.
Bell’articolo, non ne sapevo nulla
si però l’immagine iniziale generata dall’ia anche no ragazzi, dai almeno voi che vi siete sempre distinti per la qualità