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Dodge Daytona Decepticon, con il V8 della Jalpa nel cuore

Prendete alcuni dei nomi più inflazionati del mondo dell’automobile.

Dodge. E la mente corre alle leggendarie muscle car degli anni ’70, bellissime.

Daytona. E la mente corre a Cole Trickle, alla coppa dell’olio disegnata dal vento, a Dale Earnhardt, alla Florida le palme il sole il caldo sulla pelle i razzi spaziali e una lista infinita di figate.

Shelby. E la mente fa vela verso Carroll Shelby, personaggio mitologico del mondo auto. Dalla Ford GT40 alla Cobra, dalla Mustang GT500 a Nicolas Cage che parla con la sua Eleanor.

Z. E qui, boh, oltre a Zorro mi vengono in mente alcune sportive giapponesi degne di nota, principalmente la Datsun 240Z e la Nissan 300ZX.

Mettete tutto nel frullatore, aggiungete un pizzico di musica di sottofondo possibilmente anni ’80 – facciamo Giorgio Moroder? Vada con Moroder –, condite con un po’ di sana ingenuità e tac, all’interno del vostro bricco inizierà a prendere forma una delle auto più brutte e particolari che incontrerete oggi, un’auto che farà di tutto, ve lo prometto, per farvi dimenticare tutti i piacevoli e tiepidi cassetti della memoria che i nomi appena elencati vi hanno aperto.

A voi, signori, la Dodge Daytona Shelby Z.

Si si lo so, sembra un incrocio fra una vecchia RX-7 FC e una Porsche 944 con le portiere della 928 ma, fidatevi, dietro a questa auto così anni ’80 che anche gli anni ’80 un po’ si vergognerebbero dello spot che all’epoca il gruppo Chrysler confezionò per pubblicizzarla, c’è, quantomeno, un ragionamento.

Facciamo il punto: negli anni ’80 oramai le auto veloci erano state sdoganate e, soprattutto, il “dominio” tutto americano conquistato negli anni ’70 con le grosse muscle car stava venendo appannato dalle moderne compatte sportive, principalmente europee ma anche giapponesi. La Golf GTi era una realtà già da qualche anno e questa esisteva accanto alle già note (e classiche) sportive a trazione posteriore. Fu lì che la Chrysler vide il pertugio in cui infilarsi: facciamo una sportiva (inteso come corpo vettura) a trazione anteriore!

Ed eccola qui: basata sul pianale G che a sua volta derivava dalla ben nota piattaforma K del gruppo americano, prodotta a partire dal 1984 con un frontale che la fa assomigliare tantissimo sia ad una Camaro IROC-Z che ad una vecchia Opel Corsa prima serie.

Opel Corsa GT

Per poi subire un profondo restyling nel 1987 che introduceva un nuovo frontale più arrotondato e dotato di fari a scomparsa, la Dodge Daytona andava a sostituire la Challenger che, ocio, non è quella a cui state pensando, furbetti, è quella degli anni ’80, quella prodotta in collabo con Mitsubishi, questa qui insomma:

Ecco, torniamo a noi: la Dodge Daytona era destinata a sostituire la brutta Challenger di quell’epoca – dio che brutte auto che hanno prodotto negli USA negli anni ’80 – e ad affiancare la Conquest da un lato e la Charger dall’altro che, mi spiace, anche la Charger non è quella a cui state pensando ma questa.

Dodge Shelby Charger, non proprio la macchina a cui pensate quando leggete questi nomi uno di fila all'altro. Motore da 2,2 litri e trazione anteriore per questo bolide.

Inizialmente dotata di un 4 cilindri in linea trasversale da 2,2 litri e ben 93 cv, accoppiato a tre tipologie di cambio, manuale a cinque rapporti o, per i più pigri, un automatico a tre marce e uno a quattro.

Questa la versione base a cui, per fortuna aggiungerei, ne venne affiancata una più pepata dotata di un turbocompressore Garrett AiResearch il quale, da solo, aumentava di oltre il 50% le prestazioni del motore, ora capace di ben 142 cv, quest’ultima disponibile in due livelli di allestimento, Turbo e Turbo Z, vai te a capire cosa significasse quella Z che, comunque, bella loro per aver usato questa lettera invece delle solite tre G, T, e R.

Inserita nella lista delle 10 migliori auto del 1984 dalla prestigiosa testata Car and Driver assieme a:

  • Audi 5000S/Turbo
  • Honda Accord
  • Honda Prelude
  • Mazda 626
  • Pontiac 6000STE
  • Pontiac Fiero (quella dell’amico di Jessie Pinkman)
  • Porsche 944
  • Toyota Celica Supra
  • Volkswagen Rabbit GTi (la Golf per gli americani)

E descritta come, apro virgolette “prendete un quattro cilindri Chrysler da 2,2 litri […] aggiungete un turbocompressore Garrett AiResearch e un’iniezione elettronica Bosch a iniezione indiretta, e montate il tutto su una versione molto più raffinata, irrigidita e aerodinamica del pianale K, e avrete una Dodge Daytona Turbo. […] chiaramente progettata per fare sul serio e lasciare il segno. È un’auto sportiva del 1984.

Camaro e Firebird — che nella configurazione 1984 sono diventate auto molto belle e molto veloci — restano versioni grandi e pesanti delle sportive del 1968. Non aprono nuove strade. Non dicono nulla sull’entusiasmo automobilistico di oggi e di domani. La Daytona a trazione anteriore ci dice invece che c’è ancora speranza per gli appassionati […]. Chrysler ha preso componenti familiari a tutti noi, presenti in tanti modelli di grande serie, e li ha trasformati in una coupé sportiva filante e veloce, capace di tenere testa su qualsiasi strada del Paese”. <- che è quello che hanno fatto Subaru e Toyota con la GR86, praticamente, telaio a parte, costruita con pezzi presi dalle linee di montaggio Subaru.

Comunque, se oggi sono qui a menarvela con questa auto di cui a nessuno interessa niente anche perché in Europa non è mai arrivata, è per la sua versione quasi più spinta, la micidiale Dodge Daytona Shelby Z, una delle auto dal nome più altisonante dei suoi tempi.

Come l’immagine qui sopra ci ricorda, siamo nel 1986 e, come parte di un leggero ammodernamento della gamma, la Dodge Daytona (la sola versione Turbo) vede approdare a listino un optional denominato C/S (le iniziali di Carroll Shelby separate da uno slash che fa molto R/T, Road and Track, sigla tipica di molte muscle car degli anni ’70) e che comprendeva un set di sospensioni irrigidite, barre antirollio anteriori da 32 mm e posteriori da 28 mm e gomme Goodyear Eagle Gatorback 225/50VR15 di serie. Fu questo pacchetto a prefigurare l’uscita nel 1997 della nuova Dodge Daytona Shelby Z che completava, un po’ come la proverbiale ciliegina sulla torta, il profondo restyling che quell’anno interessò l’auto che, finalmente abbandonava quel brutto frontale che la faceva sembrare un incrocio fra una Camaro Iroc Z e una Opel Corsa prima serie per accogliere un nuovo muso, più affusolato e dotato dei sempre affascinanti fari a scomparsa. Versione quasi più spinta di questa auto, la Dodge Daytona Shelby Z era spinta da una versione rivista del solito 2,2 litri (qui dotato di albero motore forgiato, pistoni Mahle, bielle più robuste e blocco motore rivisto per una migliore lubrificazione) il cui turbocompressore Garrett T3 soffiava a 0,8 bar e veniva affiancato da un grosso intercooler in modo da arrivare a spremere la bellezza di 174 cv e 271 Nm, tutti scaricati sulle ruote anteriori attraverso un cambio manuale a 5 rapporti sviluppato da Chrysler in balotta con la Getrag. Completavano il quadro il pacchetto C/S che abbiamo visto poco fa e, importante, i freni a disco di serie su tutte e quattro le ruote. Con un peso di circa 1.250 kg, la macchina adesso scattava da 0 a 100 km/h in circa 8 secondi anche se, a causa delle poderose botte di coppia che arrivavano al volante, per andar dritto durante le partenze più grintose erano necessarie le braccia di Hulk Hogan. La cosa interessante è che, magia del marketing, questa auto non aveva nulla a che fare con Carroll Shelby il quale intascava assegni dalla Chrysler solo per permetter loro di utilizzare il suo nome a fini puramente commerciali, figata. Commercializzata in Europa come Chrysler GS Turbo II – vi comunico questa informazione casomai vi venisse voglia di procuarvene una –, questa macchina divenne realmente interessante quando, nel 1987, Chrysler divenne, al termine di numerose vicissitudini che oggi sono parte della leggenda, proprietaria di Lamborghini.

Anno del signore 1987, a seguito di diverse vicissitudini e al termine di quella che chiamiamo “parentesi Mimram” (ovvero quella parentesi durata circa 6 anni, dal 1981 al 1987, durante i quali la Lambo fu di proprietà dei due fratelli Patrick e Jean-Claude Mimran, raccontiamo tutta la storia su DI BRUTTO Volume 6, corri a prenderne uno QUI), la Lambo viene acquisita dalla Chrysler, all’epoca in gran spolvero grazie al successone della sua piattaforma K (su cui erano basate una marea di auto alcune delle quali di grandissimo successo, sia un Usa che nel resto del mondo). Ecco allora che, fra i vari programmi della Chrysler – fra cui lo sviluppo della piattaforma LH sulla quale sarebbe dovuta nascere anche una particolare Lamborghini Portofino, una grossa quattro posti che è la cosa più anni ’90 che vedrai oggi –

Chrysler Portofino Concept Vehicle. 1988. (91009.10)

fu abbastanza immediato che a qualcuno venisse in mente di unire i due mondi infilando il grosso V8 della Lamborghini Jalpa fra i passaruota anteriori della nostra beniamina del giorno, la Dodge Daytona. Nasceva così un’auto assurda a partire dal nome: Dodge Decepticon, con chiaro riferimento ai cattivi dell’universo Transformers.

Così, mentre all’interno degli stabilimenti Chrysler si iniziava a pensare alla Viper, prendeva forma la più folle delle Daytona: il nuovo motore, posizionato in posizione anteriore trasversale, scaricava la sua potenza – doppia rispetto ai motori che la macchina ospitava di solito – su un cambio manuale a 5 rapporti e, da lì, su tutte e quattro le ruote grazie ad un innovativo sistema di trazione integrale a giunto viscoso sviluppato dalla Lotus, necessario per tenere a bada i 250 cv italiani, alimentati da una bella batteria di carburatori Weber ben visibili sotto la grande presa d’aria posizionata in maniera lussuriosa sul cofano dell’auto. Degno di nota il fatto che il grosso motore non faceva nulla per nascondersi con l’auto che, se vista da di fronte, non può non far pensare a quella povera coppa dell’olio, posizionata a poco più di 5 cm da terra, pronta per prendere nei denti gradini, dossi, sassi e tutto quel che si può trovare a filo di asfalto.

Prego notare la coppa dell'olio nel riquadro con la vista laterale

Di questa follia su ruote ne venne costruito solo un esemplare, un glorioso prototipo funzionante e verniciato di nero utile per testare che il pacchetto potesse stare assieme tuttavia, per quanto sembrasse pronta ad affrontare con orgoglio e cazzimma il mercato delle sportive a trazione integrale che avrebbe imperversato a partire dai primi anni ’90 (specialmente in Giappone), la Decepticon si scontrò con il fatto che la fatica e l’ingegneria extra necessarie per incastrare il V8 della Jalpa nell’avantreno della Daytona distruggevano il potenziale produttivo della vettura, specialmente in un momento in cui la Viper era quasi pronta. Così, alla fine, con sommo dispiacere per noi appassionati di auto folli e strambe, la Decepticon rimase allo stadio prototipale, con la Chrysler che dirottò i fondi da un lato sulla Viper e, dall’altro, per quanto riguarda l’idea di avere a listino una sportiva a trazione integrale, su Mitsubishi, con cui collaborò per creare una versione a marchio Chrysler della neonata Mitsubishi GTO (3000GT in Europa), la non molto nota Dodge Stealth, auto decisamente particolare di cui, ne sono abbastanza sicuro, ne arrivò più di qualche esemplare in Italia.

Finisce così, con un unico strpitoso esemplare, la storia dell’auto con il nome più inutilmente altisonante del mondo, l’auto che pagava la SIAE a Carroll Shelby, l’auto che non conoscevate e che adesso, invece, conoscete. Ciao merde.

Articolo del 3 Marzo 2026 / a cura di Il direttore

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  • Mike Wolmots

    Si arrivarono in italia un bel pò di Dodge Stealth però non si ha un dato certo perchè erano tutte di importazione parallela. Non sono mai state vendute ufficialmente in Italia o in europa

  • Morgan

    Il regista della pubblicitá fumava roba buona senza alcun dubbio!

    • roberto

      veramente un cult anni 80 , un misto di top gun e miami vice, che ricordi !!

  • sergio prandelli

    La prima cosa che mi viene in mente dopo aver visto lo spot è che negli anni 80 la droga scorreva a fiumi…

  • Paulo

    Proprio un bel cancello, stà Dodge, non cè che dire.
    Visto con lo sguardo odierno, lo spot pubblicitario è veramente trashissimo!!!!…o, forse lo era anche negli ’80!

  • Questa analisi della Dodge Daytona e della folle parentesi Decepticon ci proietta in un’epoca in cui il marketing americano cercava disperatamente di mascherare la crisi d’identità delle proprie icone attraverso il “badge engineering” e nomi altisonanti. Il testo mette a nudo una verità scomoda: negli anni ’80, per vendere una trazione anteriore derivata da una piattaforma economica, il gruppo Chrysler dovette scomodare l’intero pantheon dell’automobilismo, da Shelby a Daytona, finendo per creare un oggetto che era l’esatto opposto della filosofia muscle car originale.

    Il vero valore di questo racconto risiede però nel momento in cui l’assurdo diventa ingegneria pura. Il prototipo Decepticon rappresenta il crossover definitivo di un’era di eccessi, dove l’acquisizione di Lamborghini da parte di Chrysler non portò solo a strategie finanziarie, ma al tentativo quasi fumettistico di infilare un V8 trasversale italiano in un corpo vettura nato per il risparmio. È affascinante notare come la coppa dell’olio a soli cinque centimetri da terra sia la metafora perfetta di quell’esperimento: una meccanica nobile e raffinata costretta a convivere con i limiti fisici di un’auto popolare, rischiando letteralmente di frantumarsi al primo ostacolo del mondo reale.

    Il passaggio dalla Shelby Z, che usava il nome del texano come puro feticcio commerciale, alla Decepticon a trazione integrale integrale sviluppata con Lotus, segna il confine tra la finzione del marketing e l’ambizione tecnica. Sebbene la Viper abbia poi giustamente cannibalizzato le attenzioni del gruppo, la Daytona con il cuore della Jalpa resta il testamento di un momento storico irripetibile, in cui si credeva sinceramente che un mix di componenti eterogenei potesse sfidare l’ascesa delle sportive giapponesi. Alla fine, questa vettura non è stata solo un’auto brutta o strana, ma il tentativo più estremo di dare una dignità esotica a un pianale che, senza quel V8 e quel nome da cattivo dei cartoni animati, sarebbe svanito nel dimenticatoio della storia automobilistica.

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