Motosilurante Tupolev G5, fast and furious

de Roberto Orsini

Chi non ha mai giocato alla battaglia navale? Dal più rustico foglietto di carta piegato alla più sofisticata versione elettronica, tutti l’abbiamo amata. E fondamentalmente tutti abbiamo imparato una cosa: inversamente da quanto succede tra i flutti, non è la portaerei o la grossa corazzata che può farti vincere, ma quel losco e infame battello che occupa due o peggio ancora un solo posto nella griglia.

B3… Acqua! Uno dei giochi cult negli uffici statali nelle infanzie di tutti

Quelli che non trovavi mai e che se avevi culo, potevano farti portare a casa la partita anche se l’avversario ti aveva affondato tutti i pezzi grossi. Bene oggi parleremo proprio di loro, ovvero le torpediniere o motosiluranti, in particolare di quello nato sotto l’egida della falce e martello: il (o la) Tupolev (!) G5

È un motoscafo! No! È un sottomarino! No! È la Tupolev G5!

Il concetto di torpediniera è molto semplice: un battello piccolo e veloce con il quale avvicinarsi alle grandi navi, sganciare un paio di suppostoni (che andranno con altissima probabilità a bersaglio data la vicinanza) e svignarsela zigzagando a tutta velocità. Essendo piccole, veloci e basse sull’acqua queste imbarcazioni sfuggivano con facilità alle difese della nave e quando riuscivano ad avvicinarsi a corazzate e incrociatori grandi dieci volte tanto potevano essere micidiali. Praticamente una soluzione più economica e pratica del sommergibile, ottima specialmente per operazioni sotto costa.

Immaginate una grossa e lenta corazzata o portaerei attaccata da una ventina di questi battelli che potenzialmente potevano mettere a segno almeno 40 siluri. Come un elefante attaccato da un branco di leoni, può farne fuori qualcuno ma è destinato a soccombere o comunque ad uscirne molto malconcio.

uno messo bene e il gioco è fatto

L’idea di torpediniera venne agli Inglesi ben prima della prima guerra mondiale. Vararono infatti la HMS Lightning nel 1876, seguiti più o meno convintamente dalle altre nazioni. L’introduzione di questa classe di natanti provocò una piccola rivoluzione. Ora infatti le grandi navi dovevano essere riprogettate dotandole di armamenti in grado di affrontare la nuova minaccia. Erano comunque barche non proprio piccolissime e spinte da motori a vapore, il che non è il massimo se vuoi avvicinarti quatto quatto sorprendendo l’avversario.

Ma fu con il progredire della tecnologia navale e soprattutto con la disponibilità di motori a combustione interna potenti e compatti che il concetto di motosilurante venne sviluppato ampiamente prima della seconda guerra.

Ora immaginatevi un incontro tra i capi delle marine delle varie nazioni.

Alla riunione c’erano un inglese, un italiano, un tedesco e un russo (vabbè pure un americano e un giapponese ma lasciamoli stare sennò poi non finiamo più) che discutevano su come fare una barca lanciasiluri.

L’inglese con la sua flemma butta in acqua un battello dal disegno abbastanza convenzionale e lungo 22 metri (70 piedi). Ci schiaffa dentro 3 motori 18 cilindri a W Isotta Fraschini Asso (erano buoni a fare le barche, meno i motori e quindi li compravano da noi) da 47 litri e spicci e 900 cv l’uno, ideali per poter viaggiare a 40 nodi. La armano con 2 tubi lanciasiluri da 21 pollici posizionati sui bordi, bombe di profondità, mitragliatrice Oerlikon da 20mm e lo chiamano Vosper. Niente di che ma corre abbastanza e tiene bene il mare.

Una Vosper inglese con uno dei due tubi lanciasiluri in bella vista

Arriva l’italiano, vede quello che ha fatto l’inglese e con strafottenza dice: “Ahò inglè, io i MAS li so fa mejo de te! C’hai messo 3 motori? Allora io ce ne metto 4!” e sbam! Ecco qua due autarchici motori W18 Isotta Fraschini Asso (pure lui), in versione però da 1000-1150 cv (a 1600 giri/min). Come se non bastasse sbadabam! Gli mette in serie 2 motori Alfa Romeo da 70 cv. Oltre a contribuire alla prestazione massima, funzionando insieme agli Isotta Fraschini, questi potevano essere svincolati e usati autonomamente. Una bella paraculata per poter effettuare losche missioni di avvicinamento silenzioso o viaggiare di conserva con un una eccellente autonomia. Poi due bei silurotti da 41 cm e una sola (soluzione un po’ micragnosa) mitragliatrice Breda da 20mm.

Isotta Fraschini Asso 1000 Orgoglio italiano

Lo scafo lungo dai 17 ai 18 metri (a seconda delle versioni) e largo 4.70, con carena a singolo scalino, permette una velocità di 48 nodi, più veloce dell’inglese ma di contro tiene peggio il mare. Erano nati i MAS serie 500.

Un MAS 500, la classe non acqua

È la volta del tedesco: “Noi in crande Germania fare torpediniere più meglio di tutti!”. In effetti non era una fregnaccia. Le loro torpediniere chiamate S-boot o Schnellboot erano declinate in vari modelli. Il top era rappresentato dalla classe S-38 (e sottoclasse S-38b) a detta di molti esperti navali un vero capolavoro. Paragonare le loro S-boot alle altre era come paragonare una Mercedes S600 W140 ad una 164 o ad una Rover Vitesse. Mentre gli altri battelli avevano un range di azione piuttosto ridotto per via della loro non proprio eccellente tenuta al mare mosso, le barche tedesche potevano fare di tutto, inoltre erano ben costruite e soprattutto eccellentemente armate.

Costruite dai cantieri Lürssen avevano uno scafo lungo ben 34.94 mt e largo 5.28, tutto in legno con ordinate in alluminio e paratie in acciaio. La motorizzazione era affidata a ben tre MB-511 Diesel a 20 cilindri a V, no dico venticilindriavvù! Dotati di compressore meccanico scatenavano 2200-2500CV ognuno, per un totale di 6600-7500 equini vapore.

Caricavano dai 4 ai 6 siluri (contro i 2 degli avversari) e come ciliegine sulla torta c’erano un cannoncino da 20mm, una Flak da 40 e due Mg 34 binate su affusto (tutto insieme eh! No o uno o l’altro). Cotanta meraviglia filava a 40-41 nodi e non temeva il mare grosso.

Una S-Boot tedesca, notare i tubi lanciasiluri integrati

Ad un certo punto tutti si voltano verso il russo che ridacchiava sotto i suoi baffoni. “Tovarisch” esordisce, “Noi in grande madre Russia siamo così bravi a fare battelli che mica li facciamo fare agli ingegneri navali no no troppo facile… facciamo fare a nostri ingegneri di aerei!”

Tutti prima scoppiarono a ridere, poi l’inglese esclamò “Really!?”, il tedesco “Per la barba di Odino!” e l’italiano “Ahò toglieteje la vodka a questo!”

Può sembrare una barzelletta ma fidatevi che probabilmente è andata così! Sennò non si spiega.

Intorno agli anni 30 il governo russo indisse vari bandi per rinnovare gli armamenti. Tantissimi puntarono al campo dell’aviazione. Un settore in grandissima evoluzione e che prometteva lauti guadagni ma dove la concorrenza era ai massimi livelli.

Il comparto marittimo, probabilmente per il suo scarso appeal economico, invece venne schifato dai più. Fu così che Il signor Tupolev, si proprio quello degli aeroplani che cominciano per TU, a cui avevano appena silurato (per restare in tema) il progetto di un idrovolante, pensò bene di raccattare qualche rublo buttandosi sulla cantieristica navale.

Andrei Nikolajevic Tupolev

Adesso facciamoci una domanda: secondo voi uno che progetta aerei quanto può capire di barche? Almeno quanto Homer Simpson capisce di energia nucleare nuculare.

Le premesse per un disastro annunciato ci sono tutte. Tupolev dall’alto della sua ignoranza marittima, pensò che alla fine un idrovolante non è altro che una barca con le ali (sigh). Convinto di ciò prese la carena planante del suo aereo appena bocciato e la trasforma in uno scafo lungo 17 metri e largo 3.30. Al centro ricava 2 angusti spazi per un mitragliere (che si poteva sollazzare con una doppia calibro .50) e per la cabina di guida. A poppa piazza due scivoli stile Aquafan per due siluri da 53 cm e come motorizzazione pescò in quello che aveva in casa. Vennero fuori un paio di bolscevici Mikulin GAM-34. Questi ignorantissimi V12 a 60° da 45.5 litri già usati sui suoi aerei non erano male e furono adattati alle esigenze navali. Inizialmente erogavano 860 cv l’uno, ma già nel 1939 furono migliorati per arrivare a dare 1000 cv.

A vederla la barca era una figata, bassissima sull’acqua, sembrava un piccolo sommergibile in emersione e poi filava #dibrutto: un prototipo per la valutazione coi motori pompati si dice a 1200cv cadauno (spie capitaliste vociferavano che fossero alimentati a vodka e bambini) raggiunse l’impressionante velocità di 62 nodi! Il modello di serie pur addomesticato e armato comunque faceva 50-55 nodi (col mare piatto). Una scheggia rispetto alla concorrenza.

in evidenza lo scafo planante

Sembrava davvero un piccolo sommergibile

 Notare il kilometrico tubo di scarico necessario per passare il fonometro alla revisione

Vi domanderete quindi cosa ci fosse quindi che non andava. Semplicemente TUTTO!

Il disegno dello scafo dava seri problemi di navigazione, bastava un mare forza 2 per far vedere i sorci verdi all’equipaggio. Con onde forza 3 poi la barca era già quasi ingovernabile. Quindi la sua usabilità era ridotta a operazioni lungo costa e con mare non troppo agitato. In pratica aveva il raggio d’azione di un pattino. Bastava ragionare prima che un idrovolante sull’acqua ci si appoggia e galleggia ma non ci naviga. Però faceva 55 nodi!

Il duralluminio di origine aereonautica usato per lo scafo a posto del legno o dell’acciaio, oltre ad essere poco resistente, si corrodeva facilmente a contatto con l’acqua marina. Però faceva 55 nodi!

La coperta era curva e liscia, senza appigli o protezioni. In navigazione col ponte fradicio impediva ai marinai di camminarci sopra sereni. Quando gelava poi diventava una trappola mortale. Però faceva 55 nodi!

Si sente chiaramente l’uomo a prua inveire contro l’ammiraglio Tupolev

Le postazioni del mitragliere e del pilota erano scoperte e si inondavano al minimo spruzzo d’acqua, la barca inoltre non aveva posto per un eventuale trasporto truppe o materiale quindi, quando capitava, quei disgraziati dovevano essere alloggiati sopra i siluri o nei loro scivoli , con appigli precari e ed esposti alle intemperie. Però faceva 55 nodi!

doccia in arrivo

Gli scivoli dei siluri all’evenienza lo spazio poteva diventare bagagliaio o alloggiamento truppe

Il metodo di lancio dei siluri poi era un’altra furbata. Come nel nostro M.T.S.M.A. (Motoscafo Turismo Silurante Modificato Allargato) un mezzo d’assalto usato dagli incursori della Regia Marina italiana, bisognava dirigere la barca verso il bersaglio, far scivolare il siluro in acqua e virare subito, prima che la torpedine invertisse il senso di rotazione delle eliche e puntasse in avanti. Il tutto ad una velocità minima di 17 nodi necessari a togliersi dalle balle ed evitare di ritrovarselo nel didietro con ovvie conseguenze. Ma faceva 55 nodi!

Forse estasiata proprio dal fatto che la barca era velocissima, spinta dall’arroganza dei vertici militari convinti di fare le barche migliori del mondo, e unta da chissà quante bustarelle, la commissione chiuse un occhio, anzi tutti e due, e diede luce verde alla produzione. Ne vennero prodotte circa 292 che fecero comunque il loro dovere operando in tutti i teatri dove navigò la flotta russa e portando a casa risultati nemmeno così deludenti. Degna di nota la sua evoluzione verso la fine del conflitto con due torrette di mitragliatrici, una a prua e una a poppa e una rastrelliera per 24 razzi da RS-82 da 82mm (gli stessi dei lanciarazzi Katjuša) posizionata sopra la cabina ottimi per fare la messa in piega al pilota.

pronti per la messa in piega?

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5 commenti

firuzza63 20 Aprile 2022 - 12:21

non ho ben capito se faceva i 55 nodi! :-D bell’articolo!

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Briansean13 20 Aprile 2022 - 13:30

Interessante, soprattutto doce viene indicata la velocità dei 55nodi. Una figata, l’ingegno Russo non si smentisce mai, pionieri dell’economia circolare.

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Franco 20 Aprile 2022 - 17:29

Probabilmente i sovietici hanno eliminato i difetti vietando le onde se in acqua c’era un g5 a 55 nodi

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Paolo sporting 23 Aprile 2022 - 22:30

Se non erro, filava a ben
c i n q u a n t a c i n q u e nodi

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Manfredi Girolamo Sparti 27 Aprile 2022 - 12:04

Beh, con l’ ovvia premessa che trattasi di guerra, e quindi è meglio primeggiare nei campionati di motonautica, vorrei ricordare che noi durante la prima guerra mondiale abbiamo affondato una corazzata ai simpaticissimi ( vabbè) austriaci, e durante la seconda guerra mondiale un incrociatore ( il Manchester), agli inglesi con una ” barca” copiata da quelle Jugoslavi classe Orjien che altro non erano che delle schnellboote tedesche costruite su licenza ma con motori a bey Maybach.

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