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Corazzate classe Yamato, l’orgoglio del Sol Levante

de Paolo Broccolino

Siamo nel 2199, il pianeta Terra è stato attaccato dalle forze Gamilon e devastato da un bombardamento di asteroidi radioattivi, la vita sulla superficie è ormai impossibile e gli oceani sono evaporati, la razza umana sopravvive solamente nel sottosuolo.

Improvvisamente giunge insperato l’aiuto di una sconosciuta Regina Starsha del pianeta Iskandar: la regina ha inviato i piani per la costruzione del motore ad onde moventi con il quale i terrestri potranno raggiungere il suo pianeta nella nube di Magellano e ritornare indietro con il Cosmo DNA, uno strumento capace di salvare la Terra ormai condannata.

La razza umana, che ha perso quasi tutte le navi nelle battaglie con Gamilon, appronta un’ultima corazzata spaziale in segreto sfruttando un relitto sul fondo del mare prosciugato, ma non si tratta di un relitto comune: è la Yamato, la più grande corazzata mai costruita.

Dal relitto della Yamato…

…risorge la “Corazzata Spaziale Yamato”. La scena è memorabile, mentre i pezzi della vecchia corazzata cadono, dal suo interno una nuova astronave prende vita e decolla pronta ad affrontare Gamilon con il suo insuperabile cannone ad onde moventi.

Stiamo ovviamente parlando dell’anime giapponese “Corazzata Spaziale Yamato”, in Occidente più noto come Star Blazers, cult assoluto trasmesso in tre stagioni in Giappone a partire dal 1974 e oggetto di diversi remake e un recente film.

– Il cannone ad onde moventi in un’immagine dell’anime originale, un cult nel cult –

E’ improbabile che non vi siate mai imbattuti in questo anime, ma forse non sapete che molti dei concetti portanti che sono alla sua base sono effettivamente presi dalle circostanze storiche e da ciò che la vera Yamato ha rappresentato per il Giappone durante la Seconda Guerra Mondiale.

Il cannone invincibile, il ruolo di ultima salvatrice e un equipaggio pronto all’estremo sacrificio: tutto questo non è altro che la sintesi di quello che davvero la Yamato ha rappresentato per il Giappone belligerante. Non è un caso che il nome stesso “Yamato” significhi proprio “Giappone” in antico giapponese.

Facciamo un salto indietro, dal 2199 al 1904, anno nel quale, nell’ambito della guerra russo-giapponese, si svolge la Battaglia di Tsushima, evento che segna la fine delle tradizionali battaglia navali e l’inizio dell’era dei “grandi cannoni.

In questa battaglia il Giappone, guidato dall’ammiraglio Tōgō Heihachirō sgomina l’intera flotta russa e ottiene la vittoria che darà origine alla teoria del “Kantai Kessen”, pressappoco traducibile come “Battaglia decisiva della flotta navale”; il Giappone continuerà ad aspirare ad un replica di questo successo, basando molte delle sue scelte strategiche su questo evento.

Le conseguenze non si limitano al Giappone, per la prima volta si sono fronteggiate moderne flotte di corazzate in acciaio e la radiotelegrafia svolge un ruolo di fondamentale importanza; le conseguenze per la strategia navale saranno pari o superiori a quella della battaglia di Trafalgar.

Prima della guerra russo-giapponese le corazzate erano armate con batterie miste di cannoni principalmente da 6 pollici (152 mm), 8 pollici (203 mm), 10 pollici (254 mm) e 12 pollici (305 mm), con l’intento di combattere sulla linea di battaglia in un’azione di flotta decisiva e ravvicinata. La battaglia di Tsushima dimostra che la velocità della corazzata e cannoni di grande calibro e lunga gittata sono il futuro della marina.

Solo un anno dopo vedrà la luce la prima nave interamente concepita su questo principio, la mitica Dreadnought di cui parliamo diffusamente nell’articolo sulle corazzata classe Iowa (vi consiglio fortemente la lettura per capire la genesi delle corazzate moderne).


– La “Mikasa”, ammiraglia giapponese a Tsushima (è conservata nell’omonimo museo). Notate il giglio imperiale a prua. –

Dicevamo, forti di questa vittoria gli Ammiragli giapponesi impostano la strategia degli anni seguenti portando all’estremo le lezioni imparate in quell’occasione, quindi grossi calibri, navi capaci di gestire un grande scontro navale ed eccellenza della preparazione degli equipaggi.

Tutto questo porta a due conseguenze fondamentali: il Giappone, come anche la Gran Bretagna, sottovaluterà l’importanza delle portaerei nello scenario degli anni ’30 e punterà su corazzate e incrociatori “tradizionali”.

C’è però un problema, il nemico che si sta prefigurando dall’altra parte dell’atlantico (gli USA) ha una potenza industriale enorme (tralasciamo i trattati che non rispettava nessuno) e in caso di guerra potrà realisticamente schierare un numero doppio di navi. Gli ammiragli giapponesi evolvono quindi una strategia che prevede il logoramento del nemico lungo la strada per il Giappone con tattiche di guerriglia e uso di portaerei, viste quindi con un ruolo tattico e non strategico.

Se durante l’avvicinamento i Giapponesi fossero stati capaci di ridurre almeno al 70% le forze prima dello “scontro finale”, erano certi di poterlo vincere utilizzando navi talmente superiori da ingaggiare ciascuna almeno due navi di pari categoria.

Nasce così l’idea di una supercorazzata, qualcosa di così grande e potente che possa tenere testa in battaglia ad almeno due corazzate americane: in segreto il Giappone ne inizierà costruire tre: la Yamato, la Musashi e la Shinano, quest’ultima convertita in corso d’opera in portaerei.

Questa foto, scattata duranti i collaudi in mare, è considerata la migliore disponibile dell’intera Yamato

Unica immagine della Yamato (primo piano) e della Musashi insieme

I Giapponesi, che in quest’articolo non mi sento di chiamare Jappi come al solito, avevano creato intorno alle loro navi un alone di segretezza incredibile, ancora oggi le foto disponibili sono pochissime e praticamente nessuna riguarda la loro costruzione. Molti di coloro che le hanno progettate non hanno mai visto il disegno generale, ma gli è stato indicato di fare specifiche sezioni o specifici particolari, mentre i cantieri di operai-schiavi, con turni impossibili, erano circondati da muri e c’era la fucilazione immediata per chi fosse stato sorpreso a parlarne.

Quando i Giapponesi ci si mettono, le cose le fanno precise e, sebbene il progetto risalga al 1937 e le navi siano state varate nel ’40, ancora dopo averla affondata gli occidentali non avevano compreso né il dislocamento (65.000 tonnellate a secco) né il calibro delle batterie principali, ritenute da 16″ (406 mm,) come quelle della classe Iowa.

Yamato vista da poppa durante le fasi finali dei lavori

A questo punto direi che superata la fase Otaku (quella da nerd appassionato di manga), quella di contestualizzazione storica e fatta anche un po’ di intro credo sia arrivato il momento di goderci un po’ le più grandi corazzate mai costruite, proprio a partire dai loro numeroni.

Iniziamo dalle dimensioni: in molti, soprattutto i maschi, dicono che non sono importanti, ma quando devi installare la potenza bellica di una comune flottiglia, hanno un loro perché.

Visto che abbiamo recentemente parlato dell’Iowa il confronto non può che venire spontaneo, quindi vi risparmio il doppio tab del browser e vi riporto i dati io.

Classe Yamato

Nell’angolo orientale il lottatore di sumo Yamato fa segnare 263 metri di lunghezza per 38,9 di larghezza a fronte di un dislocamento finale a pieno carico di 73.000 tonnellate

Nell’angolo occidentale il peso massimo della boxe Iowa, con la chiglia colorata a stelle e strisce come i pantaloni di Apollo Creed, esibisce un lunghezza che non mette in imbarazzo, 271 metri, ma cade su larghezza 32,9 e soprattutto dislocamento con 52.000 tonnellate a pieno carico.

Classe Iowa

Le dimensioni non sono l’unica misura dove le Iowa escono perdenti, ma una precisazione va fatta subito per non metterle in imbarazzo: le corazzate americane erano limitate dalle dimensioni del canale di Panama, soprattutto in larghezza: potete ben capire che non potevano doppiare Capo Horn ogni volta che venivano spostate dal fronte Atlantico a quello Pacifico.

Anche la lunghezza delle Iowa è un parametro importante e contribuisce non poco al fatto che raggiungessero velocità pazzesche (33 nodi e oltre con 212.000 cv), mentre le Yamato si fermavano a “soli” 27 in ragione di delle loro dimensioni e di un apparato motore a quattro turbine da “soli” 150.000 cv.

La Yamato è la più grande, la Iowa la più veloce, ma quando si tratta di menare le mani, chi fa più male?

Se guardiamo alla forza bruta non c’è scampo, le Yamato montano tre batterie da tre cannoni da 18″, le più grandi mai viste su una nave da guerra. Traducendo in mm. siamo a 460, sostanzialmente bordate da quasi mezzo metro di diametro e 1,4 tonnellate di peso: sparate potenzialmente a 42 (QUARANTADUE) km di distanza.

L’immagine sopra tanto per farsi un’idea della differenza tra 16″ e 18″. Per la cronaca la Bismarck e il nostro Roma stavano a 15″, abbastanza da provare ad ingaggiarsi con le altre due.

C’è un’altra categoria dove il nostro lottatore di sumo è davvero imbattibile: il 33% del peso della Yamato è corazza, non è uniformemente distribuita, ma va a formare una “cittadella” corazzata e protegge altri organi essenziali (es. timone).

Tanta corazza nella cittadella, poca nel resto della nave

La cintura principale esterna misurava 410 mm (Iowa 307 mm) ed era inclinata verso la chiglia per aumentarne lo spessore sugli angoli tipici di impatto, il ponte arrivava a 430mm (non riporto Iowa perché il confronto è complesso) e il frontale dei cannoni raggiungeva la strabiliante misura di 660mm (Iowa 439 mm), anche in questo caso fortemente inclinata.

– Corazza laterale e contro-carene per i siluri –

A questo punto la domanda è inevitabile, chi vincerebbe un incontro di arti marziali miste tra il nostro lottatore di sumo e il il peso massimo americano? Documentandovi troverete le teorie più disparate, cercherò di farvi una sintesi e dare una mia interpretazione:

A favore della Yamato giocano:

  • Potenza di fuoco superiore per calibro e bocche da fuoco
  • Corazzatura vitale superiore
  • Gittata leggermente maggiore

A favore della Iowa giocano:

  • Velocità superiore
  • Radar più avanzato e preciso
  • Probabile sistema di tiro più avanzato


– In cima alla torre della Musashi si nota il telemetro ottico principale e sopra di esso un radar abbastanza primitivo –

Ora, prima di spingerci oltre, occorre precisare che uno scontro uno contro uno in un “ring marino” è un’ipotesi anti-storica, entrambe si spostavano sempre con una flotta di supporto e soprattutto l’Iowa godeva di copertura aerea, ma tralasciamo tutto e buttiamole nel ring.

A distanza media e ravvicinata non ce n’è: la Yamato ha un potere di penetrazione della della corazza superiore e può trapassare la Iowa quando quest’ultima può farlo solo parzialmente (es. solo da sopra, ma non di lato), inoltre le scoppole da 18″ fanno davvero male e i Giapponesi erano pure addestrati a mirare al galleggiamento.

Il problema per la Yamato è che la Iowa, forte della sua superiore velocità, può decidere o meno di ingaggiare l’avversario: allontanarsi se necessario, magari ingaggiare di notte e sfruttare una maggiore di precisione di tiro.

In estrema sintesi, diciamo che nello scenario “Kantai Kessen”, sostanzialmente una mischia navale senza sommergibili e aerei, la Yamato avrebbe fatto il suo sporco lavoro, ma nell’uno contro uno probabilmente avrebbe vinto l’Iowa.

“Probabilmente”, soprattutto perché, come insegna la Hood, in queste battaglie un singolo colpo mirato con un certo fondoschiena (non sono cannoni laser, hanno un raggio di dispersione di decine di metri) poteva concludere immediatamente la partita.

La Bismarck colpisce un deposito munizioni della Hood e questa esplode, sopravvivono solo in tre

Purtroppo per i Giapponesi le condizioni del campo di battaglia non furono mai dettate da loro e non ci fu nessun combattimento sul ring, lo scenario di guerra era tragicamente dettato dal disastro di Midway dove i Giapponesi avevano perso quattro portaerei nonché la maggior parte dei loro piloti esperti. Da quel momento gli americani dettarono le loro regole di ingaggio e goderono di una totale supremazia aerea sul pacifico: addio quindi al ring a due.

Gli ammiragli della vecchia guardia giapponese tentarono di giocarsi la carta del “Kantai Kessen” attirando gli americani in quella che doveva essere la battaglia decisiva e che in effetti fu il confronto marino più significativo della Seconda Guerra Mondiale e probabilmente il più grande di sempre per  dislocamento totale: La Battaglia del Golfo di Leyte nelle Filippine.

Dunque, raccontare i dettagli di questa battaglia in un paragrafo su Rollingsteel è oggettivamente complicato, per altro si tratta in realtà di più scontri, consiglio comunque agli appassionati di cercarsi un buon libro perché vale la pena. Ad ogni modo, per farla breve, diciamo che i Giapponesi tentarono una manovra a tripla tenaglia (da sopra, da sotto e dal centro), ma la copertura fornita agli americani da aerei e sottomarini vanificò quasi tutti i propositi di sorpresa.

I uno dei primi scontri il nucleo principale di forze dell’ammiraglio Kurita che comprende Yamato e Musashi viene sorpreso ripetutamente da notevoli forze aree (molte provenienti dalla Intrepid che potreste avere visto a New York) che concentrano i loro colpi proprio sulla Musashi. Il lottatore di sumo incassa colpi su colpi, ma è come un leone accerchiato dai calabroni: sarà colpito da almeno 19 siluri e 17 bombe prima di gettare la spugna e capovolgersi.

Yamato (dovrebbe essere quella in basso) e Musashi effettuano manovre evasive

La Musashi fortemente appruata e ormai in fiamme schiva di poco una bomba

L’elica destra del relitto della Musashi

Ciò che resta del crisantemo imperiale che adornava la prua della Musashi.

La Battaglia del Golfo di Leyte si tramuta per il Giappone in un grande disfatta, gli americani commettono degli errori, ma la flotta giapponese superstite non rappresenta più un minaccia e molti ammiragli giapponesi confermeranno di avere perso ogni speranza quel giorno.

La Yamato ha messo a segno qualche colpo, principalmente con la sua artiglieria secondaria (comunque di rispetto) e torna a casa danneggiata, resterà in porto per riparazioni fino alla sua ultima missione: l’operazione Ten-Go.

Si trattava di sostanzialmente di una gigantesca missione kamikaze nella quale la Yamato avrebbe dovuto arenarsi sulle coste di Okinawa e fungere da postazione di artiglieria devastante e inaffondabile. La leggenda dice che la nave e la sua piccola scorta non avessero carburante per il ritorno, il carburante era prezioso e vi lascio immaginare quanti chilometri faceva la Yamato con un litro, ma le testimonianze dicono che gli operatori del porto disubbidirono agli ordini caricando tutto quello disponile.

Scusate, ho cambiato idea, non vi lascio immaginare nulla: sono andato a vedermelo e in base ai dati che ho trovato (stimati 0,75 tonnellate/miglio a 19 nodi), la Yamato faceva 0,0024 km. (2,5 m.) con un kg di carburante. Considerando che a velocità massima i consumi probabilmente quadruplicavano, diciamo che era meglio non avere il piede pesante.

Torniamo all’operazione Ten-Go: gli americani avevano ormai il controllo totale del cielo e del mare e non passò molto prima che la Yamato fosse avvistata. L’ammiraglio Spruance ordinò ad una flottiglia composta principalmente dalle corazzate “riesumate” dopo Pearl Harbour di attaccare, ma la Task Force 58 comprendente 8 portaerei, lanciò su iniziativa dell”ammiraglio Marc Mitscher una attacco massiccio con quasi 400 aerei.

Marc Mitscher ci ha privato della possibilità di raccontare uno scontro navale epico, ma ci consoliamo pensando che probabilmente ha salvato molte vite (americane).

Gli aerei americani erano attrezzati con bombe e siluri, questi ultimi venivano sempre sganciati sul lato sinistro delle navi per aumentare le possibilità di capovolgimento. Le 150 bocche da fuoco della Yamato, compresi i cannoni da 460 armati con speciali proiettili anti-aerei (tipo flack) nulla poterono contro così tanti aerei; durante la terza ondata, la nave iniziò ad imbarcare acqua sbandando e i tentativi di riequilibrarla con allagamenti controllati portarono al sacrificio di centinaia di marinai bloccati nei compartimenti.

La Yamato, appruata, sbandata ed in fiamme poco prima della fine

A meno di due ore dall’inizio dei combattimenti, dopo non meno di 13 siluri e 10 bombe a segno, la Yamato getta la spugna, si ribalta e pochi istanti dopo esplode generando un fungo alto almeno 6 km.

Il gigantesco fungo dell’esplosione

Il relitto della Yamato è stato scoperto nel 1982, mentre quello della Musashi nel 2015 da Paul Allen, co-fondatore di Microsoft.

Entrambi sono in pessime condizioni perché le navi sono affondate con la stessa modalità: capovolgimento ed esplosione (quella della Musashi non era nota fino al ritrovamento). Purtroppo un’immagine evocativa dell’intero relitto ci è negata, ma la Yamato, oltre che nei cuori dei Giapponesi resta in quelli di tutti gli appassionati per la sfida tecnologica e l’ambizione del progetto.

Diorama del relitto Yamato

Per paragone, il relitto della Bismarck in una rappresentazione artistica: magnifico nella sua integrità

E la Shinano? Distrutta appena uscita dal porto in un trasferimento. Non era destino per queste tre, dovranno accontentarsi di restare nella leggenda… o nei manga con i loro cannoni a onde moventi.

E questi li hai letti?

7 commenti

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Marco Gallusi 8 Gennaio 2021 - 22:51

E pensare che tutto cominciò con “Tora Tora Tora!!”

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Giampaolo Rosignuolo 10 Gennaio 2021 - 22:23

La Battaglia di Leyte è descritta benissimo nella mia adorata enciclopedia MACH1… Ci ho lasciato il cuore e la gioventù su quelle pagine…

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Alberto DP 11 Gennaio 2021 - 21:19

Complimenti per l’articolo!

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Ander 12 Gennaio 2021 - 10:57

Bellissimo articolo. Una nota da storico navale:
“la Bismarck e la nostra Roma” -> “la Bismarck e il nostro Roma” dato che si usa il genere maschile per le navi militari

riferimenti:
https://www.marina.difesa.it/noi-siamo-la-marina/mezzi/forze-navali/Pagine/default.aspx
https://it.wikipedia.org/wiki/Wikipedia:Convenzioni_di_stile/Marina#Genere_linguistico_delle_navi

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Paolo Broccolino
Paolo Broccolino 12 Gennaio 2021 - 11:25

Grazie dell’interessante contributo, viene da chiedersi se andrebbe applicato anche ai nostri stranieri… perchè sarebbe allo “Lo Yamato”

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Carlo 22 Gennaio 2021 - 12:31

Ciao. Sono sempre molto affascinato dai racconti dettagliati ed appassionanti di Paolo. Vorrei sapere se è possibile avere un articolo, nel suo inconfondibile stile, sulla missione spaziale sovietica Voschod 2.

Grazie 1000
Un vostro caro appassionato.

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Paolo Broccolino
Paolo Broccolino 24 Gennaio 2021 - 22:29

Grazie! L’argomento è un po’ troppo specifico, ma ragiono sul un contesto dove inserirlo (magari le passeggiate spaziali in generale)

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