C’era una volta l’auto italiana. C’era una volta, perché ora non c’è più. Sta per morire, non manca molto, non è ancora successo ma succederà tra qualche anno. E la colpa di questo decesso non ha il nome di una costellazione e la forma di una fusione tra un gruppo industriale italoamericano e uno francese.
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No, la colpa di questo decesso ha radici lontane che affondano negli anni ottanta, quando c’era ancora la Guerra fredda, la globalizzazione non era ancora stata teorizzata, la lira era svalutata, quasi nessuno pagava le tasse e l’Italia si reggeva sulle tangenti e il lavoro nero. In quel periodo l’auto italiana ha vissuto i suoi ultimi anni ruggenti, prima di iniziare un lento, costante e inesorabile declino. Nello stesso periodo, altri marchi di altri Paesi hanno gettato le basi per diventare quello che sono ora: i padroni del mondo automobilistico. I tedeschi prima, i giapponesi subito dopo e i coreani più di recente, hanno iniziato a erodere quote di mercato, ad aumentare le vendite, a migliorare l’immagine dei loro marchi e a vincere nel motorsport. Insomma, hanno iniziato a fare tutto quello che serve per vendere auto in grande quantità, facendo profitti.


È tutto scritto nei numeri e i numeri non mentono mai. Ma come è potuto succedere? Come ha fatto l’Italia a dissipare un patrimonio motoristico senza eguali nel mondo? Non stiamo parlando della Gran Bretagna, le cui auto – tranne qualche eccezione di cui bastano solo due mani per tenere conto – hanno sempre fatto pena sotto quasi ogni punto di vista. No, stiamo parlando della terra dove sono nati i più bei sogni a quattro ruote della storia e anche alcune tra le auto più pragmatiche e razionali mai prodotte.


Stiamo parlando della terra dove nel Dopoguerra si costruivano i primi V12 in grado di cantare oltre gli 8.000 giri, mentre dall’altro lato delle Alpi si tentava di taroccare il motore del Maggiolino. Che cosa è successo, dunque? Per dirla in modo cinematografico “tutto quello che si poteva sbagliare è stato sbagliato” e la colpa non è solo di una persona – anche se sarebbe bello avere un capro espiatorio con l’orologio sul polsino, la “r” moscia e un amico americano – ma di un intera classe dirigente meschina e incapace, figlia di un Paese dove la parola “programmazione” si trova (si trovava) solo sulle guide TV.

Ma andiamo con ordine e torniamo ai mitici anni Ottanta, laddove la fine ebbe inizio. Nella prima parte della decade le cose, tutto sommato, andavano abbastanza bene. Fiat aveva modelli di successo – Panda, Uno, Tipo, Croma – e Lancia viveva il suo migliore periodo commerciale, seppure con vetture – Y10, Delta, Thema, Prisma – che tecnicamente si differenziavano poco o niente dalle Fiat. L’Alfa Romeo viveva gli ultimi fasti della piattaforma dell’Alfetta (75, 90, Alfa 6) e poi aveva le trazioni anteriori derivate dall’Alfasud (Arna e 33). Peccato che a causa del controllo statale attraverso l’IRI perdesse un sacco di soldi e così nel 1986, per evitare che finisse in mani estere (Ford) fu “regalata” alla Fiat. Maserati era alle prese con tutta la genia delle Biturbo – tra molti dolori e poche gioie – mentre la Ferrari se la cavava con la serie 308, la Mondial, la Testarossa, la 412 e le mitiche 288 GTO e F40. I numeri, guardando all’Europa, dicono che nel 1990 Alfa Romeo vendeva 200.000 auto all’anno, Fiat 1,3 milioni e Lancia 300.000.

la nostra recensione della Thema 8.32 QUI
Oggi, trenta anni dopo (i numeri sono aggiornati al 2019), Alfa è scesa a 54.000, Fiat a 630.000 e Lancia a 58.000. Sono più o meno 1,1 milioni di auto italiane andate in fumo in trenta anni e, si badi bene, in questo periodo il totale delle auto nuove immatricolate ogni anno in Europa è rimasto più o meno lo stesso, nell’intorno dei 14-15 milioni. Quel milione abbondante di auto, dunque, adesso lo producono e lo vendono altri brand. Brand che clienti hanno scelto al posto dei marchi italiani per motivi come appeal, affidabilità, convenienza, prestazioni, eccetera, ma a volte anche per totale mancanza del prodotto stesso. Dopo aver acquisito l’Alfa Romeo, infatti, il Gruppo Fiat non aveva più concorrenti in Italia, ma anziché sfruttare questa sinergia come punto di forza, ne ha fatto un punto di debolezza. Se i prodotti hanno retto nei confronti della concorrenza fino ai primi anni Novanta, da quel momento in poi è mancato tutto e anche quando ci sono state automobili potenzialmente allettanti sul mercato europeo (l’Alfa Romeo 156 sia un esempio per tutte) non sono mai state supportate nel modo giusto.

Per vendere le auto, infatti, servono azioni di marketing, affinché il pubblico le conosca, presenza sul territorio attraverso una rete di concessionarie, perché sappia dove comprarle, e adeguata assistenza post-vendita, cosicché il cliente resti fedele al brand. In Europa il Gruppo Fiat non ha mai avuto tutto questo nemmeno lontanamente e non ha mai neanche davvero tentato di crearlo. Così, dopo la caduta del Muro di Berlino e la creazione del mercato comunitario, l’auto italiana si è trovata di colpo impreparata ad affrontare la concorrenza estera.
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Un percorso di erosione di quote di mercato progressivo e inesorabile, che ha visto i brand italiani perdere il confronto con tutti gli altri: con quelli che nemmeno esistevano (Skoda, Hyundai e Kia), con quelli premium (Audi, BMW e Mercedes) che in trenta anni hanno più che raddoppiato le vendite e ovviamente con i rivali diretti (Ford, Opel, Peugeot, Renault e Volkswagen). I numeri sono impietosi e li abbiamo riassunti in questa tabella qui sotto. Basta guardarli per trarre le conclusioni.
|
BRAND |
1990 |
2019 |
|
ALFA ROMEO |
204.000 |
54.000 |
|
FIAT |
1.340.000 |
630.000 |
|
LANCIA |
300.000 |
58.000 |
|
AUDI |
369.000 |
740.000 |
|
SEAT |
314.000 |
505.000 |
|
SKODA |
29.000 |
745.000 |
|
VOLKSWAGEN |
1.406.000 |
1.757.000 |
|
BMW |
364.000 |
825.000 |
|
MERCEDES |
438.000 |
907.000 |
|
CITROEN |
639.000 |
627.000 |
|
FORD |
1.537.000 |
992.000 |
|
OPEL |
1.548.000 |
808.000 |
|
PEUGEOT |
1.079.000 |
968.000 |
|
RENAULT+DACIA |
1.315.000 |
1.633.000 |
|
NISSAN |
395.000 |
395.000 |
|
TOYOTA |
363.000 |
730.000 |
|
HYUNDAI |
—- |
547.000 |
|
KIA |
— |
488.000 |
Considerando questo scenario di partenza e ricordando follie da ricovero per manifesta demenza come l’invenzione del common rail e la successiva regalia, oppure la non produzione di auto come l’Alfa Romeo Kamal, che nel 2003 aveva inventato il SUV sportivo, è quasi un miracolo che Marchionne sia riuscito a salvare il Gruppo facendo il gioco delle tre carte – ricordate la mitica Dodge Dart? – con Obama. Al manager italo-canadese va dato anche atto di aver resuscitato la Maserati, di aver reso la Ferrari quello che è oggi e di aver fatto un tentativo, poetico quanto disperato, con l’Alfa Romeo. Se oggi esistono due auto come la 4C e la Giulia, il merito è suo. Ovviamente suo è anche il demerito di non essere riuscito a proseguire nell’opera, ma perlomeno ci ha provato e, del resto, avrebbe avuto bisogno di molto più tempo che, purtroppo, non ha avuto. Perché se è vero che “Nessuno aveva il poster della Passat in camera”, come disse Sergio, e se è vero – aggiungiamo noi – che negli anni Settanta l’Audi nemmeno esisteva, è vero anche che questi due brand tedeschi hanno passato decenni a sfornare prodotti, migliorare la loro immagine e vincere nel motorsport. E i risultati ora si vedono.

Oggi, quello che rimane dell’auto italiana – supercar a parte – sono una serie di piccole Panda di forme diverse – Abarth 595, Panda, Ypsilon – una orrenda Tipo che si vende solo perché costa poco, una 500X nata solo grazie alla gemella Jeep e le due Alfa a trazione posteriore/integrale. Ah si, c’è anche la 500 Elettrica, i cui destini sono tutti da decifrare. Tutto il resto è scomparso, anche un progetto incredibile come quello della 4C. La berlinetta del Biscione meriterebbe un capitolo a parte: la monoscocca in carbonio, il motore centrale, le forme da supercar e quel marchio sul cofano, avrebbero potuto trasformarla in un successo globale, una vera icona del made in Italy. Invece è stata trattata con fastidio, quasi come una presenza scomoda e lasciata morire dopo soli 6 anni. Uno scempio, un abominio. Pensate alla Lotus, che resiste da venti anni vendendo praticamente la stessa auto, fatta ancora di pannelli di alluminio incollati. E poi pensate a tutto quello che sarebbe potuto nascere intorno alla 4C, campionati monomarca, versioni GT3 e GT4, club, eventi dedicati, versioni più potenti e speciali. E invece? Niente.
In verità è meglio non pensarci, perché le due emozioni che si alternano sono rabbia e tristezza. Quelle di veder morire l’auto italiana. E poi c’è la nuova costellazione in arrivo. Quello che rimarrà dell’industria automobilistica italiana verrà prodotto su piattaforme francesi, in uno stabilimento polacco. Il destino delle altre fabbriche rimaste aperte in Italia è tutto da vedere e anche se i colletti bianchi hanno promesso che nessuno resterà a casa, sappiamo bene quanto valgono queste promesse. Infine, non bisogna dimenticare che la direzione sarà francese. Voi, se voi doveste chiudere una fabbrica, scegliereste di combattere con i nostri sindacati a colpi di mortadella o con dei gilet gialli incazzati che danno fuoco a tutto?
Vedremo.







Articolo bellissimo.
Vado a fumare una sigaretta e a piangere ammirando la 75 Turbo di un collega.
Adios
Quando lavori per un Boomer che nel 2021 non crede nel marketing, questo articolo diventa una conferma di quello che pensi già.
il Boomer che non credeva nel marketing purtroppo ha regnato in Fiat proprio negli anni 90.
Quando è andato via era uscita la Fiat come lui intendeva dovesse essere un’auto: la STILO.
E un bilancio finanziario paragonabile a quello che vide il comandante in seconda del Titanic un istante prima di pigliare l’iceberg.
E stanno vendendo iveco ai cinesi, in pratica vivremo di ricordi….
Rabbia.
Una grande occasione fu abbandonata quando fu messa sul mercato una grande auto che certamente richiedeva miglioramenti ma che era bellissima uscita dai prestigiosi stabilimenti della Pininfarina : Dino spider
e coupe’ Bertone.@
Tristezza immensa e tanta, tanta rabbia
Aggiungo una storiella.
6 anni fa io comprai per la moglie una Hyundai i20 GPL. Prezzo circa 12.000 €
Nello stesso periodo mio fratello acquista una Fiat 500 GPL per la moglie. Prezzo circa 17.000 €
6 mesi fa venduta la i20 con 120.000 KM su un acquisto del valore di 25.000 €. Valutata al ritiro circa 7000 €
Settimana scorsa venduta la 500 con 105.000 KM su un acquisto del valore di 22.000 €. Valutata al ritiro 4.900 €
Questo è il mercato.
Ma che bello questo articolo….come mi girano le ole però ….avevamo una nazione fantastica non abbiamo più una mazza ormai!!
condivido tutto l’articolo grazie per scrivere quello che tanti non vogliono sentire
purtroppo l’auto è solo una parte di questa morte
l’Italia è in de-industrializzazione irreversibile da ormai troppi anni
i primi segnali li abbiamo rilevati già nella prima parte degli anni 2000 con buona pace del 2008 e dei fratelli Lehman
noi proviamo a tenere botta !
Su RollingSteel ho letto articoli che mi hanno emozionato, fatto sognare….questo mi ha fatto piangere……. non fumo come Gabriel del commento soprariportsto…ma vado a fare un giro in paese dove si di trovare un paio d’ore FIAT (in maiuscolo) 128 ancora attive
Tutto (o quasi) tristemente vero. Ho sempre pensato le stesse cose sulla 4C, spezza il cuore. E mi fa infuriare sentire bimbiminkia che dicono “eh ma la elise…”, ma cosa, ignoranti…
Non solo solo d’accordo su quanto scritto su Marchionne “Al manager italo-canadese va dato anche atto di aver resuscitato la Maserati, di aver reso la Ferrari quello che è oggi”. No, lo aveva gia’ fatto Montezemolo, Neanche d’accordo sul definire la Tipo “orrenda”,
Purtroppo il settore delle auto è lo specchio del paese, un declino con poche possibilità di ripresa, tutto questo grazie a governanti appecoronati ai dittatori europeisti. Grazie sig. Prodi, per averci svenduto a Bruxelles per 30 monete, e per aver letteralmente Regalato un marchio storico come l’Alfa all’avvocato di Torino.
Senza il mercato unico europeo e senza la protezione della moneta unica l’industria italiana se la sarebbero mangiati i tedeschi già 20 anni fa. Piuttosto che fare le vittime sarebbe il caso di fare autocritica, l’industria dell’auto è lo specchio del Belpaese anche da questo punto di vista.
Marchionne ha fatto solo e soltanto quello x cui era pagato. Vendere la Fiat e arricchire gli azionisti (la famiglia) facendo gli spezzatini. Hanno preso contributi ,cassa integrazione e quelle poche auto sono andati a farle dove costava meno.
Ma vorrei dire un altra cosa MA I SINDACATI e il GOVERNO dove erano quando vendevano la Fiat ai francesi
Questo articolo è scritto senza citare le numerose vittorie nei rally anni 70 con la 131 Abarth, lancia 037, anni 80 con lancia S4 e anni 90 con lancia delta integrale. Senza parlare delle vittorie nel Dtm dell’Alfa romeo 155……E mi riferisco alle prime frasi di questo articolo…… Dove si tira merda in faccia alla produzione di automobili italiane in favore delle tedesche che hanno vinto tutto……. Ma forse ricordo male io….. Saluti
Mi sa che hai letto un altro articolo
Queste vittorie più che mai avrebbero dovuto essere usate per far vendere macchine; con una ‚PR-Machine‘ martellante. Guarda cosa ha fatto la Audi con la trazione quattro: hanno fatto pubblicità fino a pochi anni fà che si rifaceva alla quattro dei rally, dove ha dominato ben meno di quello la memoria e le pubblicità ci vogliono far credere. Lancia con le vittorie che aveva nei Rally e con i prodotti che aveva allora (Thema, Delta) poteva far ben di più!
Storia triste che mi fà arrabbiare.
Condivido appieno l’analisi sul declino dell’industria automobilistica nostrana. la fusione con i francesi credo abbia solo reso evidente al grande pubblico quanto scritto in questo articolo.
Peraltro, non mi sento troppo tranquillo a lasciare Iveco ai cinesi. Oltre al trasporto pesante civile, Iveco fornisce una gran parte dei mezzi militari pesanti di terra. Non sono sicuro di volere dei Lince o altri mezzi operativi da cui dipende la sicurezza dei nostri soldati, costruiti a Shenzhen in economia.
Bell’articolo per una situazione che fa rabbia e tristezza. L’avvocato era uomo fascinoso, ma è stato il principale responsabile del declino. Bastava affidarsi a managers capaci, Ghidella silurato è stato un delitto. E Marchionne ha anche molte colpe, di fatto era un uomo di bilanci e di relazioni, di prodotto capiva ben poco. Un delitto su tutti, un vecchio bidone americano rimarchiato Thema, per poi dire “Lancia all’estero non la vuole più nessuno”, e ci credo!
Articolo scritto bene e che condivido nei suoi contenuti, a me son venute le lacrime agli occhi a pensare cosa eravamo e cosa siamo adesso.
Noi Italiani avremmo bisogno di una bella scrollata.
Articolo scritto bene e che condivido nei suoi contenuti, a me son venute le lacrime agli occhi a pensare cosa eravamo e cosa siamo adesso.
Noi Italiani avremmo bisogno di una bella scrollata.
Tra il 2002 ed il 2005 ho lavorato in FIAT a Torino. Sentivo un sacco di managerini che esaltavano l’ “Idea” come il modello che avrebbe stravolto il mercato (piccolo monovolume), e cancellato per sempre la hatchback ovvero la Punto. Pensavo che fossero tutti matti, e parlandoci, non ho mai riscontrato grandi competenze automobilistiche.
Come è andata a finire, lo sapete….
Quelli bravi che fossero style (. ) Commerciali (De Meo) ma soprattutto ingegneri che progettano e fanno auto sono stati mandati via
Le auto belle e buone nn le volevamo fare
Articolo di rabbia, quella che un po’ proviamo tutti, pienamente condivisibile. Spesso si dà la colpa al “mercato”, come fosse davvero quello a decidere, o a dirigenze poco avvedute. Personalmente credo nella matematica e nella scienza statistica (ovvero: non possono essere tutti stupidi)(e quando quelli dotati di intelletto provano a fare qualcosa, vengono isolati), pertanto ci vedo dolo. Anni, decenni di dolo. Precise volontà che provocano ricadute negative sull’occupazione, sulla cultura (sì, quella automobilistica lo è), sulla storia, sulla tradizione, sull’economia, solo per citare gli effetti diretti. Davvero non possiamo fare nulla per evitare tutto questo?
Parliamo di visioni come la Fiat lucciola svenduta modificata il minimo dalla (fu) Daewoo e macchina di enorme successo
Bell’articolo.
Descrive perfettamente il degrado italiano, sempre più presente e sempre più gigante.
Ricordiamo con rabbia e disgusto il Romiti, una delle cause della morte dell’auto italiana, e non solo.
Complimenti per l’articolo, corrisponde perfettamente al film che ho visuto nei miei 40 anni di lavoro nel mondo automotive, iniziando a lavorare in Lancia.
Ci aggiungo qualche precisazione;
– non si parla del decadimento della qualità, principalmente legato ai materiali e non alla tecnologia.
– Oltre a ricevere quasi in “regalo” Lancia e Alfa, da ricordare i decenni costi alle spalle della comunità per la cassa integrazione a volte prossimi anche al 50% del personale di qualche stabilimento.
– vorrei ricordare prodotti come l’Arna, la Duna e con la fusione Chrysler, Jeep e Dodge il tristissimo “scambio” di loghi della Thema sulla 300 C e della Flavia sulla Sebring.
Marchionne era stato preso per rimettere i conti apposto e andare in USA. Confermato da gente che ci faceva le riunioni assieme, Del resto, dell’ Alfa, della Lancia e alla fine anche della loro Fiat non gliene frega niente alla famiglia, che morto l’avvocato si e’ ritrovata con nessuno al comando. Fanno piu’ soldi con i pick up oltreoceano. La storia recente e’ noia e la Giulia e’ solo un colpo di abbaglianti in una notte buia.
Condivido in pieno, specie la riga finale.. Che va al di la del significato espresso e riassume il perché l’Italia va male.. Ma dai a questi pecoroni il calcio in streaming e tutto va bene
Se a livello di auto l’articolo può avere un senso, il contesto storico in cui è stato inserito è un minestrone di luoghi comuni.
Non conoscendo la storia, ma volendone parlare a ogni costo, magari sarebbe meglio informarsi presso fonti verosimili, invece che sull’Annuario della Panzana.
Anche a livello tecnico-commerciale, al di là della mera descrizione il colpo è andato fuori bersaglio.
La parabola dell’auto italiana ricalca e anticipa quella descritta dal Paese reale. Ormai del tutto privo di una guida, una classe dirigente e di un’alternativa politica che non risponda a interessi ad esso esterni.
Basta osservare la fine che hanno fatto i nostri marchi di maggior successo, tutti nelle mani di società straniere.
O altrimenti messi nelle condizioni di non dare fastidio. Caso tipico, quello della Olivetti: letto quello, tutto il resto viene da sè.
Infine anche la 4C, per quanto bella è stata volutamente sottodimensionata o meglio sbagliata.
Un’auto del genere non può avere nulla meno di un motore a 6 cilindri.
Lo stesso errore del resto era stato fatti decenni prima con la Gamma, ammiraglia del gruppo Lancia, fatta a 4 cilindri per non infastidire le pari grado tedesche.
La storia era già scritta: gli Agnelli volevano sfilarsi dall’auto già negli anni 1970. Lo hanno dovuto fare un passettino alla volta, date le somme enormi ricevute dallo Stato per tenere alta l’occupazione.
L’articolo e i commenti mi fanno ridere di gusto, insieme ad altri articoli e commenti di tutto il web italiano e degli expat italici che non ne vogliono sapere d’integrarsi e continuano a parlare d’Italia.
Motoristicamente nato e morto (almeno in versione petrolhead) fiattaro e ducatista, ho dovuto leggere per decenni le mirabolanti cojonate dei FiatMerda, VeriAlfisti, VeriLancisti, GieiDEmmer, per non parlare degli esaltati del TDI (che sono una sottocategoria dei FiatMerda).
Se ne sono sentite di ogni: Fiat che ha ucciso Alfa (era già morta dieci anni prima), Lancia (le Lancia vittoriose dal dopoguerra sono tutte ABARTH, già proprietà Fiat, con tecnologia Fiat), le Fiat insulse (negli anni in cui la mia giovinezza viveva d’asfalto, cioè il ventennio 80/00, le insulse Fiat davano scoppole a destra e a manca alle pari segmento ed erano odiate sì, da quelli che le scoppole le prendevano), i catsi e i mazzi.
Ne ho sentite così tante da godere ogni volta che un prodotto valido veniva ritirato, invece che avvelenarmi, ma già la strada era segnata dalla Ducati tedesca, e gli ItAliens giù a spruzzare , l’unica cosa che sono in grado di fare.
Ho goduto ancor più ogni volta che le notizie per il Gruppone andavano male, non perché lo odiassi, ma perché sapevo come sarebbe finita: coi proprietari soddisfatti e gli italiani, primi ad insultare l’azienda e cercare di farla fallire in tutti i modi, continuare a farlo anche quando avrebbero ottenuto il risultato tanto agognato, cercando un colpevole altrove. Non è un merito mio, sia chiaro, gli italiani basta conoscerli per valutarli, e valgono quel che si vede: avevano fatto lo stesso con Alfa. 10 anni a dirne peste e corna e a non comprarne i prodotti per poi prendersela con l’IRI (qui poi la doppia vittoria, Prodi, tanto odiato dai fasci, ovvero buona parte degli italiani). E come è finita? Uguale, tutti adesso a cercare i colpevoli delle miserie industriali di questo paese (la minuscola è voluta).
GODETEVELA.
È questo il motivo per cui bisogna stare attenti a quel che si desidera, perché potrebbe realizzarsi, e voi, cari ItAliens, ci siete riusciti, una volta ancora.
Potrete dire che sono il solito anti-italiano, ma in realtà sono solo uno che vi conosce bene, e che vi vede bene chiuso modello Ungheria col filo spinato ai confini e qualsiasi vivente con una goccia di dna italiano nel mondo lì dentro (vi va male perché di oriundi ne avete figliati tanti) o come un bellissimo pontile nel Mediterraneo per Svizzera, Francia ed Austria, con una bella colata di cemento (speriamo non italiano) dalle Alpi a Pantelleria.
GODETEVI il vostro sfacelo.
AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH
Tiro a indovinare? Avrai il passaporto di quel paese che non è un paese.
Un linguaggio un pochino esaltato e punitivo, ma va detto che il sottostante risulta corretto: da sempre partiti pronti a comprare voti coi mezzi più infami, hanno assuefatto larghi strati della popolazione al tirare a campare nella mediocrità del “posto”, fino alla “dovuta” CIG. Tale assuefazione garantista ha permeato pure imprenditori e manager, col prosciugarsi di fantasia, iniziativa e propensione al rischio, molla del progresso. Ora, il Paese è avvitato, assuefatto a godere di……. ma non propensò a rinunciare a…… Amen, quindi.
Le “scoppolate” chi le prendeva scusa? La Clio Williams riconosciuta come una delle migliori trazioni anteriori dalla Punto GT incapace di scaricare a terra la potenza perfino da originale e con una precisione di guida nel misto a di poco imbarazzante? La Saxò VTS 16v dalla Punto seconda serie HGT? Ma per cortesia…
Carissimo… Dopo due anni e mezzo, ti è passata la sbronza?
Un articolo pieno di moltissimi error. L’autore, sicuramente ha delle idee confuse e sarebbe stato meglio se avesse scritto un articolo su come si producono le patate e tuberi in genere.
1 – Ha dimenticato di riportare l’importanza della figura negativa di Cesare Romiti: che fu, in assoluto, il principale imputato del declino dell’impero FIAT.
2 – Ha dimenticato di parlare del periodo di “contingentamento” (90/92) quando l’Italia aprì le frontiere per una importazione illimitata di autovetture provenienti dall’Asia.
3 – Ha dimenticato di riportare che, dal 1992 fu liberalizzato l’acquisto di autovetture da parte dei comuni, delle province, delle regioni, degli organi militari e del parlamento. Da quel tempo cominciammo a veder circolare la Polizia su BMW, i Carabinieri su VW, i parlamentari su Audi, i vigili urbani su Renault. ecc…
4 – Ha dimenticato, infine, di accusare i sindacati (CGIL, CISL, UIL), alcuni Partiti, la Magistratura e lo scarso sciovinismo del popolo Italiano.
Ho elencato le ragioni che il vostro commentatore ha (volutamente – o no) dimenticato di scrivere.
buon articolo a mio punto di vista, non dimentichiamo però un altro fattore che ha sostanzialmente ammazzato l’evoluzione dell’auto italiana: la supertassa over 2000, che ha bloccato per 20 anni lo sviluppo di versioni potenti, soprattutto berline.
Così, mentre nel resto d’europa si IMPARAVA a costruire auto sempre più grosse, lussuose e veloci, le Case italiane dovevano rimanere sotto i famigerati 2000cc, pena piazzali di auto invendute.
Idem sta succedendo adesso, da quasi 10 anni, a causa di un’altra invenzione ancora più autolesionista, il superbollo. Ormai, giusto le supercar si vendono in italia, mentre tutto il resto dell’auto sportiva è limitata ad auto forzatamente sotto i 180kW. E così, per la seconda e forse definitiva volta, mentre il mondo si evolve noi rimaniamo a lottare con limiti autoimposti in nome della demagogia e dell’invidia.
FIAT Grande Punto uscita sul mercato nel 2005. Ho un’esemplare del 2006. Se piove forte ti ritrovi il bagagliaio allagato e devi portarti a casa il fondo in moquette per asciugarlo se no dopo un po’ inizia a fare odore di muffa e dopo un altro po’ marcisce. Difetto di cui si parla da tempo sui forum quindi comune e non si riesce a risolvere. Portellone che si apre solo tramite tasto sulla plancia, telecomando o levetta d’emergenza all’interno, i cavi che portano la corrente passano in gruppo dentro una guaina insieme al tubetto del liquido lavavetri e a lungo andare si spacca tutto col rischio di fare un bel corto oltre alla rottura di scatole di non poter aprire il bagagliaio.
Prima di questa ho sempre avuto Renault e ho attualmente una Clio del 2001, non sono perfette neanche quelle ma in Renault le auto che ci piove dentro le faceva negli anni 70. Forse. FIAT nel 2005. Forse è anche per difetti inaccettabili come questi che il mercato è crollato.
Quando ho letto Skoda di fianco a “brand che nemmeno esisteva” mi è venuto un coccolone, ma come si fa. Da lì in poi non ho più continuato.
Forse se avessi continuato anche solo per due righe avresti letto la tabella di sotto, che riporta i numeri di ogni brand nel 1990 e nel 2019. Così avresti letto che nel 1990 Skoda aveva venduto in tutta Europa 29.000 auto. È un numero assolutamente trascurabile nel mercato europeo. La frase “che nemmeno esisteva” si riferiva a quello. Naturalmente sappiamo tutti che Skoda è nata nel 1923 e che ha una storia, ma in Europa non è stata rilevante fino al 1991, cioè fino a quando VW non è entrata nell’azionariato.
La Ferrari oggi esiste ancora solo grazie a Montezemolo. Marchionne in Ferrari, ha solo fatto danni che paghiamo ancora oggi. Per il resto … un tempo era cliente Alfa. Ora da anni sono un felicissimo cliente Skoda.
Per caso è morta per problemi di corrosione superiori alla norma? O per interni qualitativamente mediocri per design e qualità costruttiva? Accoppiamenti imprecisi con conseguente distaccamento o scricchiolii nella migliore delle ipotesi. O ancora per difetti inaccettabili nel nuovo secolo, come le tristemente famose infiltrazioni d’acqua nel bagagliaio della Grande Punto. Dio santo ma se negli anni le vendite sono crollate un motivo ci sarà, non se ne può sempre uscire con becera nostaglia dei tempi che furono (tante volte nemmeno vissuti da chi scrive). La 75! La 75 era una macchina già vecchia all’epoca, meccanicamente era un’Alfetta rimaneggiata con parti di carrozzeria riciclate dalla Giulietta. Motori che bevevano più olio di un 250 2T e oggi chi ne parla più? I soliti caxxoni che su facebook la apostrofano come “auto da rapina” o “auto da traversi” e solite menate sulle vere auto di una volta. Giochino finito lì. La Uno Turbo? Auto feticcio degli esaltati, macchina buona solo a fare la sgommatina e lo sparetto per sentirsi dei gradassi poi aveva un comparto telaio-ciclistica imbarazzante. E andiamo avanti così, all’infinito coi soliti discorsi triti e ritriti su quanto eravamo grandi e fieri.
Tutto molto vero. La cosa grave, malgrado in Italia fossimo in vantaggio su una cosa nei confronti della concorrenza estera: la strumentazione.
Alcuni esempi: la Uno TD, già nella prima serie, aveva un quadro strumenti completo – contagiri, manometro turbo e olio, termometro olio – mentre nelle prime Golf GTD seconda serie, al posto del contagiri c’era ancora l’orologio modello stazione.
La Panda diesel 1° serie aveva il manometro dell’olio, assente in molte sportive tedesche: Lotus Omega, Golf GTD/GTI (almeno questa aveva il termometro dell’olio, pur se nel computer di bordo) e Sierra Cosworth seconda serie.
Addirittura su quest’ultima c’era ancora il contakm a cinque cifre, mentre in Italia già le Panda 750 avevano le sei cifre.