Home Auto Subaru Alcyone SVX, dal benzinaio con furore

Subaru Alcyone SVX, dal benzinaio con furore

by Il direttore

Fra le varie tipologie di auto che nel 2018 non fanno più, oltre alle coupé per tutte (o quasi) le tasche, ci sono le grosse tourer da viaggio. Macchine come la Mercedes CL, la BMW serie 8, la Mitsubishi 3000GT sono oramai solo un piacevole ricordo nelle notti di tutti i benzinai d’Italia.

Sono auto che non fanno più e che al giorno d’oggi solo un folle potrebbe pensare di comprare, anche se spesso si trovano a prezzi da affarone: consumi spropositati, dimensioni fuori logica, costi di manutenzione e tasse di acquisto alle stelle sono dei veri deterrenti a chiunque voglia pensare di mettersi in garage un ferro del genere. Poi penso al fatto che queste macchine sono state soppiantate dai moderni SUV che sono il loro equivalente meno stiloso e rivolte ad un pubblico meno intenditore e allora mi viene male e voglia di appassionarmi di qualcos’altro. Se devo pagare il superbollo per, fatemi pensare, un Range Rover hahahaha sport hahahaha, preferisco pagarlo per una BMW 850 tutta la vita che è più bella e più sport.

Ma visto che sono un inguaribile nostalgico ho deciso di trovare e raccontarvi una vera perla nella storia delle grosse tourer da viaggio, una macchina che difficilmente vedrete per strada (ne hanno vendute tipo 3) e che, se la vedrete, sono sicuro sarà ferma ad un benzinaio. La metà di voi non sa nemmeno che sia esistita, l’altra metà, i più vecchi, forse l’avranno vista nel primo Gran Turismo, nel dubbio ecco a voi la prestigiosissima Opel Calibra Subaru Alcyone SVX.

Subaru SVX, perchè?

In Subaru ci hanno dato spesso modo di pensare che tra i tecnici e gli ingegneri giri della droga buonissima, fra macchine insensate e veri capolavori, ci sono tutta una serie di auto più o meno controverse, auto come la prima Tribeca che tutt’ora quando ne vedo una grido al miracolo. Miracolo che qualcuno ne abbia comprata una madonna se è brutta.

Ecco quindi che all’inizio degli anni ’90, in piena epoca Toyota Soarer, Nissan 300 ZX, Mitsubishi 3000 GT in Giappone e BMW Serie 8 e Mercedes C140 in Europa, Subaru presentò la Alcyone SVX lasciando a Giugiaro il compito di creare una valida alternativa alle grosse coupè appena citate. Prendendo spunto dalla Lambo Countach e dalla DeLorean DMC 12 (e, anche se nessuno ve lo dirà mai, dalla Opel Calibra diobò sono uguali), il geniale disegnatore italiano mise assieme una vettura che anche oggi, in quello che all’epoca era “IL futuro”, appare visionaria, moderna e quanto di più vicino ad una concept car anni ’90 si possa immaginare. Accanto a lei vetture ben più moderne e modaiole appaiono démodé e senza carattere.

Questo è design, cristo santo.

Ed è proprio la linea di quest’auto a lasciare il segno più delle sue – pur impressionanti – doti velocistiche. Il frontale a cuneo, basso ed accigliato, non fa nulla per nascondere che li sotto c’è un motore boxer, basso e piatto (d’altronde lo fanno apposta). A seguire un anteriore da fermaporte c’è un volume centrale che dovrebbe entrare di diritto nei libri di design dell’automobile. L’abitacolo di questa Subaru, a parte finestrini laterali, parabrezza e lunotto che per questioni di sicurezza devono esser di vetro temprato, è completamente avvolto da una calotta in vetroresina (tipo quella della Messerschmitt che ha fatto bestemmiare Edd di “Affari a quattro ruote”) che sembra essere in tutto e per tutto il tettuccio a  bolla di cui sono dotati tutti i moderni aerei da combattimento.

– No, questo non è né un tettuccio a bolla e nemmeno un moderno aereo da combattimento, ma ci siamo capiti –

La soluzione del cupolino in vetro/plexiglass, oltre ad essere un esercizio di stile eccezionale, è anche un’ottima soluzione aerodinamica. Le superfici arrotondate che coprono i montanti e che rendono tutto il volume centrale una superficie unica abbassano notevolmente il cx dell’intero corpo vettura (cx di 0,29) riducendo al minimo tutti i i fruscii aerodinamici e migliorando i – comunque mostruosi – consumi della macchina. Oltretutto dal posto di pilotaggio guida si gode di una visibilità e di una luminosità eccezionali: sembra di girare su una cabrio anche senza esserlo. 

E che l’aerodinamica sia stata un punto centrale nel design di questo vagone non lo si vede solo dal tettuccio a bolla. Paraurti e spoiler integrati, linee il più possibile arrotondate e un retrotreno tronco, massiccio e macho che chiude il design con una coppia di passaruota violentemente allargati e di un bel faro a tutta larghezza che fa tanto anni ’80 e che a noi piace così. Insomma, forse non la più bella ma sicuramente la più sborona. Forse non quella da esporre sul lungo mare con la biondina di fianco (per quello c’è la Mercedes) ma sicuramente quella con cui aver qualcosa di cui parlare e qualcosa da far vedere al gruppo di amici appassionati di turno.

Insomma, non voglio nemmeno immaginare cosa avrebbe consumato questa macchina se fosse stata aerodinamica come una Uno Turbo mamma mia.

Guidare una Subaru SVX Baracca oggi

Il mercato italiano non è stato cortese con questo capolavoro di ingegneria anni ’90. Forse troppo grossa e sofisticata per lo yuppie italiano dell’epoca che, a parità di prezzo, avrebbe preferito qualcosa di più status symbol (tipo una Mercedes o una BMW) o comunque più sportivo e tecnico (una Porsche o una Ferrari 348) rispetto a questa Subaru che, ricordiamolo, veniva proposta a circa 100 milioni di lire, non proprio due spicci. Rimane il fatto che anche oggi, nel 2017 (le foto e la prova risalgono a Dicembre 2017) la macchina ha il suo bel da dire. Estremamente comoda e controllata, è l’analogo di un eurostar sull’asfalto.

Grossa grossissima, pesante pesantissima, guidare questo yacht di lusso è un esperienza mistica. Un po’ come quella volta che provai la Mitsubishi 3000 GT (a breve l’articolo) la prima cosa a lasciare senza parole è la dolcezza e la totale mancanza di sforzo con cui il grosso motore lancia l’auto a velocità da polverizzazione della patente. L’assetto morbido, il cambio l  e  n  t  i  s  s  i  m  o, la completa insonorizzazione dell’abitacolo, fanno capire quanto alla Subaru investirono per creare l’analogo stradale di un paio di pantofole col pelo.

Pantofole col pelo che però, un po’ come i sandali alati del buon vecchio Ermes, possono diventare interessanti.

Sì perché, per permettere a questa macchina di essere la pantofola pelosa più dolcemente veloce – o velocemente dolce – del mondo, quei mattacchioni che hanno progettato la SVX, le hanno piazzato sotto al cofano un bel 6 cilindri boxer da 3,3 litri aspirato e capace di 230CV (velocità massima del ferro di circa 235 km/h, raggiungibili con la stessa facilità con cui sto sorseggiando un’ottima tazza di caffè americano). Questo motore, ricordato al giorno d’oggi come EJ-troppicilindri, all’epoca era uno dei motori più avanzati in circolazione grazie alle 4 valvole per cilindro (erano i primi anni ’90), al doppio albero a camme in testa (quello relativo alle valvole di scarico è azionato dall’albero motore grazie ad una cinghia, quello di aspirazione è comandato da quello di scarico grazie ad una coppia di ingranaggi elicoidali), ad un sistema di variazione della lunghezza dei condotti di aspirazione e ad una regolarità di funzionamento incredibile grazie alla configurazione boxer, ai 7 supporti di banco ed agli scoppi ogni 120° di rotazione dell’albero motore. Il tutto all’interno di un meraviglioso basamento in lega d’alluminio.

Il motore è collegato alle 4 ruote motrici attraverso 3 differenziali che ripartiscono la potenza tra i due assi con una decisa virata verso il posteriore il quale riceve il 65% della potenza e della coppia disponibile, rendendo il comportamento dell’auto più brioso di come sarebbe altrimenti. Tutto questo ben di dio, però, è stato accoppiato ad un cambio che tradisce tutte le velleità sportive di questo ferro. Presente il cambio automatico delle prime smart? Bene, siamo su quello standard lì (ma molto più fluido), se non fosse che questa ha una prima infinita e in seconda si è già ai 140 abbondanti. È proprio il cambio, o la sua lentezza, a rivelare come questa macchina sia stata progettata per il mercato americano, un mercato meno esigente rispetto alla prestazione dura e pura e più sensibile nei confronti della morbidezza e comodità d’uso specialmente sui lunghi, lunghissimi tragitti, vero terreno di caccia di questa macchina che sembra nata proprio per percorrere le terze corsie delle autostrade sfanalando come dei matti; è proprio la caratteristica principale di questa Subaru, la sua sobria e folle velocità di crociera. Ci si può piazzare tranquilli ai 170-190 come con le auto normali ci si piazza ai 90. Tanto folle nella linea quanto veloce nel mettere a rischio la vostra patente. Insomma, dopo averla provata capiamo perfettamente perché venne scelta per percorrere tutta la strada che separa Milano da Pizzo Calabro.

PS. A confermare la bontà di questo motore ci pensa questa Subaru “qualcosa” iscritta al World Time Attack Challenge che ha spremuto da questo 6 cilindri boxer oltre mille cavalli e con la quale un certo Andy Forrest (e chi cazz’è?) vuole spaccare il culo a tutti nel suddetto campionato.

E questi li hai letti?

2 comments

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Andrea 14 Luglio 2020 - 22:57

Sei un mito. O un mitomane? Comunque non mi perdo un tuo articolo, sei un fenomeno. Grazie di esistere!

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Zanna 16 Luglio 2020 - 1:01

Ciao, complimenti per lo stile, ma non ho letto alcun riferimento alla SAAB 9000 (Aero?) a cui gran parte del design fa palese riferimento. Il retro è la copia, ma anche il davanti, se togli l’orrido frontale spanciato e gli metti il SAAB, cambia poco.

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