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AR F131 Celica Ferrari, semplicemente assurda

de Il direttore

Sono molte le domande esistenziali alle quali l’uomo cerca di rispondere invano da secoli: chi siamo? Dove andiamo? Cosa c’è dopo la morte?

E poi, PERCHÉ hanno messo i bidoni del rusco che si aprono con la tesserina?

Ma non basta, da qualche giorno infatti un’altra domanda ha iniziato a tormentarmi: fino a che punto si può spingere l’amore per la meccanica, i motori e le auto?  Quale è il limite massimo a cui può ambire un vero rollingsteeler?

Pilotare un F-14? Appontare su una portaerei in mezzo alla tempesta? Passare un po’ di tempo a bordo di un sottomarino sovietico? Sorpassare Rowdy Burns all’esterno in curva 4 dopo avergli dato un piccolo cuccio, giusto perché “spingere è correre”? Vedere il lancio di un SATURN V (mi hanno detto che devo scriverlo con il caps lock piantato a tutto gas)? Toccare la superficie lunare? Presentarsi al primo appuntamento in F-40? Premere il bottone che vi sgancia dalla pancia di un B-29, accendere i razzi e venire sparati verso l’ignoto dell’orizzonte? Non lo so, accetto consigli, più ci penso e più mi convinco di essere nato nel posto, nel tempo e – forse – nel corpo sbagliato (nel 2004 non ho passato l’esame in accademia aeronautica per un problema con i colori).

E poi vogliamo parlare di Harry che costruisce la Chevrolet Lumina n°46 di Tom Cruise in garage sussurrandole all’orecchio parole intime e lussuriose, tra cui l’iconica promessa che le costruirà una coppa dell’olio disegnata dal vento? Quante volte ho visto quella scena e ho fantasticato su quel telaio in traliccio di tubi e su quel grosso V8 con gli scarichi fasciati che viene calato al suo interno.

Sì, credo che ogni vero appassionato di tutto quello che appare quotidianamente su rollingsteel coltivi nel suo intimo la voglia di costruirsi in garage l’auto dei sogni.

Per farlo serve spazio, tecnica, tempo fantasia e danaro ma in questi ultimi anni di Rollingsteel ho conosciuto parecchia gente che ci ha provato e che l’ha fatto: alcuni esempi al volo?  Beh, c’è stata Luana, che ha salvato una Delta dalla pressa e l’ha fatta rinascere trasformando un anatroccolo scalcagnato in un cigno cattivissimo. C’è stato Franco, che ha preso un Mitsubishi Pajero, l’ha ricarrozzato Ferrari F40 e ci ha corso la Parigi-Dakar. Poi abbiamo conosciuto Roberto, che ha trasformato una Peugeot 106 Diesel in una Maxi con motore Saab 9000 Turbo. Tutto da solo.

Io credevo di essere al top di gamma®, poi è arrivato Alessio.

Voi al momento non sapete né chi sia lui, né cos’è sta roba gialla che vedete, lasciate quindi che vi racconti questa favola, così vi faccio cascare la mandibola.

La prima macchina di Alessio è una Toyota Celica T23, quella a trazione anteriore: certo, non è una vecchia T20 da sparo, però è una onesta macchina sportiva, gli piace, le vuole bene e la usa tutti i giorni. Però poi un giorno la osserva bene, nota le sue forme che ricordano vagamente una macchina MR (mid-rear, motore centrale, trazione posteriore), con il volume posteriore bello lungo e il portellone trasparente che potrebbe coprire un bel motore piuttosto che la cappelliera. Il trip diventa pericoloso quando Alessio prende il metro e nota con stupore che il passo della sua Celica è praticamente uguale a quello di una Ferrari 360 Modena. Poi succede che un suo amico gli regala una vecchia Celica bisognosa di tante coccole.

“tiè, fanne quel che vuoi”

Alessio quindi, da sempre un grande appassionato di gare in salita e di prototipi da corsa decide che quella povera Celica con il cofano in carbonio diventerà l’oggetto giusto su cui sperimentare anni e anni di fantasie motoristiche. Ora, vi avviso, tenetevi forte, perché quello che state per vedere è una roba che nemmeno il miglior MacGyver dei bei tempi andati, io stesso non riesco a credere che questo cinno abbia fatto tutto questo da solo: va bene la fantasia, va bene che certe robe costano, ma qui c’è del manico e del talento. TANTO.

Alessio va allo sfascio, in un angolo sgama una vecchia Ferrari 360 Modena (che caso) pronta per essere fatta a pezzi, ne prende motore, cambio, semiassi, mozzi, portamozzi, impianto frenante, elettronica e tutto quanto possa servire per far tornare a cantare quel V8 di Maranello impolverato.

– e quella la dietro? uhm… –

Ora, un momento: già mi immagino i fanatici del restauro conservativo matching numbers pronti a far volare le tastiere al pigolio di “ah che scempio, io avrei aggiustato la Ferrari!11!!”. La Ferrari da cui proviene questo V8 era incidentata piegata in due e, anche se quelli del Gas Monkey hanno addrizzato il telaio (in acciaio) di una F40 a birre e verricello, fare un lavoro del genere sull’alluminio non è consigliato. La forma è una cosa, le proprietà meccaniche sono un’altra, specialmente dopo che il metallo è stato snervato. Quindi, vi prego, godetevi questo lavoro senza rompere e senza giudicare.

Ok ok vado avanti.

Trovato il motore è il momento di fare spazio al V8 da 3,6 litri e ad un nuovo telaio in traliccio di tubi in acciaio: dopo aver riportato la Celica a lamiera, il flessibile ha preso il sopravvento e tutta la parte posteriore del pianale della ex Toyota è stato sassato via, dimostrando in un sol colpo quanto questa auto sia perfetta per ospitare un motore di questo tipo in posizione centrale.

Verificato che la cosa era fattibile, quel folle di Alessio ha proceduto, si è costruito un banco dima, ha scelto le ruote giuste per il suo ferro dei sogni e le ha collegate al motore dietro e ai mozzi davanti, in modo da iniziare a prendere le misure per la cosa più incredibile che vedrete oggi: il telaio.

Alessio si è comprato un bel set di tubi (quadri e tondi) in acciaio 25CrMo4 (per chi non fosse pratico di diagrammi Ferro-Carbonio o di designazione degli acciai, quello di cui stiamo parlando è un acciaio dolce a basso contenuto di carbonio – ca. 0,25% – condito con un q.b. di cromo e di molibdeno, materiali che conferiscono a questo tipo di acciaio buone proprietà meccaniche di tenacità e saldabilità, rendendolo ideale quindi per un roll-bar, di fatti è quello che si usa normalmente per questo impiego) e ha iniziato a tagliarli e a saldarli per dare vita al telaio della sua auto. Ma non solo, anche i triangoli delle sospensioni – come vedremo dopo sono delle opere d’arte – sono stati ottenuti nello stesso modo, con tubi in 25CrMo4 sagomati “a goccia” tagliati alla giusta lunghezza. Ora, qualora ve lo state domandando, Alessio non ha fatto alcun calcolo strutturale, né a mano né al CFD per la costruzione di questo telaio, semplicemente si è affidato al buon senso e ad alcune amicizie nel campo delle gare in salita, che gli hanno fatto mettere le mani su alcuni telaio da corsa, così, per prendere spunto.

di nuovo

Fatto il telaio, andiamo quindi avanti con la costruzione, che poi arriva altra roba croccante.

Uno dei lavori fatti da Alessio di cui va più fiero è la pedaliera, tutta in alluminio ricavato dal pieno e costruita da lui pezzo per pezzo alla fresa. Il risultato è da bava alla bocca, il gioco di leveraggi che vanno sotto al piano su cui i pedali sono incernierati è da sessione callosa di onanismo selvatico. Tutto in questa pedaliera è stato fatto partendo da zero, non c’è un solo pezzo commerciale. Vi prego di notare il pedale del freno che aziona le due pompe dei freni, con i pistoncini attaccati ad un perno regolabile per ripartire la frenata fra anteriore e posteriore con un apposito pomello accanto al cambio. fapfapfap

Perdonatemi se vado via spedito, tanto qui per ogni particolare ci sarebbe da scrivere e parlare per ore quindi mi limiterò ad andare avanti.

Installata la pedaliera è il momento di procedere con l’avantreno e i supporti per i vari suppellettili come radiatore e meccanismo dello sterzo (composto da una scatola sterzo di provenienza Nascar – farà le curve solo a sinistra? – e della pompa idroguida della Ferrari 360). Il lavoro poi è proceduto con la costruzione di un serbatoio per il carburante apposito per la vettura, anche questo costruito da Alessio saldando dei sottili fogli di alluminio Peraluman 5083/5754.

Mentre il lavoro procede e la macchina inizia a prendere forma vi prego di ricordare che praticamente niente di quello che vedete in queste foto è commerciale. Tutto (o quasi) è stato autocostruito per adattarsi al risultato finale, dagli snodi che dal volante vanno alla scatola sterzo alle staffe varie in giro per la macchina con cui fissare tubi e tubicini vari. Quello che vedete non è una Celica swappata V8 Ferrari, questo è un prototipo costruito da zero con e le forme di una Toyota Celica e il motore di una 360 Modena. Lasciamo le GT86 con motore della 458 agli americani, qui si fa sul serio.

Una volta con la meccanica al suo posto, il lavoro di Alessio si è spostato all’esterno della vettura e al coprire adeguatamente il telaio. Per questo il nostro eroe del giorno è passato dal cannello alla fibra di carbonio, autocostruendosi il tetto della macchina e molte delle componenti che dopo vedrete nelle mie foto, utilizzando degli stampi fatti in legno. Visto che anche io glielo ho chiesto, rispondo preventivamente ad una domanda che a molti potrebbe venire: per costruire parti in fibra di carbonio NON strutturale non serve l’autoclave, bastano tessuto di fibra di carbonio, resina epossidica, stampo in legno (o vetroresina), gelcoat e controstampo. Solo dove si riesce (e serve) ci si può aiutare con una pompa da vuoto per fare il sottovuoto.

Quello che stiamo vedendo ci riporta agli albori dell’automobilismo: potrà sembrare un progetto fatto “a naso” ma dovete anche considerare che orde di ingegneri e calcoli strutturali sono una novità dell’era moderna. Ovvio, non sto dicendo che possiamo sostituire i libri di ingegneria dell’autoveicolo con un cannello e una fresa, ma dico anche che è molto bello vedere un ragazzo della nostra età smettere di parlare ed iniziare a fare, costruendo una macchina come si faceva una volta, sfruttando il metodo empirico e il buon senso e mettendo in mostra una cultura tecnica e un passione che, in questo 2020 di licei straripanti di benpensanti figli di benpensanti e di ITIS desolatamente vuoti… beh, mi fa felice.

Rollingsteel.it, non c’è niente di cui vergognarsi nella metalmeccanica.

 

Comunque, andiamo avanti che se no per leggere questo articolo vi serve più tempo di quello che è servito alla realizzazione della macchina. Il lavoro è proceduto con la costruzione delle barre antirollio (con i singoli componenti ricavati dal pieno), con l’irrigidimento della carrozzeria dove serve, con il blocchetto dell’accensione, con l’estrattore in fibra di carbonio e con l’impianto elettrico, vi caccio due tre fotine così a caso.

Ora, come potete vedere, iniziamo a vedere la luce in fondo al tunnel. Premiamo il tastino con due freccette verso destra e acceleriamo verso la fine del progetto. Una volta con l’impianto elettrico a posto, la macchina è stata smontata, il telaio è stato sabbiamo e verniciato, molti dei pezzi in alluminio sono stati anodizzati color oro… anche l’occhio vuole la sua parte!

– SBAV –

Nel frattempo il motore è stato revisionato e portato al banco prova, tirando fuori 400 onestissimi cavalli, di seguito il video della rullata, date su a quel volume.

Allora, con la meccanica a posto è stato il momento della carrozzeria. Per questa Alessio si è ispirato alle Celica che correvano nel Super GT giapponese, spavalde e allargate come solo le macchine da Super GT possono essere. I nuovi passaruota sono stati costruiti in fibra di carbonio e coprono una carreggiata allargata fino a quasi due metri, limite dato dalla larghezza della porta del box nel quale la macchina è stata costruita… maledette barriere architettoniche.

Ora, queste sono le ultime foto di quello che probabilmente è il più bel work in progress che abbia mai visto, al punto che mi ha fatto venire voglia di tagliarmi le mani e appenderle al chiodo. Mi dispiace quasi interromperlo ma la quantità di dettagli, informazioni e chicche che ci sono hanno la potenzialità di rendere questo articolo infinito. L’unica cosa che mi sento di dire è che la macchina finita, per quanto mozzafiato, non rende assolutamente onore a tutto il gigantesco lavoro che c’è stato dietro, anzi, delle due tende a nasconderlo, ci vorrebbe una carrozzeria trasparente come nei modellini Tamiya. Davvero, la macchina è solo la sommità della punta dell’iceberg di una cosa che non avevo mai visto e che faccio fatica a credere abbia potuto fare un ragazzo della mia età specie.

Ora voi la vedete in fotografia ma la mattina del servizio, mentre entravo nel paddock dell’Autodromo di Modena (GRAZIE) e l’ho vista parcheggiata a momenti mi cadono gli occhi. Ragazzi, in foto non rende, ma dal vivo la cosa che ha fatto Alessio è totalmente folle, sembra una hotwheels a grandezza naturale. Tutto è esagerato, dal colore ai passaruota, dall’alettone al meraviglioso V8 di Maranello che fa capolino da sotto al lunotto in plexiglass forato.

Più la si guarda e più dettagli da sbavo si scoprono, si potrebbero passare le ore a guardarla in ogni minimo anfratto. L’auto è veramente perfetta e rifinita in ogni minimo dettaglio, al punto da sembrare fatta in serie, l’unica cosa che manca è un cruscotto ma, conoscendo il proprietario, sono sicuro arriverà, probabilmente lo ricaverà dal pieno da un blocco di fibra di carbonio. Come avete visto dalle foto del WIP, la carrozzeria della Celica è solo un sottile velo di acciaio a coprire la meccanica, basta infatti aprire il cofano anteriore e quello posteriore per avere accesso alla meccanica sottostante, con tutto il cinematismo delle sospensioni pronto a provocarvi attacchi di cecità fulminanti che nemmeno le copertine dei vecchi fumetti “il Camionista”.

Aprendo le portiere di quella che una volta era una Toyota, si viene accolti da un tripudio di fibra di carbonio, con le soglie alte a coprire i tubi del telaio che fanno tanto, tantissimo, Ferrari F-40. All’interno ci sono una coppia di sedili in fibra di carbonio firmati Tillet b6f omologati Fia, cinture Sabelt 6 punti con predisposizione per collare HANS. Il volante è un OMP mentre la strumentazione digitale è firmata Race Technology, tutto il resto è meccanica, macchina, cuore, passione.

Quello che state guardando è l’incredibile risultato di un lavoro iniziato nel lontano 2017 e che ha richiesto oltre 2000 ore di lavoro per arrivare qui, oggi, in pista con noi. Tutto questo è talmente una novità che oggi è solamente la seconda volta che la macchina mette le ruote per strada e quindi, prima ancora di pensare a come va, già è stupefacente che basti girare la chiave per farla tornare in vita. Ho costruito Mini4wd della Tamiya che non sono andate in moto al primo colpo, cosa che questa incredibile macchina invece fa. Sensazionale. È artigianale, fatta in garage da un ragazzo, ma è fatta così bene che sembra uscita da un moderno atelier, incredibile.

Tiene il minimo alla perfezione, non ci sono scossoni, vibrazioni e nemmeno scricchiolii. Tutto – tranne l’infame strumentazione, che presto verrà sostituita con una della AIM – funziona, nessun bullone perso per strada, nessun pezzo a penzoloni, niente di niente, siamo al limite della perfezione. Ovviamente non ha senso parlare di prestazioni e di tempo sul giro, già che oggi lei sia qui pronta a girare è un mezzo miracolo, pretendere anche che, tac, finita di montare sia già pronta a spaccare il cronometro è sinceramente troppo. Pretenderlo non solo non sarebbe giusto, ma nemmeno sensato.

Finita l’auto, adesso Alessio dovrà affrontare un nuovo capitolo della sua incredibile storia, quello nel quale cercherà il setup e la messa a punto per rendere tutti questi tubi saldati assieme efficienti ed efficaci, nel frattempo però due giri di pista ce li siamo fatti lo stesso… d’altronde funziona, perché non guidarla?

Incastrati fra i tubi del telaio e in movimento la prima cosa che colpisce è ovviamente il motore, i 400 cv del V8 da 3,6 litri V8 della 360 Modena non solo spingono come dannati ma urlano come folli. Niente che non conosciamo, sono le tipiche sonorità dei V8 Ferrari ad albero piatto, roche, laceranti e epiche, amplificate in questo prototipo da uno scarico CaldaiaStyle.

Ovviamente il sound al minimo è solo la ciliegina sulla torta di un motore che a pieni giri fa rizzare il p i peli sulla pelle, sembra quasi umano nel suo urlare. Facciamo una cosa, per meglio accompagnarvi verso il prosieguo dell’articolo vi faccio un po’ sentire come canta questo prototipo che alla fine è un V8 Ferrari con le ruote, due sedili e una carrozzeria appoggiata sopra.

Sentite le cambiate che roba, ah i vecchi cambi manuali!

– per colpa di due videomaker non vedrete mai il nostro documentario sull’F-104 (e nemmeno quello sulla Giulia o sulle due feste che abbiamo fatto nel 2020) –

Ovviamente parlare di prestazione in pista per un oggetto di questo tipo è prematuro e guidandola con un po’ di arroganza quella che ho trovato è un’auto un po’ acerba, per la quale c’è ancora molto lavoro da fare: il motore spinge con forza i soli 1.050 chili di questo prototipo, le gomme larghissime e l’assetto ancor più largo con il baricentro all’altezza delle ginocchia di un bambino di tre anni fanno il resto. È veloce e reattiva ma un po’ scontrosa, tende al sovrasterzo con decisione e una volta innescato il pendolo diventa difficile uscirne (le temperature invernali e le gomme slick fredde non aiutano), tutti problemi che verranno risolti con più km sulle ruote e con un bel lavoro di messa a punto, d’altronde siamo qua a commentare il comportamento in pista di un’auto costruita da un ragazzo in garage, roba che già è un miracolo che si accenda e vada dritta. È solo questione di pazienza e tempo, lo dicevano anche i Morcheeba, Roma non è stata costruita in un giorno.

La strada è quindi ancora molto lunga, il lavoro fatto è incredibile ma siamo ancora solo all’inizio. Non solo perché queste sono solo le prime volte che l’auto mette le ruote in terra ma anche perché nei programmi di Alessio ci sono due fantasie ben distinte: una è quella di omologare l’auto per utilizzo stradale (tutto, dai fanali alle frecce è funzionante) o, in caso contrario, di iscriverla a qualche campionato tipo il Time Attack, per il quale, nel caso, potrebbe essere gradito qualche sponsor.

Tralasciando quindi il suo atteggiamento un po’ ribelle che sicuramente verrà sistemato (anche perché mi pare che Alessio non sia uno che si arrende facile), quello che avete visto oggi è solo l’inizio di una storia incredibile che ho scelto appositamente per chiudere questo 2020 di Rollingsteel: lei rappresenta in pieno lo spirito, la passione e la follia che si nascondono dietro a questa realtà. Rollingsteel è un po’ come lei: un progetto nato per gioco perché volevo creare “il mio mondo” dando sfogo ad una passione indomita dentro di me, ma che con il tempo – e la perseveranza – ha assunto dimensioni sempre più importanti, diventando un lavoro. Ogni giorno migliaia di lettori assediano il sito e i suoi canali social, tra i quali c’è il gruppo facebook “la Ferramenta” che mi sta dando grandissime soddisfazioni, con piloti militari (ci sono almeno un pilota di Tornado, due di Awacs e uno di G222) che raccontano le loro esperienze a noi “comuni mortali”, facendomi sentire estremamente orgoglioso di quel che ho creato.

Tutto questo sicuramente non sarebbe stato possibile senza l’aiuto di molti ragazzi che mi mandano articoli e pensieri e idee, che mi supportano e mi sopportano accompagnandomi ai servizi fotografici, leggendo le anteprime e ascoltando i miei sproloqui: se RS esiste ed è quel che è, è anche e soprattutto grazie a voi, a Luca, a Mattia, a Filippo, a Michele, a Rodrigo, a Paolo, a Matteo, a Isabella e Agata, a Francesco ed Enrico, a Stefano e, infine, a tutti voi che leggete, sentendovi a casa in questo posto nel quale potete ancora sognare cosa vorrete fare da grandi (a meno che non siate Tom Cruise).

Grazie di tutto ragazzi, buon Natale e buon anno. Rollingsteel siete voi.

Lorenzo.

E questi li hai letti?

8 commenti

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Francesco7race 24 Dicembre 2020 - 12:28

Ormai i porno non hanno alcun appeal su di me !

Grazie grazie grazie per i vostri articoli….
E buon Natale a tutti voi redattori e lettori…

Vorrei concludere con una preghiera che ho sentito in un noto film…

Nostro Signore del sangue che corre nel buio delle vene, reggi il mio braccio sul volante, regola la forza dei miei piedi su acceleratore e freno. Aiutami a osare il possibile. Allontana da me la tentazione di osare l’impossibile. Dissolvi i fantasmi neri che mi porto dentro. Proteggimi e fa che niente mi accada.

“V”

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Stefano 24 Dicembre 2020 - 14:31

Per leggere l’articolo c’ho messo due ore, i link agli altri erano irresistibili come il canto delle sirene anche se li avevo già letti…morale avevo 4 pagine aperte su chrome e sbav sbav a tutto spiano…
Complimenti ad Alessio, definire capolavoro questo FERRO DEL DIO (posso?) è riduttivo; è una roba assolutamente sbalorditiva, immensa, affascinante, pazzesca!!!
Ogni foto mi sembra un quadro d’autore (tranne quelle col Direttore, eh eh eh), impressionanti la capacità tecnica ed il talento di questo ragazzo!
Tanti auguri!!!

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Flavio 24 Dicembre 2020 - 15:04

Sinceramente non ho parole…solo complimentoni a questo folle ragazzo che applica la passione su un auto, di cui il risultato é semplicemente straordinariamente folle e fantastico!vorrei conoscerlo!!!buon natale a lui a rollingsteel,e ai rollingsteeler del mondo!chapeau

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Marco Gallusi 24 Dicembre 2020 - 15:17

Da ex studente di ITIS e da attuale perito elettrotecnico sono commosso di leggere articoli di questo tipo…

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Salvatore Varchetta 24 Dicembre 2020 - 18:38

Chapeau per Alessio,
ciò che ha realizzato è una vera opera d’arte!!!

Direttore,
il problema coi colori che non ti ha fatto entrare in accademia aeronautica lo hai avuto con le tavole di Ishihara? Quelle maledette fregarono anche me nel 1993…anomalia nella percezione cromatica mi dissero, nelle transizioni rosso-verde fatto sta che quei numeri proprio non li vedevo

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Marco 25 Dicembre 2020 - 9:05

Impressionante come lavoro, rimango basito e basta.

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Sergio Bernardoni 25 Dicembre 2020 - 11:24

Bravo bravo bravo, un’opera d’arte con un cuore degli dei di Maranello e lo dico da ex dipendente della sperimentazione del cavallino. Un lavoro eccezionale che solo quello dovrebbe essere riportato nei testi di tecnica-meccanica-ingegneria e insegnato nelle scuole che i capolavori non si fanno solo al CAD. Un esempio della maestria della Motor valley che non sempre è limitato ai grandi Brad della regione. Spero di cuore tu riesca ad omologarla per poterti vedere in giro per Modena o entrare all’ingresso storico di Maranello per il cuore che tu e la tua fantastica creazione avete
Sergio

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Gianni 27 Dicembre 2020 - 2:21

Non sto piangendo mi è entrata una 360 Modena nell’occhio.
Grazie Rollingsteel.it grazie Direttore per questi articoli

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