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In vendita la Spirit of America Sonic 1 da 960 orari

“La combinazione degli archivi genealogici mondiali, sotto la direzione di quei lussuosi e puritani conquistadores che sono i mormoni, nelle profondità delle grotte del deserto, con la pista di Bonneville, sulla superficie immacolata del Gran Deserto di Sale, dove si elaborano, con i prototipi automobilistici, le più grandi velocità del mondo. La genesi patrimoniale come profondità del tempo e la velocità del suono come superficialità pura.”

– Jean Baudrillard, America –

C’è un posto nel mondo eletto dalle divinità pagane come santuario della velocità. Un posto sperduto, scomodo, infausto ma nel quale, da 75 anni, ogni anno viene gente da tutto il mondo per sfidare il tempo e lo spazio. E il sale e il carburatore. E il sole e la disidratazione.

Si sta male sul sale, si corre veloci sul sale, ci si sente vivi sul sale.

Ci si deve venire almeno una volta sul sale.

Perché c’è un punto in cui il mondo finisce. C’è un prima, e c’è un dopo.

Prima c’è il mondo che conosciamo tutti. Case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale e poi alberi, palazzi, strade, semafori, negozi e un mondo intero fatto di suoni e principalmente colori. Tanti, tutti diversi, ora caotici ora armoniosi, i colori dei negozi, i colori della gente per strada, i semafori, le auto con i loro fari. I campi di grano, i prati, le montagne, ora grigie ora rosa sulla soglia dell’imbrunire e poi il blu del mare, con le sue mille sfumature di profondità. È il nostro mondo, ma ce n’è un altro.

Ci si arriva da una stretta strada asfaltata. La si raggiunge percorrendo la Interstate 80 in direzione ovest, ripassando le orme di chi prima di noi ha esplorato e poi invaso questo angolo di mondo. La strada, dritta come disegnata con il righello che in alcuni punti si può vedere avanti 200 km, ad un certo punto abbandona i colori del mondo che conosciamo per incontrare il bianco.

Bianco. Tutto qui attorno è bianco, interrotto solamente dal sottile nastro di asfalto che punta deciso verso west. Qui, ad un certo punto, a poche miglia dal tremendo centro abitato di Wendover, si incontra uno svincolo sulla destra. Lo si prende e qui ci viene offerta l’ultima possibilità: un’area di servizio gestita da due indiani (dell’India quella vera) dove fare il pieno di benzina, di acqua e magari di burritos, famosi in tutta la zona per la loro bontà.

Procedendo perpendicolari alla Interstate, la strada piega di 90° verso destra tornando così indietro. Familiarizzate con questa curva ad angolo retto, ogni volta che sentirete qualcuno nominare “the bend” (la piega n.d.r.) farà riferimento a lei. È tutto assurdo: siamo in un posto nuovo, diverso, selvaggio, così pulito (entro certi limiti) dalla civilizzazione che una stupida curva a 90° ha assunto un significato simile a quella che era la stella polare per i navigatori del passato o la punta di quella montagna perfettamente riconoscibile in mezzo alle altre per gli alpinisti.

Proseguite oltre “the bend” e andate avanti. La strada continua e, in senso opposto rispetto alla Interstate, si addentra ancora di più nell’infinito immobile mare bianco che è tutto attorno. Si procede fino a raggiungere il punto in cui il nostro mondo finisce. Anche qui i nomi diventano importanti: qui non ci si spreca in inutili e arzigogolati giri di parole. Qui si torna in un tempo lontano in cui le cose sono quello che sono e non c’è spazio per la retorica. Ad un certo punto l’asfalto finisce e lì, in quel punto preciso, vi trovate in un altro luogo che sentirete nominare spesso, forse perché è l’ultimo vero luogo in un posto che di luoghi non ne ha. “The end of the road”, anche chiamata “land’s end”, la fine della terra.

Ecco, da lì, un mondo finisce e un altro inizia.

Un mondo fatto di sale. Sale bianco, sale candido, sale beffardo, sale che ti prosciuga. Sale che ti inganna, sale che si infila OVUNQUE, sale che fa la ruggine sale che se lo assaggi è salato per davvero. Sale che riflette, sale che brucia. Sale sale sale, così tanto sale che ad un certo punto ti stanca pure.

Qui, su questo nuovo pianeta dominano il silenzio interrotto solo dallo scricchiolare del sale sotto i piedi e due soli colori: il bianco (del sale) e l’azzurro (del cielo). In mezzo, giusto guardando verso nord – nordest, il duopolio cromatico è spezzato solo dal marrone sbiadito delle montagne che sembrano quelle che si vedono nel primo immortale Top Gun quando fanno le sfide A-4 vs F-14 ma no, ho controllato e non sono loro, quelle scene vennero girate nel deserto del Mojave, più a sud. Per il resto è tutto dannatamente bianco. Non ci sono punti di riferimento, non si capisce quanto le cose siano distanti. Le montagne che si possono vedere guardando verso nord, per quanto ne so io, potevano essere ad 1 km o a 50 km, non ne ho idea.

Ma non è solo questo: senza punti di riferimento si perde anche il senso del dritto e del rovescio, della destra e della sinistra. Abituati come siamo alle nostre vite che ricordano un livello di Crash Bandicoot con muri, strade, barriere, limiti, marciapiedi e stronzi che ti passando ai 210 sotto i portici con il monopattino elettrico, una volta con le ruote sul sale si conoscono dimensioni nuove. Nuovi gradi di libertà e nuove possibilità, si entra in un mondo in cui non c’è più un senso di marcia, non c’è più un dritto ed un rovescio, non c’è più nulla se non la libertà totale e una lunga fila di birilli arancioni per non perdersi e ritrovare la terra quando si decide di abbandonare il sale.

Qui, la mattina delle gare, dopo aver lasciato la terra poco dopo l’alba, con il sole che faceva capolino dalle Floating Mountains e accanto a me altra gente diretta verso i pit – posizionati in un punto imprecisato in mezzo al sale a diverse miglia (ca. 5 ma non ne sono sicuro) dalla fine della strada – ho percepito, per la prima volta in vita mai, la sensazione della Libertà totale. Non quella di William Wallace urlata nel mezzo di un atroce squartamento che vedrà i pezzi del suo corpo trasferiti ed esposti nei quattro angoli del Regno Unito a monito per eventuali altri ribelli ma una spaziale e dimensionale, quella che è propria della retorica statunitense e che deriva dalla disponibilità di immensi spazi nei quali muoversi senza limiti. La libertà data dal poter guidare sopra una superficie immensa e senza limiti che mi ricorda Doc di Ritorno al Futuro quando dice dove andiamo noi non servono strade!: ecco, qui sul sale non ci sono strade, non ci sono bordi non ci sono limiti non c’è nulla, solo la libertà totale, niente e nessuno vi impedisce di sterzare brutalmente a destra o a sinistra e di correre a tutto gas o a passo d’uomo sull’immensa distesa di sale.

Ecco, inondato da questo sentimento nuovo che mai avevo provato a bordo di una automobile, quella mattina, per qualche minuto soltanto, sono stato felice, tanto da emozionarmi, sconvolto da un luogo e una situazione come mai avevo visto e vissuto in vita mia. È un posto che ti entra dentro questo e le modalità di vita e ragionamento che ti impone sono tanto diverse rispetto a quelle a cui siamo abituati che ci se ne innamora perdutamente. Qui, lontani da tutto, in un posto tanto estremo quanto speciale e circondato da altri come me, ho provato un forte senso di appartenenza a questa tribù di pazzi devoti al dio della velocità, tutti in pellegrinaggio verso il luogo in cui, una volta all’anno meteo permettendo, questa divinità pagana figlia della meccanica più raffinata si manifesta, si concede e ci sfida. Perché le Salt Flats sono una cattedrale a cielo aperto, stanca, diroccata, minata alle fondamenta ma ancora saldamente in piedi e pronta a far risuonare le sue campane alimentate a benzina (ma va bene anche il nitrometano) in questo magico luogo nel quale la parola libertà assume connotati viscerali e atavici. E della quale, una volta tornati nella vita ordinaria fatta di barriere e vincoli e stronzi che ti passano ai 210 sotto i portici con il monopattino, non resta che un sapido ricordo.

Ci sono stato, ci sono tornato, ci voglio tornare.

Il mio sogno? Portarci una macchina, lanciarmi verso l’orizzonte, lasciare che il mio motore risuoni nello spazio e nel tempo gridando al mondo la libertà di vivere le proprie passioni. Senza giudizi, senza commenti, senza fenomeni. Semplicemente, liberi.

Ci ho pensato, ci ho provato ma è dannatamente difficile, tremendamente costoso.

Poi mi si è presentata un’occasione imperdibile.

Il prossimo 27 febbraio (devo sbrigarmi ad andare in banca) 2025 verrà battuta all’asta la celebre Spirit Of America Sonic 1, l’auto con cui Craig Breedlove fece segnare il record assoluto di velocità proprio qui a Bonneville toccando le 600 miglia orarie (960 km/h), il tutto grazie alla poderosa spinta di un General Electric J79, lo stesso turbogetto puro che equipaggiava il B-58 Hustler, l’F-104 o l’F-4 Phantom II.

Con questa stessa auto fece segnare un record anche la moglie di Breedlove, toccando le 308 miglia orarie, circa la metà di quanto fatto dal marito ma, comunque, diventando (all’epoca) la donna più veloce del mondo.

Progettata (come il nome suggerisce) esplicitamente per superare la barriera del suono (spoiler: per quello dovremo aspettare il 1997, Andy Green e la sua Thrust SSC spinta da due turbofan Rolls-Royce Spey rubati da un Phantom inglese), la Sonic 1 è un oggetto esagerato. Erede spirituale della Spirit of America con cui sempre Breedlove aveva raggiunto le 403 miglia orarie nel 1963 grazie ad un General Electric J47 (motore dell’F-86 Sabre), la Sonic 1 del 1965 è tutta un’altra roba. Lunga 34 piedi (ca. 10 metri), dotata di quattro ruote in alluminio forgiato con attorno quattro gomme Goodyear sviluppate appositamente per l’occasione (per sopportare le folli forze centrifughe che a certe velocità manderebbero in pezzi una ruota normale) al posto delle tre della precedente Spirit of America ma, più che altro, caratterizzata da una forma che è velocità pura. Sarà la livrea, sarà la grande deriva, sarà la sinuosa forma a bottiglia di Coca-Cola, sarà il minaccioso ugello di scarico del J79, so solo che guardando questa strepitosa creazione figlia del folle amore per la velocità più pura faccio fatica a trattenere sensazioni ed emozioni che mi viene naturale associare alla cotta adolescenziale.

Mi immagino con la tuta a scrutare l’orizzonte, la macchina accanto a me circondata da tecnici e meccanici che fanno gli ultimi controlli. Davanti a me la fila di auto che, una dopo l’altra, al segno del commissario, si lanciano verso i loro limiti.

Tocca a me.

Mi avvicino all’abitacolo, mi appoggio, alzo un piene e poi l’altro, il meccanico mi pulisce le suole, non si porta il sale qui dentro. Mi siedo, mi levo la tuta da in mezzo alle chiappe, mi metto comodo, incastro i piede destro nel classico pedale MQQN, un meccanico mi stringe le cinture, afferro il piccolo volantino, mi trainano fin sulla starting line, uno strattone della fune, colpo ai freni, sono pronto.

Il tettuccio viene chiuso. Sono solo, in silenzio, solo io e il sale. Dietro di me l’auto viene collegata ad un compressore esterno, il motore viene avviato, un sordo ululato, prima grave poi via via che il J79 raggiunge il regime di IDLE si trasforma in un latrato. L’aria, stropicciata compressa bruciata squassa l’ambiente circostante.

Il commissario mi guarda, la gente attorno è incredula, sono seduto davanti ad un turbogetto con quattro ruote che sta per scatenare 7000 kg di spinta contro la mia schiena. Presente quando Wyle E. Coyote si siede sopra un razzo ACME? Ecco.

Il commissario mi guarda, mi fa cenno di abbassare la visiera, alzo il pollice, è tutto pronto. La mano destra si allunga sulla manetta e la sbatto in avanti. Una secchiata di carburante viene rovesciata prima nelle camere di combustione e poi nel postbruciatore, il motore erutta fuoco, la mia schiena viene schiacciata contro il sedile con forza.

Verso l’orizzonte, verso momenti che valgono una vita intera.

Momenti che si stima partiranno dai 500.000 $ fino ad un massimo di 1.000.000$ (cifra giustificata solo dall’eventuale presenza del J79, cosa che dalle foto non sembra scontata), vedremo come finirà l’asta di questa auto che non è solo un’auto ma la nostalgica testimonianza di un’epoca ottimista, quando tutto sembrava possibile e, a Bonneville, con i piedi e le ruote sul sale, lo era.

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Articolo del 26 Febbraio 2025 / a cura di Il direttore

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