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Quando gli USA sganciarono un tazza del cesso sul Vietnam

Il vento sferza il ponte, scrosci d’acqua si rincorrono l’un l’altro senza sosta. La nave rolla, beccheggia, si muove, gigantesco mostro d’acciaio, piccolo guscio di noce nell’immensità dell’Oceano.

Il grosso radiale Wright R-3350 ruggisce, i 18 cilindri scoppiano uno dopo l’altro dando vita ad una sinfonia soave, vigoroso rigurgito meccanico a sfidare l’ululato del vento. L’aeroplano, grosso, goffo e sgraziato, viene mosso verso le grosse catene che da qui a poco lo agganceranno alle potenti catapulte a vapore della USS Midway di cui abbiamo spiegato storia e funzionamento su DI BRUTTO Volume 2. Monomotore ad elica, carrello vecchio stile ma tanta arroganza a far da contraltare ai moderni F-4 Phantom II che saettano qui attorno grazie all’invisibile forza dei loro motori a getto. Armato fino ai denti, l’A-1 Skyraider è uno di quei giocattoli con cui non si scherza. Non va sottovalutato, perché anche se sembra un aereo vecchio, è pur sempre un giocattolo da quasi 10.000 kg con un grosso motore da 55 litri e capace di ben 2.700 cv, immaginate le botte di coppia che arrivano sulla fusoliera quando il pilota affonda la manetta, roba da mandare il timone a fondo corsa per compensare.

Sfidando le intemperie l’aeroplano si appresta al decollo, un ultimo controllo che tutto sia in ordine, le spolette vengono tolte dalle bombe e lì, in fondo alla semiala destra, anche la tazza del cesso è pronta per il suo momento di celebrità democratica.

Eh?

Tazza del cesso?

Partiamo dalle basi anzi, partiamo da una fotografia, questa fotografia:

Scattata a bordo della USS Midway nell’ottobre del 1965, questa foto ritrae il Douglas A-1 Skyraider Paper Tiger II (parte del VA-25 “fist of the fleet”) pronto per decollare in direzione del Delta del Mekong dal ponte della USS Midway, mandata in azione nella zona nel periodo che andò dal 6 marzo 1965 fino al 23 novembre dello stesso anno.

Per celebrare le (ocio ai numeri) 6 milioni di libbre (parenti di 2,7 milioni di chili) di bombe scaricate dagli USA sul Vietnam, l’A-1 n° NE-572 venne equipaggiato con una tazza del water proveniente dai meandri della nave e destinata a venir buttata fuoribordo in quanto danneggiata (nota interessante: se vedete delle crepe sulla vostra tazza in ceramica – anche sul bidé – valutate di farla cambiare perché potrebbe cedere di schianto lasciandovi a culo nudo su dei taglienti denti di ceramica appuntita, sono serio).

Fu così che ad un capitano del VA-25 venne l’idea di “salvare” la tazza incriminata regalandola ai VietCong, creando quella che è passata alla storia come “Toilet bomb”, portata poi in missione dal comandante Clarence W. Stoddard che la sganciò sul nemico vietnamita.

Interessante notare che quando il sanitario venne sganciato per poco non colpì il gregario di Stoddard a causa del suo peso limitato che fece deviare questa particolare bomba dalla classica traiettoria balistica che avrebbe avuto se fosse stato un ordigno tradizionale.

Per dovere di cronaca va ricordato che ride bene chi ride ultimo e il capitano Stoddard ci lasciò poi le penne nel settembre del ’66 quando, durante il secondo schieramento del VA-25 (questa volta ospitato a bordo della USS Coral Sea) nella zona, venne abbattuto da un missile terra-aria SA-2 nordvietnamita.

Una storia particolare che se da un lato fa sorridere dall’altro fa pensare, specialmente per quanto riguarda l’approccio che la Francia prima e gli USA dopo ebbero nei confronti della Guerra del Vietnam e di un nemico particolarmente cazzuto, ritenuto inferiore, banale e arretrato, trattato inizialmente con sufficienza salvo poi scoprire che quello che avevano scoperchiato era un formicaio da cui sarebbero usciti a pezzi, sia la Francia nel suo ultimo sciocco colpo di coda imperialista che gli USA, rispediti a casa a calci nel didietro. Se la storia del Vietnam vi appassiona, non perdetevi DI BRUTTO Volume 5, con un ricco approfondimento dedicato alla cannoniere volanti, forse una delle poche armi efficaci ed intelligenti che gli arroganti Stati Uniti schierarono in quel particolare teatro.

A questo punto possiamo parlare di modellismo.

Quando all’interno di un noto negozio di modellismo sito in Bologna vidi la scatola della Tamiya con all’interno il kit dello Skyraider, la prima cosa che feci fu andare a vedere se qualcuno aveva mai pensato di realizzare la toilet bomb. Con grande sorpresa scoprii che questa esisteva e che, gaudio e gioia, costava pure poco.

A questo punto ecco la lista della spesa:

  • kit Tamiya 61058, Douglas A-1 Skyraider, siamo sui 30€;
  • toilet bomb, prodotta dalla Brengun, disponibile per circa 15 €. Il set contiene non solo la tazza del cesso stampata in resina ma anche le fotoincisioni per ricreare il supporto su cui la tazza venne installata e un piccolo foglio decal con cui personalizzare l’aereo e renderlo conforme a quello portato in volo dal Capitano Stoddard;
  • set di maschere adesive (Eduard EX867) per la corretta verniciatura dei trasparenti, sia interne che esterne. Siamo sui 12€ circa;

  • set di fotoincisioni per il solo cruscotto e altri dettagli esterni dell’aeroplano tra cui i fili elettrici che corrono attorno alle testate del grosso radiale. Esisterebbe anche la lastrina con le cinture di sicurezza ma avendo deciso di mettere il pilota nell’abitacolo ho preferito risparmiare. Costo delle lastrine scelte da me: 30€ circa;
  • copertura del sistema di scorrimento del tettuccio, uno stupido pezzetto in resina del costo di 5€ che però rende molto più realistica la parte posteriore dell’abitacolo del nostro A-1;
Qui sotto la parte posteriore del tettuccio potete vedere la copertura in questione.
  • set della Hasegawa contenente piloti e personale di terra impiegato a bordo delle portaerei americane a cavallo degli anni ’80. Da questa scatola ho pescato il pilota, la si trova per circa 15€ e contiene 14 omarini.

Come vedete, anche un kit economico e semplice può diventare costosetto, nel complesso siamo su circa 100 € ma, ci tengo a dirlo, la cosa bella di questo kit è che anche costruendolo da scatola senza alcuna aggiunta si riesce ad ottenere un risultato eccezionale, questo grazie alla solita qualità degli stampi Tamiya, una vera manna dal cielo.

A questo punto però voglio aprire una breve parentesi per cercare di rispondere ad una delle domande più frequenti che mi sento fare quando me ne esco con il modellismo:

Esistono kit per iniziare?

Risposta semplice, si.

Tuttavia la vera risposta è molto più complessa ed articolata (e democristiana).

Quindi, ci riprovo: esistono kit per iniziare?

Risposta sincera: dipende da cosa si vuole fare.

Quindi, per iniziare, possiamo affermare che un kit – qualunque kit – richiede due principali abilità ben distinte:

  • saper montare il soggetto (difficoltà 5/10 a seconda del kit);
  • saper verniciare il soggetto (difficoltà 8/10 anche qui a seconda del kit, personalmente trovo gli aerei militari dei 6/10 e le automobili dei 10/10).

Ma, più di tutto:

  • saper pianificare il proprio lavoro, montando il soggetto già proiettati verso le successive fasi di verniciatura (difficoltà 7/10 a seconda di quanto siete svegli e organizzati).

Rimanendo alle prime due voci della lista qui sopra, ora seguitemi: esistono kit nei quali basta saper fare la prima di queste due cose per ritenersi soddisfatti, potete tranquillamente prendere un F-117 (99% delle volte stampato in plastica nera) e montarlo per ottenere un modellino verosimile da qualche metro di distanza o, in alternativa, potete procurarvi un kit di una macchina avendo premura di controllare che la carrozzeria sia già del colore che volete (esempio la Subaru Impreza in scala 1/24 della Tamiya).

Questa l'ho fatta già qualche anno fa. La carrozzeria non è verniciata ma, essendo già bianca di suo, questo non è stato un gran problema. Questo è un buon kit per principianti che non dovranno scancherare per la colorazione della carrozzeria ma potranno concentrarsi sul corretto montaggio del modello e sulla applicazione delle decal, altro scoglio abbastanza scivoloso.

In questo modo potrete concentrarvi sulla prima abilità senza diventare matti e farvi venire il fegato amaro per la questione verniciatura che, da sempre, è uno dei maggiori scogli di questo hobby, sia a livello di pratica che di costi e spazi necessari.

Se avete seguito il filo del discorso avete anche capito dove voglio andare a parare: per un neofita o principiante del modellismo è fondamentale imparare a costruite un modello prima di imparare a verniciarlo. Così come Harry Hogge ricordava a Cole Trickle che per vincere una gara è necessario prima di tutto finire la gara, per poter fare un bel modellino verniciato e lucidato e tirato a balestra è fondamentale riuscirlo a montarlo correttamente quindi, mettete all’istante via la fregola e la smania di costruirvi la replica perfetta del vostro aereo preferito e concentratevi sul montaggio. Una volta montato come si deve un aereo o una macchina potrete iniziare a pensare a come verniciarlo anche perché un aero montato di merda, anche se verniciato bene, rimarrà un modellino brutto.

A questo punto torna utile un’altra considerazione: se siete principianti e questo hobby vi attira non siete obbligati a prendere un kit già colorato (con le macchine qualcosa si trova, con gli aerei F-117 a parte è già più complesso) ma potete anche sceglierne uno del vostro aereo preferito e montarlo così com’è, a secco senza vernice, lasciandolo grigio (che poi, ad esempio, un F-16 tutto grigio con le decal al posto giusto non è poi così lontano dalla realtà) e concentrandovi solo sul corretto montaggio del modellino. Il risultato, se fate le cose fatte come si deve, sarà tutto tranne che deprecabile. Magari non degno di una mostra ma comunque fonte di soddisfazione PER VOI.

Suggerimento al volo: si si belli i modellini da mostra e i post sui social con mille like ma a volte, nella vita, bisogna imparare a fare le cose per sé. Un po’ di sano onanismo – in tutti i sensi, anche psicologico – non ha mai fatto male a nessuno e, anzi, volersi bene fa bene.

Prima di fare le cose per ricevere apprezzamento dagli altri imparate a farle per voi. Imparate a sentirvi bravi, imparate a dirvi bravi. Poi, dopo, potrete affrontare il parere degli altri.

A questo punto possiamo tornare alla nostra domanda iniziale e dare una risposta paraculo: esistono kit per principianti? Sì, tutti i kit sono per principianti, ciò che li rende diversi da quelli per esperti è ciò che volete ottenere. Potete passare 6 mesi su un kit Italeri o Airfix da 15 euro per tirare fuori anche il più assurdo e invisibile dei dettagli o fare il diorama della vita o potere prendere un kit Zoukei-Mura da 200 euro e montarlo a secco usando solo lima, taglierino e colla. Nel primo caso avete un kit economico e relativamente da principianti che avete reso da esperti, nel secondo caso avete preso un kit da cui un esperto potrebbe tirare fuori un aereo difficilmente distinguibile da quello reale e lo avete montato come farebbe un principiante.

Vought A-7 Corsair II della Italeri in scala 1/72. Tralasciando la verniciatura toppo semplificata (ero ancora all'inizio con l'aerografo), nella costruzione di questo kit ho messo quante più bestemmie possibili per ricreare tutto il condotto della presa d'aria che nel kit era tappata e che ho voluto non solo aprire ma anche dotare del lungo condotto interno. Un kit da meno di 15€ per il quale ho lavorato come un puma, un kit da principiante montato quasi come un esperto.

In sintesi, posso affermare che non esistono kit da principianti o kit da esperti ma kit montati da un principiante e kit montati in maniera esperta quindi, non fatevi troppe domande che avere un po’ di giudizio va bene ma essere di quelli che non fanno neanche un passo per paura di slogarsi una caviglia non va bene, prendete un soggetto che vi piace, un po’ di tempo per voi, mettevi su un bel disco, riempitevi un bicchierino di amaro e iniziate ad immergervi in questa affascinante pratica.

Ad ogni modo, tralasciando l’atteggiamento democristiano, il suggerimento che mi sento di darvi, se siete agli inizi, è di evitare di paciugare kit complessi e costosi ma di sgranchirvi le dita su oggetti più economici e semplici così, oltre a non buttare via del denaro, eviterete di rovinarvi il percorso di crescita scontrandovi subito con qualcosa di troppo complesso e, infine, di rovinare per sempre un kit che magari, visto che siete nuovi di questo mondo, potrebbe essere da collezione.

Torniamo allo Skyraider: un ottimo kit che potrà dare grandi soddisfazioni sia ai principianti che agli esperti. I primi troveranno un kit che si monta con facilità, con accoppiamenti perfetti e che anche senza diventare matti permette di realizzare un bell’aereo mentre i secondi avranno per le mani una base ottima da cui tirare fuori un modellino da concorso.

Lo stesso discorso vale per la verniciatura: lo Skyraider presenta una colorazione abbastanza semplice (ocio: apparentemente semplice) basata su due soli colori (grigio e bianco) e che si può ottenere con una certa facilità anche senza attrezzature particolari ma utilizzando due semplici bombolette (AS-16 e AS-20) da pochi euro.

Al contrario, tornando ai ragionamenti di prima, un aeroplano come lo Skyraider, impiegato dalle portaerei, offre ai più esperti una tela bianca sui cui sfogare tutte le proprie frustrazioni grazie al particolare effetto della salsedine e delle intemperie sugli aeroplani della US NAVY, caratterizzati sì da uno schema mimetico relativamente semplice ma anche da variazioni di tono, sfumature e tanti altri dettagli che rendono la colorazione di questi aeroplani particolarmente difficoltosa ma al contempo divertente.

Fate caso a come è rovinata la superficie di questo bel micione

Finito tutto sto preambolo, possiamo iniziare con il wip.

Come al solito la costruzione dell’aeroplano inizia con l’abitacolo, per il quale ho deciso di utilizzare le fotoincisioni per il solo pannello strumenti e di lasciare invece i pannelli laterali come sono da kit, molto più tridimensionali e realistici rispetto alla semplice applicazione di due lastrine precolorate, certo belle ma molto piatte.

L'abitacolo completo come dovrebbe essere con tutte le lastrine della Eduard: le console laterali sono fotorealistiche ma molto più piatte.
La lastrina con le consolle laterali lasciate dove sono, troppo piatte: qui si fa a modo mio!

Completato l’abitacolo, la costruzione dell’aeroplano procede in maniera abbastanza lineare su tre binari principali:

1 – chiusura delle due semifusoliere, lavoro da completare con piccole (grazie mamma Tamiya) aggiunte di stucco lungo la linea di giunzione dei due gusci. Attenzione a quando con la carta abrasiva andate a pulire la zona a non cancellare le linee di pannellatura o, quanto meno, abbiate poi l’accortezza di ripassarle con una lametta ben affilata.

In questa foto potete vedere la piccola linea di stucco lungo la giunzione delle due semifusoliere.

2 – costruzione e verniciatura del motore. Il kit Tamiya vi offre la possibilità di lasciare i flabelli di raffreddamento chiusi o aperti: nel primo caso il motore risulterebbe invisibile (facendovi risparmiare tempo) ma, volendo fare un aeroplano pronto al decollo come quello della foto, ho scelto di lasciare i flabelli aperti mettendo così in bella mostra il grosso radiale. Il motore è stato verniciato di nero semiopaco (Tamiya X-18) e poi ripassato con un bel dry brush argento per enfatizzare le alette di raffreddamento e per dare profondità generale all’organo meccanico. Successivamente ho aggiunto i fili provenienti dal kit Eduard e, infine, ho montato la “cupola” che copre il gruppo riduttore, verniciata in Insignia White (Tamiya LP-35) e debitamente scrostata per rendere il tutto più realistico;

3 – Chiusura dei gusci delle semiali e posizionamento dei flap. Qui il kit vi offre la possibilità di posizionare i flap in due diverse posizioni (estesi o ritratti) ma, guardando diverse immagini, ho visto che gli Skyraider decollavano dalle portaerei con i flap in posizione neutra, probabilmente a causa della grande potenza sviluppata dalle catapulte che rendevano di fatti inutile l’utilizzo dei flap. Chiudendo le ali bisogna fare attenzione al fatto che il kit è studiato in modo che i portelli dei due carrelli principali sono un tutt’uno con le paratie interne dei vani carrelli, un modo intelligente per non scancherare quando poi ci sono da mettere i portelli in posizione ma un modo per complicare la vita ai modellisti più pretenziosi. Volendo infatti avere una superficie il più neutra possibile e semplice da verniciare ho deciso di tagliare via i portelli che poi rimetterò al loro posto utilizzando le nuove cerniere contenute nella lastrina delle fotoincisioni, un buon modo anche per verniciare i portelli separatamente dando loro l’attenzione che meritano. In questo passaggio ho rivolto molta attenzione all’interno dei vani carrelli, aggiungendo un tubo come quello presente negli aeroplani reali.

Una volta tagliati via i portelli bisognerà eliminare del tutto le cerniere esistenti in modo da lasciare spazio a quelle in fotoincisione

Qui sopra: uno dei due vani carrelli completato. Nella foto potere notare il tubo idraulico aggiunto da me e le nuove cerniere provenienti dal set di fotoincisioni della Eduard.

 

4 – il pilota. Scartata l’opzione di utilizzare quello presente nella scatola – seduto e che guarda dritto – per realizzare qualcosa di più dinamico ed in linea con la fotografia da cui ho preso spunto per questo modello ho deciso, come detto, di utilizzare gli omarelli parte del kit Hasegawa dedicato al personale presente a bordo delle portaerei US NAVY. La scatola Hasegawa permette di creare tre diversi tipi di pilota che cambiano fra loro sia per la posizione delle braccia che per la forma del casco o la presenza della maschera d’ossigeno. Io ho deciso di fare un minestrone e, fregandomene delle istruzioni, di utilizzare il corpo di uno, le braccia di un altro e la testa di un altro ancora per poi incollare tutto nella posizione che ho ritenuto più consona per il modello, stuccando poi a dovere gli spazi rimanenti. In questo modo ho creato un pilota molto più dinamico, con una mano sul cruscotto, una sul bordo del parabrezza e la testa rivolta a destra, esattamente com nell’immagine reale.

Mi spiace ma l'iPhone fa proprio delle foto dimmè
Si nota poco a causa della qualità infima della foto ma nel poggiatesta del pilota ho praticato un foro e vi ho inserito un piccolo anello fatto con il fil di ferro attorno a cui farò scorrere le cinture di sicurezza

A questo punto ci ritroviamo con l’aereo diviso in tre pezzi principali, la fusoliera, l’ala e il grosso motore dentro la sua cappottatura. Se stessimo parlando di un aereo più piccolo probabilmente a questo punto incollerei tutto assieme per procedere alla verniciatura del modellino tutto insieme ma, date le dimensioni importanti dello Skyraider, ho deciso di verniciare i tre pezzi separatamente per poi – con molta attenzione che la colla scioglie la vernice – procedere al loro assemblaggio una volta completata la verniciatura dei tre pezzi.

Il percorso è abbastanza lineare, basta avere gli spazi e gli strumenti giusti. Si inizia con il primer, per evidenziare eventuali problemi da risolvere (come le giunzioni delle due semifusoliere non correttamente livellate), per poi procedere con la fase di preshading (o preombreggiatura), fondamentale per poter ottenere un risultato soddisfacente una volta completata la verniciatura. Il preshading è una tecnica apparentemente sciocca e semplice che però si dimostra estremamente utile per riuscire a dare tridimensionalità all’aereo finito sia evidenziando le linee di pannellatura che andando a scurire in maniera selettiva alcuni pannelli che si vorrà far risaltare sull’aereo finito. La cosa importante da ricordarsi è che quando poi si andrà a verniciare l’aeroplano bisognerà stare in occhio a non esagerare con le mani di colore che potrebbero andare a cancellare il lavoro di preshading.

Nel caso del nostro Skyraider l’attività di preshading è stata incentrata sul mio voler ricreare la particolare finitura superficiale che è possibile notare sugli aeroplani impiegati a bordo delle portaerei, che non sono semplicemente grigi e bianchi ma invero mostrano sulla loro pelle i risultati della dura vita a bordo delle portaerei, con gli aerei che passano spesso tanto tempo all’esterno esposti alle intemperie e al sale. La cosa è ancora più vera nel caso di questo Skyraider che, dato il particolare momento storico in cui è stato utilizzato, è credibile pensare che passasse più tempo a volare sopra i Vietcong che a riposo a bordo della USS Midway.

Pre-shading sulla fusoliera. Oltre a ripassare le linee di pannellatura ho fatto dei segni a caso all'interno dei vari pannelli lasciando volutamente (liberi) gli spazi vicini ai bordi in modo che, una volta verniciati, i pannelli risulteranno più scuri al centro e chiari ai lati.
Stesso discorso ma sulle ali. Notare che l'assenza dei portelli dei carrelli mi semplifica la vita e la verniciatura e i vani carrelli (già verniciati in precedenza) protetti da semplici pezzi di scottex appallottolati. Qui ho inizitito con il pre shading nelle cerniere delle superfici mobili proprio per creare uno "stacco" di queste dal resto dell'ala.
Parte superiore della semiala sinistra completata. Se osservate bene si vede l'effetto del preshading, con i singoli pannelli che "escono" e l'effetto di profondità dato dai ghirigori fatti precedentemente. Notare il cerotto casalingo che mi sono fabbricato per contenere gli effetti di un taglio rimedito mentre pulivo un pezzetto di plastica con il bisturi con la lama nuova.

Completato il preshading è possibile procede con la verniciatura dell’aereo, con tutta la parte bassa in Insignia White (Tamiya LP-35) e quella superiore in grigio chiaro US NAVY (Tamiya LP-34). Di questa fase purtroppo non ho foto perché, come spesso accade quando faccio modellismo, raggiungo stati di estrema concentrazione che mi fanno dimenticare di tutto il resto. Entro in una specie di trans trance creativa e mi ritrovo con gli aeroplani completati senza aver fatto foto in mezzo (che poi è il motivo per cui sto andando così lento con Montami, il DI BRUTTO dedicato al modellismo). Mi spiace.

Quindi, finito di verniciare i pezzi ho proceduto come segue:

1 – li ho uniti con poche gocce ben posizionate di cianoacrilica che attacca subito e ne basta pochissima per tenere attaccati i pezzi, in questo caso meglio della colla da modellismo che richiede un po’ di tempo per fare effetto e che, se cola su pezzi già verniciati, si porta dietro la vernice;

2 – ho passato tutto l’aeroplano con carta abrasiva da 3000 per rendere la superficie bella liscia e uniforme ed eliminare eventuali granelli di polvere;

3 – ho dato una bella mano di trasparente (Tamiya TS-13 -> OCIO: questo trasparente è un lacquer (ci torneremo su Montami se mai riuscirò a finirlo) e oltre a mangiarsi le decal, se dato su superfici verniciate con vernici lacquer (come quelle di questo Skyraider, fatto con LP-34 e LP-35) tende a sciogliere tutto quindi va dato con MOLTA calma e con tanti strati leggeri). Il trasparente lucido è fondamentale per proteggere la superficie verniciata, per prepararla ai successivi lavaggi (che si fanno con colori di tipo enamel, i cui solventi non attaccano il lacquer) e per poter posare le decal senza che queste risultino di una opacità diversa rispetto al resto dell’aereo;

 

Il trasparente lucido evita questo brutto effetto, in gergo si parla di "silvering"

4 – una volta asciutto il trasparente ho proceduto ad un lavaggio di tutto l’aereo con una miscela molto diluita di colore a olio nero + solvente enamel;

5 – finito con la sporcatura di tutto l’aereo ho utilizzato le trousse Tamiya Weathering Master per realizzare gli sbuffi dei gas di scarico sulla fusoliera;

6 – verniciatura di tutto l’armamento, tazza del cesso compresa;

Il mio telefono fa delle foto di merda ma quello di Isabella (con le lenti "riparate" dai cinesi sotto casa) riesce a fare di peggio, bioparco

7 – realizzazione dei carrelli, del gancio di arresto, rimozione delle maschere sui trasparenti, posizionamento del pilota sul suo sedile e aggiunta delle cinture di sicurezza (create con del nastro Tamiya da 2 mm) e contemplazione del lavoro finito, con virtuale autopacca sulle spalle per aver completato un modellino di cui vado molto fiero.

Nota finale per i più curiosoni: la Toilet bomb non fu la prima volta che gli americani sganciarono roba strana sui propri nemici. Una cosa simile venne fatta nell’agosto del 1952 quando, nell’ambito della Guerra di Corea, un AD-4 (versione particolare costruita in appena 372 esemplari del nostro A-1 Skyraider) appartenente al VA-195 “Dambusters” decollò dalla USS Princeton in direzione Pyongyang con appesa sotto la fusoliera una bomba da 1000 libbre con attaccato un lavandino.

L’idea nacque dal motto degli equipaggi dei bombardieri che si vantavano di poter sganciare sul nemico qualsiasi cosa compresi i lavandini. Detto, fatto.

Articolo del 5 Giugno 2024 / a cura di Il direttore

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  • Nicola

    Direttore mi sto appassionando al mondo del modellismo anche grazie ai tuoi articoli..per adesso conto una R1 e una 996 Tamiya….di Montami faccio l’abbonamento te lo dico

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