Nel primo articolo di questo long form abbiamo capito come il Panzer Tiger I fosse un vero e proprio Ferro del Dio e che, problemi di gioventù a parte, aveva tutto il potenziale per fare la differenza sul campo di battaglia. E in effetti la fece: nel periodo che va dall’estate del ’42 alla primavera del ‘44, in uno scontro uno contro uno, nessun tank sul fronte orientale poteva sperare di competere, per non parlare della fanteria a corto di armi anticarro e giuste motivazioni nel rischiare la ghirba per compiacere al compagno Stalin.
Tu prendi fucile, tu prendi munizioni: se lui cade, tu prendi fucile.
Certo, come no.
Ma dove faceva la differenza il Tiger rispetto ai tank che l’hanno preceduto? Praticamente in tutto. Corazzatura e arroganza del pezzo da 88 mm erano evidenti dalle dimensioni e dalla lunghezza del kannonen, ma altri due fattori erano altrettanto decisivi, se non di più, nel rendere il nostro ingombrante amico un dito in cul un grosso problema per russi prima, inglesi e americani dopo: la qualità delle ottiche e l’addestramento degli equipaggi. Molti carristi venivano da precedenti esperienze su Panzer III e IV e si può immaginare come si trattasse di gente piuttosto smaliziata che si beccava almeno altri sei mesi di addestramento a base di razionen spezialen di sturmtruppiana memoria.
A un artigliere con la pancia piena, date un paio di ottiche binoculari Zeiss Turmzielfernrohr 9b (9c nell’ultimo anno di guerra) capaci di due livelli di magnificazione (2.5X e 5X), definizione e luminosità eccellenti con diottre tarate alla perfezione e vi ritroverete tra le mani una macchina di morte capace di perforare bersagli con corazzature frontali da più di 100 millimetri a oltre due chilometri di distanza con una percentuale di successo variabile dal 50% all’80%. Non mancano conferme di centri anche a tre chilometri e oltre; una roba da matti per quell’epoca, con l’efficienza di tiro che diventava praticamente 90-100% al di sotto dei 1200-1500 metri (indizio numero 1).
Vale la pena aggiungere che un caricatore esperto poteva incamerare agevolmente una media di 5-6-7 colpi al minuto, cosa non facile viste le dimensioni e il peso del proiettile. Ci si rende quindi conto di come attaccare frontalmente un Tiger cercando di accorciare la distanza alla svelta fosse quanto di più sconsiderato potesse venirvi in mente di fare (indizio numero 2). A contribuire a questa letalità pensava anche la tipologia di munizioni utilizzate; erano essenzialmente di tre tipi e caratterizzate da un elevato livello qualitativo dei materiali usati.
La più comune era la Panzergranate 39: un proiettile perforante (APCBC) capace di sforacchiare 90 millimetri di corazza inclinata a 30° a due chilometri di distanza. Per gli ospiti di un certo riguardo si poteva ricorrere alla Panzergranate 40 (APCR) che a parità di inclinazione e distanza poteva fare capoccella agli occupanti di un blindato nascosti dietro 120 millimetri di acciaio. Questo grazie alla rimozione della carica interna sostituita da un nucleo in tungsteno che sacrificava l’effetto esplosivo a tutto vantaggio della penetrazione. Infine, era possibile usare anche munizionamento altamente esplosivo per supportare con tiro indiretto l’artiglieria o diretto in appoggio alla fanteria per gli incontri ravvicinati con nemici trincerati in zone urbane o fortificazioni di vario genere.
Precisione, gittata e qualità del munizionamento del Tiger I vennero rese ancora più efficaci dal teatro operativo in cui si era trovato ad operare inizialmente: le steppe russe e il deserto africano erano quasi sempre scenari piatti e aperti, senza ripari o possibilità di occultamento derivanti da fitta vegetazione. Gli avvistamenti potevano quindi avvenire a cinque chilometri e i primi ingaggi a tre. Questo significava che se vi trovavate a fare una scampagnata su un T34-76 (65 millimetri di corazzatura frontale) un JS-2 (100mm), un Churchill MkVII (152mm), un Pershing (100mm) o uno Sherman (60mm e indizio numero 3) c’erano ottime possibilità di prendere almeno un paio di schicchere sul grugno prima di poter anche solo pensare di rispondere al fuoco.
Neutralizzarlo era poi tutto un altro paio di maniche. Questo in virtù della corazzatura assolutamente massiccia in ogni sua parte che fino all’estate del 1944 garantì un livello di sopravvivenza dell’equipaggio senza paragoni. Non era solo una questione di spessore, ma anche di qualità della stessa da una parte e della capacità di penetrazione dei proiettili nemici dall’altra. Test metallurgici condotti dagli inglesi sulle prime prede di guerra in Africa, confermano una durezza dell’acciaio di 260-280 su scala Brinell, quando russi e inglesi si fermavano a 220-240, a conferma di come dai portoni di Kassel uscisse roba di un certo livello. Dall’altro lato, la qualità dei munizionamenti nemici scarseggiava, con proiettili che spesso rimbalzavano anche sotto i 1000 metri, obbligando Piotr e Artyom a farsi sotto, con tutti i rischi del caso.
Quindi, a parità di spessore, calibro e distanze, fino alla primavera del 1944 i Tiger erano quasi impossibili da mettere a nanna al punto da generare situazioni da sit-com (per i tedeschi, chi se li trovava di fronte rideva molto meno). Qualche esempio? Il 20 marzo 1943 nella battaglia di Passo Maknassy 6 Tiger asfaltano 35 carri medi e leggeri americani. Il 7 febbraio, nella seconda battaglia di Ladoga, 6 Tiger assistiti da 3 Panzer III fermano una controffensiva russa per rompere l’accerchiamento di Leningrado: 32 carri nemici distrutti per un Panzer III perso. I russi ci riprovano dieci giorni dopo e un Tiger dalla cima di una collina spazzola l’intera area centrando 10 KV-1 e facendo battere gli altri in ritirata.
Quello che succede il 5 luglio ha del clamoroso: nell’attraversamento del fiume Oka, 30 Tiger vengono circondati da oltre centoventi carri russi, respingono l’attacco distruggendone la metà e perdendone solo uno. Teploje, 15 luglio: in due rifilano un secco 22 a 0 e dieci giorni dopo un altro 13 a 0. 18 ottobre: un Tiger accerchiato da 40 T34 russi, ne stende 17 mentre gli altri scappano piangendo. Hitler paga di tasca sua le riparazioni che durano un mese. 27 dicembre: un Tiger contro una colonna di T34: apre il primo, poi ferma quello in coda (indizio numero 4) e dopo aver creato l’ingorgo, annienta l’intera colonna con un sonoro 11 a 0. Chiudiamo questa breve lista con la battaglia di Tatianovka del 7 febbraio 1944 (ma di altri esempi con punteggio tennistico se ne possono trovare a decine): 8 Tiger restano a secco e prendono a sassate decine di carri russi che pensavano di averli in pugno impedendo loro di arrivare a meno di un chilometro, per poi farsi la pausa caffè aspettando l’arrivo del benzinaro.
Ovviamente potete ben immaginare quanto il compagno Stalin fosse indispettito da questo stato di cose, ma stava già costruendo Gulag siberiani dotati di tutti i comfort per punire adeguatamente i responsabili. Più prosaicamente, a furia di prendere schiaffi in faccia i russi capirono che si doveva reagire sotto l’aspetto tecnico; sul fronte orientale i fattori decisivi nel costringere alla resa le Schwere-Panzer-Abteilung, oltre alla massa critica su cui adoravano basare i loro assalti, furono innanzitutto il miglioramento nella qualità delle munizioni e il progressivo inspessimento delle corazze dei T34 che arrivarono a 90mm sul frontale. L’adozione del pezzo da 85 mm ZIS-S-53, di potenza paragonabile all’88, rese quello che prima era poco più di un fastidioso insetto, un bruttissimo cliente per qualsiasi carro tedesco.
Con l’entrata in servizio dei più rari JS-2 e Su/ISU-152, Ivan ottenne finalmente la potenza di fuoco necessaria a farci percepire l’adorabile ignoranza nell’approccio russo alla soluzione dei problemi bellici. Piazzarono un cannone da 122mm sul primo e un obice (!) di artiglieria ML-20S o cannone BL-10, entrambi da 152mm, sul secondo. Il proiettile perforante BR-540 pesava quasi cinquanta chili e quando non riusciva la penetrazione, con la sola potenza esplosiva della munizione era in grado di accartocciare il telaio, sventrare ruote e cingoli, se non scoperchiare letteralmente la torretta di un Tiger.
L’escalation tecnica sul fronte occidentale fu meno esasperata, ma anche in questo caso la superiorità tecnica del Tiger fu frustrata dai numeri in campo. Lo scontro rimase confinato a M4 Sherman, Sherman Firefly, M10 Wolverine ed M26 Pershing. Il primo non fu mai in grado di competere in termini di corazzatura, compensando però con un buon cannone da 76mm e munizioni di ottima qualità, ma soprattutto numeri esponenzialmente superiori al suo dirimpettaio. Più ostici erano invece il Firefly, l’M10 e l’M26. Il primo montava il cannone da 17 libbre, mentre il secondo e il terzo il pezzo da 90 mm M1/M2/M3. Contro questa potenza di fuoco combinata, i Tiger non poterono comportarsi altrettanto bene come in Russia o in Africa. Molte meno unità finirono sul fronte occidentale ma soprattutto era cambiato il terreno: colline, cittadine e fitta vegetazione tolsero alle Panzer Abteilung il vantaggio della distanza, per non parlare della copertura aerea sempre più scarsa se non assente, nelle fasi finali della guerra.
Alla fine di questa lunga disamina di uno dei carri armati più famosi e temuti di sempre, possiamo portare a casa alcune considerazioni sull’eredità storica di un mezzo che ha lasciato un’impronta indelebile nella storia degli scontri tra corazzati. Le ragioni della sconfitta della Germania sono evidenti, a partire da una capacità industriale e di rifornimento logistico incapace di gestire l’urto combinato su due fronti aperti con due superpotenze quali erano gli Stati Uniti e la Russia.
Ecco cos’hanno in comune torte di cioccolato e le battaglie tra corazzati.
In questa logica, appare chiaro come gli esigui numeri di produzione del Tiger, nonostante la conclamata superiorità tecnica rispetto ai suoi avversari, non abbiano spostato in modo decisivo l’ago della bilancia dei più importanti scontri tra corazzati della Seconda Guerra Mondiale come l’operazione Zitadelle o lo Sbarco in Normandia seguito dall’offensiva nelle Ardenne, a dispetto degli esempi che abbiamo citato. Alcuni analisti continuano a considerare il Tiger I e soprattutto il suo fratello maggiore Tiger II uno spreco di risorse; facendo i conti della serva, la sensazione è che anche convertendo i materiali e la forza lavoro di 1800 unità pesanti in 4000 Panther o 5000 Panzer IV, l’esito della guerra non sarebbe stato molto diverso.
Considerazioni più interessanti si possono fare, invece, su come il progetto di Erwin Aders incarnasse già ottant’anni fa le caratteristiche tipiche dei migliori tank odierni: se andiamo a vedere nel dettaglio, dimensioni e peso di M1A1 Abrams, Leopard 2A4, Challenger 2 ed altra ferraglia moderna non sono poi molto diverse a quelle del Tiger I. Sessant’anni di evoluzione tecnologica data da motori capaci di erogare 1000 cavalli in più, corazzature composite e sistemi di tiro gestiti elettronicamente hanno portato all’estremo mobilità, protezione e precisione, ma già nel 1942 era presente sul campo di battaglia un tank capace far capire a suon di Sherman, T34, KV-1 e Matilda sventrati che l’era delle suddivisioni tra carri leggeri, medi e pesanti era finita.
Stava per iniziare quella del Main Battle Tank da sessanta tonnellate che si sarebbe concretizzata una decina d’anni più tardi con il Chieftain inglese per poi diventare un punto fermo nel modo di concepire i corazzati fino ai nostri giorni. Spostandoci sull’aspetto più filosofico, il Tiger I incarna alla perfezione la filosofia tedesca che idealizzava la vittoria finale attraverso la superiorità tecnologica sul nemico. Gli esempi? Se lo Sturmgewehr 44 è il papà dei moderni fucili d’assalto, le V1/V2 lo sono per droni/missili balistici di cui sono i pieni gli odierni telegiornali. MG34/42 hanno stabilito uno standard per le mitragliatrici leggere mentre il Messerschmitt Me 262, beh, che ve lo diciamo a fare?
Giunti al termine, vi starete chiedendo cosa sono gli indizi numerati sparsi lungo tutto l’articolo. Servono a farvi cogliere la sequenza di errori commessa da chi ha sceneggiato in modo improbabile il combattimento tra quattro (oddio, tre) Sherman, presa direttamente dal film Fury. Nella scena è presente l’unico esemplare funzionante di Panzer Tiger I esistente al mondo, il 131 perso dai tedeschi nella battaglia di Tunisi, ora in forza al Tank Museum di Bovington e tirato a lucido dopo vent’anni di mazzo lavoro di restauro.
Ok, il motore è quello di un Tiger II ma chissene: ci sono voluti anni per rimetterlo a posto e da vedere in azione è una vera goduria.
Oltre agli indizi citati, ci sono almeno un altro paio di errori che gridano vendetta, a cui vi lasciamo il gusto di arrivare da soli. Tuttavia, sapere che il bestione a cui sparano Brad Pitt e Shia La Beouf non è un ammasso di pixel in CGI ma è uscito sferragliando VERAMENTE da una fabbrica nazista ottant’anni fa, vale da solo il prezzo del biglietto.
Articolo di Matteo Lorenzetti
Articolo carino, ma era la Henschel non Herschel la fabbrica da cui usciva il pzKpwVI Tiger.
Su/ISU-52
* Su/ISU-152
Per la “qualità tecnica” dei film credo basterebbe sapere quanto avevano speso in consulenti ex-militari (o comunque del settore) e relativi giorni di Hotel+trasferte per girare “Salvate il soldato Ryan” e quanto poco hanno spesso alla stessa voce per “Fury”.
PS non so cosa sia, ma rispetto a 20 anni fà pare che chi riesce a risalire le gerarchie si sente autorizzato a auto-considerarsi in grado di decidere/saper fare qualsiasi cosa.
Gran bell’articolo. Segnalo soltanto un’inesattezza nella parte fotografica: quello che viene indicato come un M10 Wolverine è in realtà un 17 pdr SP Achilles, un semovente anticarro inglese ottenuto sostituendo il pezzo originale da 76,2mm dell’M10 americano con un ben più prestante cannone modello Ordnance QF 17- pounder di progettazione e realizzazione britannica. Il QF 17-pounder fu uno dei migliori e più potenti cannoni anticarro della seconda guerra mondiale e grazie al suo munizionamento speciale era in grado di aver ragione della corazzatura di tutti i carri tedeschi dell’epoca, “tigrone” compreso. Gli americani riuscirono a fare qualcosa di meglio utilizzando un cannone ad alta velocità M3 da 90mm che equipaggiò, ad esempio, il semovente M36 Jackson (anche lui ispirato alla “filosofia” dell’M10), ma questa, come si dice in gergo, è un’altra storia…