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Recensione Tamiya FW-190 D-9 1/72

de Il direttore

Spesso succede che compro un kit Tamiya solo per l’immagine in copertina. Non sono l’unico a essere affascinato da queste scatole colorate, al punto che su eBay è pieno di gente che vende per cifre che vanno dai 5 ai 20 euro scatole… vuote.

Tutto questo non è invece vero per il kit oggetto di questa recensione (Tamiya n°60751), caratterizzato da una box art orrenda che ritrae l’aeroplano finito ritratto di tre quarti posteriore. Non so perché il reparto marketing dell’azienda giapponese abbia fatto questa scelta, anche perché il FW-190 D-9 è uno degli aerei più minacciosi e loschi che abbiano mai volato. Evoluzione naturale del già eccellente FW-190, il D-9 era miglioro sotto tutti gli aspetti, specialmente nella sua capacità di volare e rimanere efficace a quote più elevate, questo grazie al nuovo motore V12 Junker Jumo, più potente del pur ottimo BMW 801. Siccome di questo aeroplano abbiamo parlato in maniera molto approfondita QUI, è ora di procedere con il kit.

Risalente al 2000, la storia di questo kit è però tutta italiana: tra le case produttrici di scatole di montaggio è frequente scambiarsi stampi e rimarchiare pezzi di alti e per quanto riguarda il FW-190 della Tamiya… beh, tutto inizò a Calderara di Reno, in provincia di Bologna, quando nel 1978 la “nostra” Italeri – che all’epoca era ancora Italaerei – mise in commercio il kit n°218 dedicato proprio al mitico “Dora”. Da lì è stato un susseguirsi di aggiornamenti, via via con nuove decal, nuove scatole e nuovi stampi e nel 1995 la Tamiya reinscatolò il prodotto Italeri nel kit n°60726.

La collaborazione fra Tamiya e Italeri andò avanti fino al 2000, quando la casa delle due stelline propose il suo personale FW-190 D9, con stampi tutti nuovi. Se quindi la scatola è bruttina, aprendola ci si troverà di fronte al solito lavoro che ci si aspetta da un kit Tamiya: i pezzi sono belli, piacevoli al tatto, ordinati e puliti. Le pannellature sono ben fatte e in negativo e si capisce da subito che si ha tra le mani la possibilità di tirare fuori un bell’aeroplano senza il bisogno di evocare antiche divinità.

Come potete vedere dalla foto qui sopra i pezzi che caratterizzano questo aeroplano sono veramente pochi (circa 40, e nemmeno tutti vi serviranno) ma non vi preoccupate, alla Tamiya le cose – spesso ma non sempre – le sanno fare bene e questo aereo si monterà che è un piacere. Le colorazioni suggerite e le decal contenute nella confezione permetteranno di riprodurre due diversi FW-190 D9, entrambi del 1945, uno appartenente JG-301 con base a Straubing in Baviera e l’altro a JG-4 di base Rhein-Main, vicino a Francoforte.

Scendendo nei dettagli e confrontando l’aeroplano con quanto proposto da altre case, questo FW-190 è molto buono, a parte un dettaglio che mi fa un po’ storcere il naso: i pozzetti dei carrelli chiusi. Mi spiego: nel FW-190D (come in altri aerei), lo spazio che viene occupato dai carrelli quando retratti non è “tappato” come in molti modellini ma è aperto e da esso è possibile accedere alla parte posteriore del motore e a tutti i tubi idraulici e pneumatici che governano i sistemi di bordo.

foto via

Ecco, nel modellino Tamiya non sono previste queste “finestre” e i vani dei carrelli sono completamente tappati, sicuramente per loro è un vantaggio a livello di produzione (e noi ringraziamo, questo kit, costa circa 12 euri) ma se si vuole essere pignoli e fedeli all’aereo originale ci sarà bisogno di metterci un po’ di creatività. Su questo FW190 io non ho fatto nulla di tutto ciò e l’ho costruito “di scatola”, ci ho provato invece su un Macchi M.C.205 Veltro della Italeri di cui parliamo in un altro articolo, vi caccio due fotine solo per farvi capire cosa intendo.

– vano carrelli del Veltro prima e dopo: ho aperto i pozzetti (nella foto si vede solo quello di destra, quello di sinistra è come Italeri ve lo propone, ricreato le lamiere con della plastica sottile e i vari tubi e tubicini con dello sprue tirato sui fornelli e dei cavetti elettrici –

Tornando al Focke-Wulf della recensione, a parte il dettaglio dei vani dei carrelli, alcuni modellisti molto più pignoli (ed esperti) di me hanno avuto da ridire nei confronti del kit Tamiya per altri dettagli fuori posto, come l’abitacolo troppo avanzato rispetto l’aereo reale, le “finestre” di espulsione dei bossoli sotto le ali in posizione sbagliata, le ruote troppo piccole e le gambe dei carrelli – pare – troppo corte. Ad ogni modo, sorvolando su questi dettagli, il kit Tamiya andrà assieme con una facilità imbarazzante, il livello di dettaglio è buono e le possibilità di creare un brutto modello sono veramente poche. Per migliorare ulteriormente la qualità del risultato finale potete anche farvi un giro sul sito della Eduard, dove potrete trovare un bel set di pellicole autoadesive con cui mascherare i trasparenti, un passaggio sempre piuttosto delicato e fonte di ansie. Discorso diverso per le fotoincisioni, sempre utili per migliorare gli abitacoli con cruscotti colorati e cinture di sicurezza, che non ho trovato, rendendo così necessaria l’antica arte dell’arrangio.

Seguendo infatti le istruzioni Tamiya passo passo ho deciso di cimentarmi nella autocostruzione delle cinture del pilota, fatte da me utilizzando dell’alluminio da cucina, del nastro giallo Tamiya e delle fibbie provenienti da delle vecchie fotoincisioni. Una volta messe le cinture al loro posto e con l’abitacolo chiuso il risultato è stato sorprendente, specie per un aereo così piccolo.

Per rendere l’abitacolo più “vivo” ho fatto un po’ di scrostature con un pennello sporco di alluminio (tecnica del dry brush, uno dei più grandi misteri del mondo del modellismo e che ancora non ho capito bene come fare). Completati gli interni ho chiuso l’aeroplano con cura. Per facilitare il lavoro di verniciatura, Tamiya ha progettato il 190 in modo che sia possibile installare l’elica a lavoro completato grazie ad un poly-cap da installare all’interno dell’aeroplano dietro al motore. In questo modo ho proceduto a verniciare l’elica utilizzando l’antica tecnica del sale, utile per ottenere un effetto di scrostatura delle pale convincente e realistico.

Ho proceduto dando una mano di alluminio metallico sull’elica. Una volta asciutta la vernice ho tritato del sale da cucina con un mortaio e, aiutandomi con un pennello umido, ne ho depositato un po’ dove avrei voluto ricreare l’effetto di scrostatura. Una volta asciutto anche il sale è bastata una mano di nero X-18 da quale, dopo averlo lasciato asciugare con cura, rimuovere il sale. Il risultato, per quanto magari non sia perfettamente in scala, è a dir poco sorprendente!

Finita l’elica è toccato all’aereo: siccome gli schemi proposti dalla scatola Tamiya non mi piacevano e mi sembravano troppo banali, ho preso spunto dagli schemi di colorazione proposti dalla Eduard nei suoi FW-190 D9 in scala 1/48, le cui istruzioni sono liberamente accessibili sul loro sito. Fra i vari modelli disponibili c’è pure il n°8184, nelle cui istruzioni sono indicate le colorazioni di un FW-190 D9 del JG4, esattamente lo stesso del kit Tamiya ma molto più dettagliato e figo, specialmente nella parte bassa della fusoliera, con i profili in color alluminio naturale.

Dopo una bella mano di primer ho fatto il consueto preshading ripassando tutte le pannellature con del nero opaco e poi ho iniziato la mimetica affidandomi all’aerografo, all’invincibile Patafix e agli ottimi colori Gunze, ricordandomi e anzi sforzandomi sempre di aspettare qualche ora tra una mano e l’altra, purtroppo la fretta e la foga (e la mancanza di fiducia nel mio lavoro) di vedere il risultato finito è una delle mie croci da modellista in erba.

Come vedete dalla foto qui sopra, quando si ha a che fare con un kit ben costruito e si utilizzano gli attrezzi giusti (vernici e aerografo), la possibilità di portare a casa un brutto risultato sono poche. Per migliorare ulteriormente il mio Focke Wulf ho deciso di verniciare le strisce in coda – in modo anche di evitare moccoli utilizzando le decal – ottenendo un risultato di tutto rispetto. Una volta tutto asciutto ho applicato le varie decalcomanie sulle (e sotto) le ali e sulla deriva, per completare il tutto con una bella mano di trasparente Tamiya X-22. Solo a quel punto ho proceduto con l’invecchiamento, portato a termine con la trousse Tamiya Weathering Master per la sporcizia degli scarichi e dei mitragliatori e con il panel liner  nero sempre della Tamiya. A quel punto ho montato i carrelli (facendo attenzione alla particolare inclinazione che avevano le ruote del 190), l’elica, il cavo dell’antenna e tac, les joux son fait! (non fate caso alla mancanza dell’antenna ad anello sotto la fusoliera e del tubo di pitot… ho una gatta con le zampe lunghe)

A parte un problemino al carrello destro (che ho sistemato dopo che le foto me lo hanno fatto notare brutalmente), non posso che essere soddisfatto di questo modello e di consigliarlo a tutti voi rollingsteeler, d’altronde si sa, ad un FW-190 non si può dire di no. A questo voglio aggiungere che, a voler fare i fighi, un miglioramento facile facile che si può fare a questo modello (in futuro ci proverò, alla peggio ho sprecato 10 euro e poco più) è quello di tagliare i flabelli del carter motore per montarli aperti, dando così un aspetto più “vivo” all’aereo. Se volete cimentarvi in questa costruzione, potete trovare questo kit QUI.

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2 commenti

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Marco Gallusi 14 Febbraio 2021 - 12:40

Bellissimo modellino… molto particolareggiato…

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fabio guidi 15 Febbraio 2021 - 10:58

Ottima recensione,dopo tanti anni che non pratico mi potete consigliare un buon manuale di modellismo statico per erei e corazzati militari sec.guerra mondiale?

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