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Classe Arktika, l’inarrestabile rompighiaccio nucleare

9 Ottobre 1893: la Fram, a dispetto del nome (Avanti), resta incastrata nei ghiacci artici al largo della Siberia, ne uscirà solo tre anni più tardi nell’agosto del 1896 dopo essere andata alla deriva in balia della banchisa. Volontariamente.

La balzana idea è venuta in mente ad un norvegese fuori di testa, il leggendario Nansen, in seguito al ritrovamento di frammenti della USS Juliette al largo della Groenlandia, sebbene la nave fosse affondata lungo le coste della Siberia. Nansen ha intuito che c’è una corrente artica che attraversa il Mar Glaciale Artico e spera di poterla sfruttare per raggiungere per primo il Polo Nord, un obiettivo nel mirino di molti in quegli anni visto che sostanzialmente il resto del mondo era già stato interamente esplorato.

Per farlo però serve una nave speciale, perché dovrà rimanere incastrata tra i ghiacci per molto tempo, commissiona quindi ai cantieri di Colin Archer a Larvik qualcosa di mai visto prima: immaginatevi la faccia del progettista quando gli hanno detto che doveva fare un nave in legno che sopravvivesse a tempo indeterminato nel ghiaccio. Di certo il signor Archer si sarà fatto pagare tutto prima della partenza

La Fram è molto larga, ha un pescaggio minimo, è fatta di spessi legni speciali provenienti dal Venezuela ed è pensata per essere sollevata dai ghiacci piuttosto che esserne stritolata.


– La Fram con tanto di mulino a vento per l’elettricità –

Un volta bloccata dalla banchisa la Fram si inserirà in una rotta troppo a Sud e Nansen tenterà, senza successo, di raggiungere il Polo a piedi, rischiando per altro di rimetterci la penne.

Tutto sommato la spedizione viene considerata un successo, tornano a casa e la nave sopravvive alla prova, hanno inoltre dimostrato che la corrente artica esiste, anche se passa più a Sud del Polo.

– La prua rinforzata della Fram al museo di Oslo, vale il viaggio –

Qualche anno più tardi, nel 1914 il glorioso Ernest Shackleton, nel tentativo di attraversare l’Antartide (Polo Sud questa volta), rimarrà incastrato in una corrente simile, ma la sua Endurance pur essendo pensata per situazioni estreme, non è progettata in modo specifico come la Fram e, dopo una lotta di nove mesi, affonda lasciando 28 uomini a piedi sulla banchisa antartica. E’ l’inizio di quella che a parere di chi scrive è la più grande avventura di sempre, Shackleton riporterà tutti a casa usando scialuppe e soprattutto leadership da vendere, ma non vi faccio altri spoiler, compratevi il libro “Endurance” e non ve ne pentirete.

Cosa avrebbero dato Nansen e Shackleton per un rompighiaccio, lo sanno solo loro.

– La Endurance poco prima di gettare la spugna –

Facciamo ora un balzo nel tempo fino alle ore 9:40 del 17 agosto 1977: lo spesso ghiaccio al Polo Nord geografico è scosso da un tremito, una vibrazione che diventa un rumore come di tamburi (immaginatevi quelli dei goblin a Moira) accompagnato da schiocchi tipo ossa rotte e legno che si spezza: improvvisamente un’enorme prua nera con una bocca da squalo attraversa il campo visivo di un paio di orsi polare stupefatti.

Il rompighiaccio sovietico Arktika, un bestione che disloca 24.000 tonnellate, lungo 148 metri e con 75.000 cavalli, avanza nel ghiaccio ad una velocità di circa tre nodi, è la prima nave a raggiungere direttamente il circolo polare e per arrivarci ha attraversato ghiacci spessi anche due o tre metri.

L’Arktika è la prima di sei navi della sua classe e, come tutte le sue sorelle, porta in grembo un’eredità dei sottomarini sovietici: due reattori nucleari da 171MW che le garantiscono potenza (volete la traduzione in CV? 460.000!) e soprattutto autonomia esagerata: dal maggio del 1999 al maggio del 2000 stabilirà un altro record restando per mare un anno ininterrotto.

– ARKTIKA è la prima della classe –

I Sovietici prima e poi i Russi hanno da sempre capito l’importanza strategica dei rompighiaccio, durante l’inverno il mare al largo della Siberia si congela e molte località non sono più raggiungibili, il rompighiaccio assicura il mantenimento delle rotte commerciali e un presidio in una terra di nessuno che nasconde una ricchezza fondamentale: il petrolio.

Già nel 1957 hanno varato il Lenin, un altro simpatico bestione di 135 metri anch’esso propulso da reattori nucleari e che, in modo del tutto inaspettato (…), è stato simpaticamente coinvolto un paio di incidenti nucleari, il più grave nel 1965 quando qualcuno ha fatto casino e delle barre di uranio si sono fuse nelle loro sedi e sono serviti due anni per rimetterlo in strada.

Il secondo incidente accadde nel 1967 (esatto avete fatto bene i conti, era appena rientrato in mare) quando del liquido “refrigerante” si infilò nell’armatura di cemento dei reattori; dopo aver distrutto l’intera armatura a botte di martello pneumatico per cercare la perdita, i sovietici a ‘sto giro hanno pensato di rimpiazzare i reattori con alcuni di nuova generazione, nel dubbio col doppio della potenza, non si sa mai gli americani ne facessero uno anche loro.

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Il Lenin ha combattuto gloriosamente nei ghiacci fino al 1989 e ora riposa come museo nel fiordo di Murmansk insieme a vari sommergibili nucleari dismessi ed altre quattro navi della classe Arktika a riposo. Ah, nella stessa baia, fino a pochi mesi fa, c’era anche il Lepse, utilizzato per fare rifornimento agli Arktika e chiamato affettuosamente la “Chernobyl galleggiante” a seguito di un piccolissimo problema nel 1984, quando, a causa del mare mosso, si è rovesciata in stiva acqua contente rifiuti nucleari (ma non ci mettevano un tappo??). Il Lepse è rimasto lì 15 anni senza che nessuno entrasse nella stiva per sistemare il casino, finché non è stato smantellato.

Ho il vago sospetto che nel fiordo di Murmansk i pesci abbiano tre occhi tipo lago dei Simpsons.

– Il Lepse in attesa di demolizione –

– un Sushi stasera? –

E allora partiamo da qui, dal nucleare, perché siamo abituati a vederlo sulle portaerei americane (classe Nimitz arriviamo!), ma non tanto sulle navi civili, sebbene ci sia almeno un precedente illustre, la Savannah americana, ma ne riparleremo.

La classe Arktika ha un powertrain nucleare-turbo-elettrico che quando lo dici viene da scrivere anche “come se fosse Antani”, ma è proprio vero, questa è la definizione tecnica. Il fatto che l’ultimo motore sia elettrico non è un caso: immagina un’elica che si incastra nel ghiaccio o prende un colpo molto forte, un motore con parti meccaniche non reagirebbe benissimo, uno elettrico al più si ferma o spezza l’elica, ce ne sono almeno un paio di ricambio a bordo.

Veniamo al dunque: la potenza di base è data da due reattori nucleari a centro nave, teoricamente ben isolati da pareti di acciaio e cemento, ma la nave ne utilizza solo uno per volta, l’altro è lì di riserva, giusto per esagerare, perché già uno solo basterebbe teoricamente a muovere almeno tre navi uguali. Per ragioni che ci piace pensare ignote, i sovietici preferiscono far girare i loro reattori tipo al 10% della potenza, avranno i loro motivi, bisognerebbe chiedere a quelli che navigavano sul Lenin per chiarimenti.

Il reattore a fissione, incandescente a causa del decadimento radioattivo, è attraversato da un circuito di acqua in pressione, una pompa spinge l’acqua surriscaldata (liquida perché in pressione) a delle caldaie, quattro per reattore, qui si produce del vapore che viene inviato a due turbine che producono elettricità facendo girare dei grossi generatori elettici da da 27,6MW.

– Le due turbine degli Arktika, due per ogni reattore, ovviamente –

L’elettricità viene quindi utilizzata da tre motori elettrici da 25.000 cavalli ciascuno, collegati ad altrettante eliche a passo fisso e che assicurano la propulsione della nave con una velocità massima di 22 nodi, non molti rispetto alla ferraglia che normalmente gira su Rollingsteel, ma ci sono soprattutto ragioni idrodinamiche date da uno scafo pensato soprattutto per spaccare il ghiaccio. E’ noto che chi soffre di mal di mare è meglio che stia lontano dai rompighiaccio.

In giro per la nave ci sono poi almeno altre cinque turbine ausiliarie da 2MW ciascuna e un paio di diesel anche loro da 2MW: si vede chiaramente che i sovietici si fidavano moltissimo dei loro reattori, visto il livello di ridondanza della baracca.

Capita la meraviglia del powertrain nucleare-turbo-elettrico-prematurato, resta da capire come cavolo fa quest’affare ad avanzare nel ghiaccio spesso come il piano di una casa. Non è (solo) una questione di potenza, ma c’è tanta ingegneria navale e quanto segue vale un po’ per tutti i rompighiaccio.

Il concetto fondamentale è che il rompighiaccio non taglia il ghiaccio come sarebbe istintivo pensare, ci sale sopra e lo spezza col suo peso. La caratteristica prua è infatti sagomata non per incastrarsi nel ghiaccio e separarlo, ma per salirci morbidamente sopra e separarlo con il peso della nave. Un concetto compreso già alla fine del XIX secolo, ma che ha dovuto attendere l’avvento di motori sufficientemente capaci per essere impiegato con efficacia.

– Notare la prua agghindata per salire meglio sul ghiaccio –

In condizioni normali gli Arktika sono in grado di procedere ad oltre 3 nodi nel ghiaccio spesso fino a quasi 3 metri, tanta roba, ma possono raggiungere spessori anche superiori (lo Yamal è arrivato a 9 metri!) frantumando il ghiaccio con le eliche in retromarcia o utilizzando la tecnica dell’ariete, che funziona esattamente come vi immaginate: avanti, sbatto, indietro, avanti a cannone, salgo, spezzo, indietro, etc…

Nei casi più difficili gli Arktika, nove metri sotto il galleggiamento, hanno dei fori lungo la chiglia da cui rilasciano 24 metri cubi al secondo di bolle d’aria per “scollarsi” dal ghiaccio, ma anche per romperlo da sotto sollevandolo. Se proprio rimangono incastrati hanno ancora un’ultima carta da giocarsi, possono spostare l’acqua di zavorra molto rapidamente da una parte all’altra della nave per muoverla e rompere il ghiaccio che la circonda. ASSURDO.

Come potete immaginare la nave è interamente pensata per sopportare situazioni estreme, lo scaffo è doppio, con quello più esterno spesso 5cm. e quello interno 2,5cm., sulla prua lo spessore della corazza arriva a 50cm, roba che manco le corazzate.

Diciamo che se sei per mare e incroci un Arktika è meglio non tagliargli la strada o fargli le corna dal ponte, perché potrebbe sostanzialmente attraversare una nave normale da parte a parte, in maniera simile a quanto accaduto alla nostra Andrea Doria con lo Stockholm (nemmeno un vero rompighiaccio), ma questa è un’altra storia, anche un po’ triste, spero un giorno di raccontarvela su queste pagine.

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Torniamo agli Arktika, ne hanno fatti sei, di questi ne restano in servizio attivo solamente due, gli altri colano uranio riposano felicemente nella baia di Murmansk, in attesa di essere smantellati o rimessi in servizio.

Quelli rimasti sono utilizzati in affiancamento alla più recente classe Taymyr per tenere sgombre le rotte polari Russe, è interessante notare come per evitare che il ghiaccio si richiuda subito dietro, le navi commerciali a volte sono costrette a farsi rimorchiare in scia, roba che viene da pensare che stiano per uscire in sorpasso con le scintille sotto.

– pulsante “LEVATI” sul volante –

Adesso, se anche voi vi siete infuocati di brutto e vi state chiedendo se potete farci un giro, la risposta è sì: con un po’ di fortuna (ma con soprattutto un sacco di soldi – circa 45.000$ a cranio), potete imbarcarvi in una crociera per il Polo Nord, scendere e farvi un pranzo sulla banchisa e la fotina da mettere sul profilo Facebook per fare schiattare d’invidia gli amici (poi già che ci siete usatela anche su Tinder, tigri).

Gli Arktika sono dotati di ogni confort, piscina riscaldata e sauna, detto che il sottoscritto ucciderebbe per farsi un viaggio su uno di questi cosi, credo che comunque mi salterei la piscina ché l’acqua calda su questi affari viene sempre il sospetto arrivi in presa diretta dai reattori. Mi chiedo se per fare il bagno lì dentro ti diano il salvagente piombato.

– Al buio l’acqua è di un simpatico verde luminescente –

Gli Arktika rimasti continuano a mietere record, complice anche il riscaldamento globale, nel 2017 il 50 Let Pobedy (50 anni della Vittoria) è andato da Murmansk al Polo Nord in 79 ore, roba che Nansen quando lo ha saputo è rimorto nella tomba per l’invidia e nella remota South Georgia dove è sepolto Shackleton, si è sentito chiaramente qualcuno tirare giù metà dei santi nella lunga notte invernale.

Oggi c’è una nuova classe Arktika che proprio questo mese (ottobre 2020) è stata ufficialmente inaugurata con il primo alzabandiera, lo stesso che vi verrà pensando che come al solito i russi lo hanno fatto più grande (173 metri), più pesante (35.000 tonnellate), con più potenza nucleare (2x17MW) e con nuovi motori da 20MW, per un totale di circa 81.000 CV alle eliche. Non resta che sperare che l’uranio resti per lo più all’interno, visto che a quanto pare ha rotto un motore elettrico già durante i collaudi.

Per quanto mi riguarda la classe Arktika originale ha un fascino grezzo inarrivabile, grazie a quel design meravigliosamente essenziale in pieno stile “Guerra Fredda” (freddissima in questo caso!) e a quella bocca di squalo che nessuno avrà più il coraggio di replicare sulla nuova infighettata classe Arktika. Io lo trovo meraviglioso, sarebbe meglio solamente con un SU-27 che gli vola accanto

– Porta la nonna! –

Articolo di Paolo Broccolino, il nostro esperto in fatto di ingegneria vintage.

PS: Se ti piacciono lo spazio e la scienza, puoi provare a leggere anche i miei libri: Luci dal Futuro, Mercante d’Immortalità e 121 anni l’estinzione.

Articolo del 30 Ottobre 2020 / a cura di Paolo Broccolino

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  • LS

    sempre i miei compliementi per articoli interessantissimi e storie meravigliose

  • Edovol

    Articolo interessante e ben scritto!

  • Luciano+Valle

    Grazie! Molto interessante e avvincente…

  • Paolo

    L’Endurance! A mio avviso la più incredibile, tosta, efficace e commovente missione di soccorso mai compiuta. E, ci fosse qualche dubbio sull’assoluta, inarrivabile figaggine di sir Ernest Shackleton, è da tenere in conto che dopo aver salvato l’intero equipaggio dell’Endurance (1600 km su una scialuppa di pochi metri in uno dei mari più feroci del Pianeta), è tornato indietro in Antartide (!) e ha salvato i superstiti – 7 su 10 – della spedizione Aurora
    Giù il cappello, signori
    “Se siete nelle avversità e non intravedete via d’uscita inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton”

    • Paolo Broccolino

      Grandissimo, i tempi sono maturi per Shackleton su RS, ci sto pensando da un po’ 😉

  • Paolo

    Fantastica notizia!

    • Michael

      Articolo stupendo, scritto benissimo.
      Molto interessante, grazie!

  • Francesco

    Ci sono articoli, qui su RS, che rimangono nella mente.
    Per me questo è uno di quelli, tanto che lo avrò già letto almeno sei volte.
    Ogni volta mi piace come fosse la prima.
    Io qui trovo poesia, scienza, narrazione e tecnologia.
    Questo trovo in questo articolo.
    Questo per me è Rollingsteel.

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