Su Rollingsteel abbiamo parlato spesso di cannoni, bombe, missili e sistemi d’arma, descrivendo la loro storia, il loro sviluppo e il lato ingegneristico.
Oggi faremo lo stesso con uno degli oggetti che ha cambiato il mondo dalla metà del secolo scorso e continua a farlo nel nuovo millennio.
Oggi vi racconteremo la storia dell’Avtomat Kalašnikova, conosciuto anche come AK-47.
“È il mitra più popolare del mondo, un’arma che tutti i combattenti amano. Un amalgama di 4 chili d’acciaio e legno multistrato. Non si rompe, non si inceppa né si surriscalda. Spara se è coperto di fango o pieno di sabbia. È così facile da usare che anche i bambini possono farlo, e spesso lo fanno. I sovietici hanno messo l’arma su una moneta, il Mozambico l’ha messa addirittura sulla bandiera nazionale. Alla fine della Guerra Fredda, il Kalashnikov divenne il prodotto russo più esportato, prima della vodka, del caviale e dei narratori suicidi. Una cosa è certa, nessuno si metteva in fila per comprare le loro automobili”
Cit. Yuri Orlov (Lord of War)
Partiamo dal principio e ripercorriamo brevemente la storia delle armi da fuoco leggere. Dalla notte dei tempi, l’uomo, grazie al suo intelletto, ha sempre cercato di avvantaggiarsi sulla natura (che non lo aveva dotato di zanne e artigli) e nei confronti di altri uomini, qualora fossero entrati in competizione per risorse o mero potere, costruendo armi.
Nei millenni e nei secoli ha affinato sia l’arte della guerra che quella della costruzione di armi. Con l’avvento della polvere nera in Europa nel 1300 d.C., le battaglie che prima venivano combattute a colpi di arma bianca e frecce, divennero meno personali e più distanti dall’orrore della morte. Se prima dovevi avere l’ardimento di infilzare il tuo nemico guardandolo negli occhi ora potevi abbatterlo a distanza senza nemmeno dirgli “Mi chiamo Ash, reparto ferramenta!”.
Però, per quanto rivoluzionaria fosse, la polvere nera aveva diversi e grossi problemi: prima di tutto è suscettibile come una femminista con i capelli tinti di blu e in fase premestruale, che vi vede con un “calendario da officina” in mano; infatti a differenza delle polveri moderne ha una reazione molto più vivace, diciamo pure esplosiva: basta una scintilla dovuta all’elettricità statica per far saltare in aria tutta la baracca, mentre le polveri infumi bruciano (relativamente) più lentamente. Secondo, è altamente igroscopica (peggio del liquido dei freni), ovvero assorbe l’umidità con molta facilità e se non è perfettamente asciutta non si accende mai. Terzo, allo sparo crea un vera e propria cortina fumogena e se non c’è vento il campo di battaglia diventa la Pianura Padana alle 5:00 di mattina ai primi di Novembre. Quarto, all’epoca la quasi totalità delle armi era monocolpo e per ricaricarle con efficienza bisognava essere esperti e avere sangue freddo. Quinto, la potenza sviluppata dalla carica non era costante, inficiando precisione e letalità.
La prima rivoluzione nel campo arriva nel 1847, quando l’armaiolo francese Casimir Lefaucheux inventa la prima munizione metallica; la palla invece di essere avvolta in un “cartoccio” di carta trattata (da qui il nome cartuccia) era contenuta in un bossolo in lamierino d’ottone, comprensivo di carica e innesco, rendendo così la munizione a “prova” di acqua. Nel 1873, sul finire della seconda rivoluzione industriale, tutto cambia nuovamente; infatti, se Dio creò gli uomini, Samuel Colt li rese uguali (e Kalashnikov estremizzò il tutto), progettando e producendo la Colt Single Action Army (tutt’oggi in produzione) cioè, il revolver a 6 colpi a tamburo rotante più famoso del mondo, rigorosamente in calibro .45 Colt (sempre con carica a polvere nera), una delle prime armi a usare la cartuccia metallica ad essere industrializzata e prodotta in grandissimi numeri.
Rimane comunque il sesto problema della polvere nera: non è adatta ad armi con alta cadenza di fuoco, quando brucia produce scorie e morchie che dopo pochi colpi compromettono la rigatura della canna e la regolarità del tiro, ma ormai i tempi sono maturi. La chimica sta diventando una scienza esatta, non un’alchimia. Nel 1884 il chimico francese Paul Marie Eugéne Vieille riesce a stabilizzare la nitrocellulosa, dando alla luce la “polvere infume”, che in un solo colpo risolve tutte le limitazioni della polvere nera. Così verrà usata per la prima volta come carica per le munizioni del fucile Lebel Modéle 1886 in 8x50R, che presterà servizio come fucile d’ordinanza francese dal 1886 al 1945. Il grandissimo vantaggio della polvere infume non passa inosservato e farà sviluppare anche agli altri Stati europei e non nuovi calibri e fucili. La munizione diventa importante tanto quanto l’arma da cui viene sparata.
Nel 1914 scoppia la prima guerra mondiale; è una guerra di posizione e di logoramento che viene combattuta sparandosi tra le trincee avversarie. La quasi totalità dei fucili adottati dalla fanteria di tutti gli eserciti ha meccanismi bolt-action, che prevedono di incamerare manualmente tramite otturatore girevole-scorrevole ogni colpo dal serbatoio/caricatore dell’arma (sistema ancora oggi utilizzato nei fucili di precisione), il che limita la cadenza di fuoco a 10/12 colpi al minuto, perfetto per risparmiare munizioni (da molti generali è visto come un’ottima soluzione per limitare lo sforzo bellico della nazione), ma pessimo per dare fuoco di soppressione durante gli attacchi alle postazioni nemiche.
La grande novità della Grande Guerra sui campi di battaglia è rappresentata dalle mitragliatrici, che sparano a raffica tra i 400 e i 900 colpi al minuto le stesse munizioni dei fucili, diventando l’incubo di tutte le fanterie. Sebbene fossero micidiali avevano alcuni difetti: risultavano molto pesanti tanto da essere posizionate su treppiedi (una Schwarzolse dell’esercito imperiale tedesco con il suo treppiede arrivava a pesare più di 40kg), erano meccanicamente complicate da manutentare, non erano facilmente e rapidamente dislocabili, come invece lo sono le figurine di FAST, il che rendeva i nidi di mitragliatrice facili obiettivi per i cecchini o il fuoco d’artiglieria. La guerra finisce, ma l’ingegneria bellica non si arresta, non si sa mai che scoppi un’altra guerra…detto fatto.
Prima dell’inizio della seconda guerra mondiale, ci si rende conto che due famiglie di munizioni non sono più sufficienti:
– Quelle da fucile e mitragliatrice, caratterizzate da cariche potenti, tanto da essere in grado di colpire obiettivi anche oltre i mille metri di distanza, hanno un elevato potere d’arresto, ma di contro sono molto pesanti e di dimensioni generose, il che ne limitava il trasporto e il numero di colpi sui fucili della fanteria; inoltre, rendeva praticamente impossibile progettare un fucile che sparasse a raffica gestibile e che mantenesse una buona collimazione.
– Quelle da pistola/revolver, hanno una carica ridotta, sono ottime per gli scontri a fuoco ravvicinati a pochi metri di distanza, ma hanno un potere d’arresto molto basso appena si supera qualche decina di metri; inoltre, le pistole solitamente sono un’arma in dotazione quasi esclusivamente agli ufficiali.
*Potere d’arresto (stopping power): la capacità di un proiettile sparato con un’arma da fuoco di scaricare la propria energia cinetica all’interno di un bersaglio.
Un po’ di pazienza e arriviamo a Kalashnikov.
Alla luce di ciò gli armaioli di tutta Europa e non solo si rendono conto che bisogna colmare il “buco”, nasce così la munizione intermedia che offre un ottimo compromesso tra gittata, potenza e controllabilità, l’anello di congiunzione tra arma lunga e corta.
I primi a sviluppare questo tipo di calibro sono i tedeschi: nel 1938 la Polte Armature und Maschinenfabrik di Magdeburgo sviluppa la munizione 7,92×33 Kurz, che farà capolino sul campo di battaglia a partire dal 1942 con il fucile d’assalto Maschinenkarabiner 42(H), progettato da Hugo Schmeisser e che successivamente si evolverà nello Sturmgewehr 44 (StG44 per gli amici). Nonostante la modernità dell’arma, la scarsa produzione e fornitura alla fanteria sul fronte orientale non furono in grado di influire sulle sorti del conflitto.
Sebbene a fine anni ’30 i sovietici avessero prodotto una limitata quantità di fucili semiautomatici nel classico calibro 7,62x54R, come l’SVT-40, si resero conto che, come diceva Ronaldo: “La potenza è nulla senza il controllo”, specialmente se la metti in mano a milioni di soldati non perfettamente addestrati; quindi, misero da parte il progetto a favore della fabbricazione dei cari vecchi Mosin-Nagant con meccanica bolt-action (prodotto dal 1891 al 1959 in 37 milioni di esemplari). A sopperire alla mancanza di armi portatili a raffica ci pensarono i piccoli PPSh-41 con calibro da pistola 7,62×25 Tokarev.
Nell’autunno del 1943, il Commissariato del Popolo per gli Armamenti emette il bando per la progettazione di un calibro intermedio, dando 6 mesi di tempo. Compito portato a termine dagli ingegneri Nikolay Yelizarov e Pavel Ryzanov, che svilupparono il nuovo calibro 7,62×39 mm, base di partenza per una nuova generazione di fucili semiautomatici e automatici.
Tutti i grandi armaioli sovietici presero parte allo sforzo di progettare un’arma in calibro intermedio: Simonov (padre del PTRS-41 fucile anticarro e dell’SKS fucile semiautomatico che affiancò per anni l’AK-47), Degtyarev (padre delle mitragliatrici leggere DP e dell’RPD), Tokarev (padre della mitica pistola TT-33 e del fucile semiautomatico SVT-40), Shpagin (padre della pistola mitragliatrice PPSh-41), Sudayev (padre della pistola mitragliatrice PPSh-43) e un semi-sconosciuto Mikhail Timofeyvich Kalashnikov, un capo carro di T-34, inventore autodidatta.
Mini-biografia di Kalashnikov:
Mikhail Timofeyvich Kalashnikov, noto come “Mysha”, nacque il 10 novembre 1919 nella cittadina di Kyrya, nella Siberia dell’Est. Quando i bolscevichi presero il controllo della Russia, etichettarono la famiglia Kalashnikov come “Kulaki”, in quanto erano proprietari terrieri con attrezzi e avevano anche l’energia elettrica; finirono internati in Siberia. Durante la prigionia, Mysha e un amico riuscirono a procurarsi una pistola Browning (altamente illegale), di cui era perdutamente ammaliato della meccanica; qualcuno nel campo di prigionia fece la spia e venne interrogato più volte, ma negò sempre di possederla.
Nel 1936 fu accettato come apprendista ingegnere ferroviario, scoprendo un talento innato per l’ingegneria meccanica. Nel 1938 venne arruolato a forza nell’Armata Rossa e, visto il suo talento per la meccanica e la sua bassa statura, fu assegnato al 24° reggimento corazzato, 108ª divisione di T-34. Inventò un contatore per il conteggio dei colpi sparati dal cannone del carro, un congegno per misurare le prestazioni del motore e un supporto che permetteva di sparare con la pistola stando protetti dentro al carro. Allo scoppio della guerra, era diventato capo carrista. Nell’ottobre del 1941, durante la battaglia di Bryansk, fu ferito e rimase ricoverato in ospedale fino al 1942, dove, ascoltando i racconti dei suoi commilitoni feriti che si lamentavano delle armi in dotazione, gli venne in mente di sviluppare una nuova arma per facilitare la vita dei propri compagni e proteggere la patria.
Nello stesso anno ebbe il permesso di trasferirsi presso il laboratorio aeronautico di Mosca, dove creò un prototipo di pistola mitragliatrice in calibro 7,62×25 mm Tokarev; l’arma aveva un copricanna come quello del PPSh-41, un supporto anteriore come quello del Thompson 1928 e un calcio pieghevole come quello degli MP-38 e MP-40 tedeschi. Le autorità militari sovietiche rimasero colpite dall’invenzione; capendo la genialità insita in quel ragazzo di 23 anni, lo mandarono a farsi le ossa al Centro Scientifico-Sperimentale per lo sviluppo delle carabine del Comitato Centrale Superiore d’Artiglieria dell’Armata Rossa, vicino a Mosca.
Nel 1944 Kalashnikov entrò in competizione con Sergei Simonov e sviluppò l’anello di congiunzione tra il suo primo prototipo e l’AK-47, un fucile semiautomatico denominato “arma automatica laccata di nero N.1”, molto simile all’SKS 45 in calibro 7,62×39 mm, con una meccanica dotata di un pistone per il recupero dei gas a corsa corta e una baionetta pieghevole, che però, come il suo primo prototipo, finì in un nulla di fatto a favore della carabina progettata da Simonov, che diventò per l’appunto l’SKS nel 1945 e utilizzata dall’Armata Rossa contro i nazisti proprio alla fine della guerra.
Sempre nel 1944, diversi furono i prototipi presentati alla commissione militare per il bando di gara per un fucile d’assalto automatico, in calibro 7,62×39, prodotto in lamiera stampata; quelli più validi risultarono essere quello di Tokarev, che aveva rimpicciolito il suo SVT-40, e Sudayev con il suo AS-44, molto vicino ad essere approvato, ma ritenuto ancora troppo pesante. Sudayev tornò al tecnigrafo per tentare di alleggerire la sua creatura; ne uscirono tre prototipi, ma nel limare grammi di ferro di qua e di là, emersero nuovi problemi legati alla precisione, alla controllabilità e anche alla durabilità. Se oggi stiamo parlando di AK-47 e non di AS-44 è perché Sudayev si ammalò gravemente e morì a soli 34 anni nel 1946, anno in cui Kalashnikov presentò il prototipo di AK-46, molto diverso dal modello definitivo.
Molti credono che Mysha, per il suo “modello 47”, si sia ispirato allo StG44 tedesco, in quanto il suo creatore, Hugo Schmeisser, nello stesso anno era stato “assunto” – se così si può dire – dai sovietici; ma i luoghi non coincidono, in quanto Schmeisser era internato al dipartimento 58 nella fabbrica di Izhevsk, mentre Kalashnikov lavorava tra le fabbriche d’armamenti di Tula e di Kovrov. Solo nel 1948, quando il prototipo dell’AK-47 era già bello che finito, Mysha si trasferì a Izhevsk e, a causa dei vecchi progettisti che vi lavoravano, Tula era terra di Tokarev e Simonov, mentre Kovrov di Degtyarev; rimanendo in quei luoghi di lavoro sarebbe stato ostacolato dai progettisti della vecchia guardia che non accettavano il fatto che un carrista autodidatta fosse al loro pari. Come raccontato più volte da Kalashnikov, si ispirò prendendo spunto dai lavori di Sudayev e Bulkin (padre del TKB 415).
Nel 1947, la svolta: Mysha presenta “l’AK-47 N.1”, che utilizza un sistema di recupero gas con pistoni a corsa lunga (come sull’StG44 e sul TKB 415 di Bulkin), la testina rotante del modello AK-46 (che ne caratterizza il rumore quando ve lo “sparano addosso”, come direbbe il sergente Thomas Highway “Gunny”),
Un coperchio posteriore molto simile a quello di Bulkin, un nuovo scatto, selettore e sicura, e manetta di armamento sul lato destro. La versione definitiva arriva nel 1949 e inizia la produzione in serie con due modelli: uno con calcio in legno fisso per la fanteria e l’altro con calcio pieghevole (in stile MP40) per le forze speciali. A partire dal 1950, inizia la diffusione dell’AK-47 in tutti i paesi che avevano stretto il Patto di Varsavia. Nel 1951, a causa di problemi di industrializzazione, viene presa la decisione di non creare più il fusto in lamiera stampata (come era previsto dal progetto e dal bando di gara), ma di realizzarlo dal pieno, con la bellezza di 120 passaggi in macchina utensile. Nel 1954 vengono apportate altre modifiche al sistema di fissaggio del calcio in legno e alla carcassa, smussando qua e la e irrigidendo di là, si arriva alla variante definitiva.
L’AK-47 pesa poco meno di 3 kg e mezzo (4 kg con caricatore da 30 colpi), lungo 880 mm con calcio fisso e 645 mm con calcio pieghevole ripiegato; è facilissimo da smontare e pulire senza alcun attrezzo specifico, è meccanicamente molto robusto e affidabile anche se maltrattato e scarsamente manutenuto. Inoltre, resiste a qualsiasi agente atmosferico, dalla sabbia africana al fango, dall’acqua delle giungle di tutto il mondo al gelo siberiano ed è in grado di sparare fino a 600 colpi al minuto con una velocità di 715 m/s alla volata: “Il meglio del meglio che ci sia sulla terra, quando senti il bisogno di fare piazza pulita degli scarafaggi che ti circondano, non accettare imitazioni” cit. Ordell Robbie (Jackie Brown).
L’Occidente si scontrerà con l’AK-47 durante la guerra del Vietnam; molti reparti americani preferiranno, quando possibile, imbracciare i fucili comunisti catturati ai “Charlie” al nuovissimo M-16, principalmente perché il Colt era un prototipo poco testato, messo in mano ai soldati poco esperti, troppo raffinato per lo specifico teatro di guerra, si inceppava spesso e volentieri, complicato da smontare (servivano attrezzi specifici) e pulire sul campo. Il manuale dell’AK-47 sullo smontaggio, la manutenzione e la taratura, redatto dal dipartimento dell’US Army, è di 20 pagine; lo stesso manuale dell’M-16 ne ha 147…fate voi. Senza contare che il “Black Rifle” di Zio Sam non aveva una buona penetrazione con rami e tronchi della foresta a causa della palla del 5,56×45 NATO da 62 grani, contro quella da 123 grani del 7,62×39 dei Sovietici.
Da lì non si è più fermato, conquistando tre quarti del pianeta e diventando il simbolo della rivoluzione in molti paesi del Centro e Sud America, delle guerre africane e medio-orientali e della criminalità organizzata di tutto il globo (principalmente dopo la caduta dell’Unione Sovietica). I cartelli della droga messicani lo chiamano “Cuerno de chivo” (corno di capra) per il suo caratteristico caricatore ricurvo che ricorda le corna di un ovino; persino gli Stati Uniti acquistarono le copie cinesi (fabbricate su licenza da Norinco, i Type 56) per fornirli ai Mujaheddin durante l’occupazione sovietica dell’Afghanistan.
Ne sono state prodotte un numero considerevole di varianti ed evoluzioni; è accessoriabile con ogni tipo di “optional”, dai visori notturni, ai silenziatori, fino ai lancia granate; inoltre, ne sono derivati decine di modelli, come il fucile semiautomatico da tiratori scelti SVT Dragunov con cui condivide organi di mira metallici e selettore di fuoco.
È prodotto su licenza ufficiale in più di 28 Stati, non si sa in quanti altri senza licenza ed è stato utilizzato dagli eserciti di 90 Nazioni. Ad oggi si stima che ci siano un miliardo di armi da fuoco (tra civili e militari) che circolano nel mondo; oltre 200 milioni sono AK-47 e suoi derivati, anche se alcune stime parlano di 500 milioni.
Nella cultura di massa è diventato talmente famoso e simbolo di rivoluzione che i media lo scambiano con altri fucili spesso e volentieri, protagonista in innumerevoli pellicole cinematografiche, viene citato in canzoni Rap e Hip-Hop; il Mozambico lo ha adottato come uno dei simboli sulla propria bandiera; è presente anche sulla bandiera dell’organizzazione paramilitare islamista libanese di Hezbollah; l’Oblast di Kaliningrad ce l’ha sulla propria moneta.
In Nicaragua, il monumento al Fronte di Wanni della guerra civile dello Sri Lanka situato a Vavuniya è rappresentato da un soldato in uniforme dorato che con la mano sinistra tiene la bandiera dello Sri Lanka e con quella destra alza in aria un AK-47; il monumento ai Martiri del Fronte Nazionale dei Lavoratori della rivoluzione sandinista rappresenta un uomo muscoloso con un piccone nella mano destra e un AK-47 scagliato al cielo in quella sinistra; in Egitto, vicino a Ismailia, sulla sponda orientale del Canale di Suez, c’è un monumento colossale che commemora la guerra dello Yom Kippur del 1973, rappresentato dalla bocca e dalla baionetta di un AK-47 che escono dalla terra.
Solo nel 2017 (4 anni dopo la sua morte) in Russia hanno eretto una statua in memoria di Mikhail Kalashnikov che imbraccia la sua creazione. Un uomo che ha rivoluzionato il mondo delle armi da fuoco, con il solo scopo di difendere la propria nazione. Quella stessa nazione che da piccolo lo aveva internato con la famiglia in un campo di prigionia in Siberia e che, anche dopo aver servito la patria, aver creato l’Avtomat Kalasnikova 47, essere stato proclamato “Eroe del Lavoro Socialista” e insignito di decine di onorificenze, lo ha lasciato con una magra pensione.
A differenza della famiglia Colt che è diventata ricca.
In un’intervista fatta nei suoi ultimi anni di vita, vedendo ciò che incarnava nel mondo la sua creazione (ben oltre che difendere la Russia o per la caccia al cinghiale), affermò: “Avrei preferito inventare un tagliaerba”.
Il tagliaerba sarebbe stato meglio?
Mentre ci riflettete, ricordatevi di ordinare DI BRUTTO VOLUME 7 che vi aiuterà a schiarire le idee.
E se non vi siete ancora iscritti alla Ferramenta di RollingSteel.it, questo è il momento per farlo cliccando qui
Bello.
Pero’, ocio, l’M16 o AR15 in quel periodo era cal.556 x 45. In pratica una cal.22,non 7,62 x 51. Quello era l’M14. In dotazione prima dell’M16 sempre in Viet Nam.
Per il resto gran bell’ articolo.
Andrej Gennad’evič Kirilenko (in russo Андрей Геннадьевич Кириленко?; Iževsk, 18 febbraio 1981) è un ex cestista e dirigente sportivo russo naturalizzato statunitense. È l’attuale presidente dell’RBF, la Federazione cestistica della Russia.
Alto 206 cm per 102 kg di peso, è stato professionista nella NBA, dove era considerato uno dei migliori difensori della lega. Il suo ruolo era quello di ala grande, ma spesso giocava anche come ala piccola.
È soprannominato AK-47, in riferimento alle sue iniziali, al numero di maglia che indossava (47) e al fucile mitragliatore Kalashnikov. Per coincidenza, Kirilenko è nato nella città di Iževsk, dove l’arma è stata fabbricata per la prima volta.
Da Wikipedia
bell’articolo.
Antonello, mi tocca dirlo: per ora, tra tutti gli articolisti di Rollingsteel, sei il migliore per come scrivi, anche in fatto di virgole.
Continua così…
buongiorno toccherà prima o poi fare uno schemino coi sei tipi attuali di meccanismi self-loading autocaricanti, per illustrare i funzionamenti (rinculo lungo o corto, recuperi di gas su otturatore o pistone, gas alla volata, contraccolpo entro 2700 bar o ritardo aperura oltre 2700 bar)