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Deus Vult: CiZeta-Moroder V16T

de Filippo Roccio

Spesso e volentieri è successo che Dio (o il suo team di progettisti) si siano fatti prendere la mano, nel corso del tempo, spesso con risultati che ci hanno lasciati sbalorditi: pensiamo solo alla mano di Michelangelo, alla mente di Leonardo, alle intuizioni di Volta, ad Alessia Merz e via discorrendo.

Altre volte ci hanno lasciati sbigottiti e perplessi, basti pensare all’ornitorinco: è una papera col pelo, la coda da castoro, che suda latte, che depone le uova, ha degli speroni velenosi sulle zampe posteriori e puzza; sembra che nel reparto design avessero finito le idee per animali nuovi ed avessero cominciato ad estrarre caratteristiche a caso da una boccia, scritte su bigliettini.

Forse è proprio così che è nato il ferro esagerato per eccellenza, che porta il nome di tutte le colonne sonore più synth di sempre.

Ti piacciono i fari popup? Ne vuoi due? E io te ne metto quattro.

Belli gli scarichi doppi! posso averli? E metticeli due scarichi doppi! Vuoi fare la figura del barbone?

Ah, eh ma AMG mette i motori V8! Ah sì? E noi ci buttiamo un V16!

In un vorticoso delirio di cocaina, tette, neon e denaro che cade a pioggia nasce lei:

la CiZeta-Moroder V16T.

Era la metà degli anni Ottanta, chi poteva permetterselo navigava su yacht disegnati dagli architetti di grido dell’epoca, faceva feste nelle sfarzose ville negli Hamptons e giocava a golf senza ritegno; un sogno accomunava tutti però: lasciare il segno.

Più che esser dei Gordon Gekko, più che essere dei Tony Montana, tutti volevano essere un Axl Rose o un Tom Cruise, volevano che il proprio nome e la propria storia fossero qualcosa che permanesse nel tempo, ciò ha fatto sì che tutti gli eccessi più stravaganti dell’epoca ci siano arrivati ad oggi, con un alone mitico ad avvolgerli.

Come tale, la CiZeta ci è arrivata (anche grazie a Gran Turismo 4 che ce l’ha messa sotto al naso) in tutta la sua prepotenza e spalline imbottite, cucitele addosso dal papà delle supercar Marcello Gandini che, dopo essersi visto rifiutare i propri disegni in Lamborghini-Chrysler per la Diablo, ha deciso di portarli a qualcuno con più fegato e immaginazione; qui entra in gioco il signor CiZeta: c’est à dire Claudio Zampolli.

Zampy, fino a poco prima del 1985 lavorava in Lamborghini ma, un bel dì, decise che ne aveva le tasche piene degli Americani che mettevano il naso dappertutto e allora si aprì il proprio brand, in società con – è lui o non è lui? Ma cerrrrto che è lui! – Giovanni Giorgio che tutti chiamano Giorgio, il re del synth e del baffone coi Carrera: Mr. Moroder.

I tre porcellini si misero di buona lena ad imbastire il progetto, riversando investimenti, inventiva e creatività in quello che avrebbero voluto fosse il concetto futuro di supercar.

Dalla penna di Gandini scaturirono linee da astronave, fianchi larghi, prese d’aria a pettine, tutti i fari popup che ci stavano e un abitacolo incastonato tra i muscoli di un mostro assetato di velocità. Zampolli, grazie ai suoi contatti residui con Lamborghini, recuperò due motori V8 ad albero piano destinati a delle Urraco e, dopo aver progettato e prodotto un monoblocco ad hoc a sedici canne, incollò assieme tutto il resto, ficcandolo trasversalmente alle spalle degli occupanti; da qui la “T” di “trasversale” all’interno del nome.

Pensavate stesse per “Turbo” eh?
E invece no.

Il cambio era posto longitudinalmente come già lo stesso Gandini aveva fatto per la Miura tempo addietro, creando un ulteriore configurazione a “T”, sotto la pelle del mezzo.

E Moroder?

Giovanni Giorgio che però tutti chiamano Giorgio stava versando soldi a garganelle in quest’impresa mentre componeva il brano che avrebbe accompagnato la presentazione della CiZeta-Moroder V16T, prevista nel 1988 all’hotel Century Plaza di Beverly Hills, tra le scorribande di Axel Foley.

Il risultato di tutti gli sforzi di questo insospettabile team di base a Modena (e dove altrimenti?), fu appunto la CiZeta-Moroder V16T, una vettura con telaio tubolare in acciaio e alluminio che portava in grembo lo spropositato propulsore V16 da quasi 6.000 cc (5.995) accreditato della stravolgente potenza di 540 cv a 8.000 rpm ed una altrettanto stupefacente coppia di 542Nm a 6.000 rpm, il tutto sufficiente per scagliare questo bolide a 328 all’ora, abbattendo così la fatidica soglia delle 200 miglia all’ora.

Tutto era gestito da un cambio manuale a cinque rapporti marchiato ZF, collegato ad un differenziale autobloccante.

Gli interni di questa Brigitte Nielsen delle quattro ruote verniciata di bianco perla, erano un tripudio di pelle in ogniddove potesse cadere l’occhio, con il cruscotto soffice e tutto impunturato a contrasto, il quadro strumenti semplice ed essenziale, con tachimetro e contagiri, senza altri indicatori che “tanto non se li cagano” cit. Claudio Zampolli.

La plancia presentava tutti i bottoncini necessari a garantire il minimo confort necessario a guidatore e passeggero mentre il pomello in pelle svettava come le vergogne di un adolescente, in mezzo al tunnel centrale. Tutto era curato nei minimi particolari e gli eventuali acquirenti avrebbero avuto facoltà di scegliere tra i colori più disparati per la selleria, tra cui anche soluzioni a due tonalità.

Tutto questo in “soli” 1700Kg dichiarati.

– le bocchette d’areazione vengono dalla Lancia Thema –

Era tutto pronto, tutto perfetto, ma nel delirio da onanismo imprenditoriale era sfuggito l’iceberg che aveva squarciato la chiglia.
Dapprima Moroder aveva abbandonato la nave, tenendosi il prototipo bianco come liquidazione, lasciando Zampolli senza canzone per la presentazione e, allo stesso tempo, il prezzo esorbitante di quasi 300.000$, una cifra che nel 1991 (anno di immissione sul mercato della CiZeta-Moroder V16T) equivalevano a quasi il doppio in monetine di oggi.

Un’auto esagerata ad un prezzo esagerato: un connubio che, finita l’era degli stravizi, cominciava a spaventare molti dei potenziali acquirenti i quali erano ormai alla ricerca di un profilo più basso e di investimenti più sicuri (vedi Ferrari) in ambito automobilistico; purtroppo la mancanza di una storia alle spalle del marchio era una piaga che colpiva le startup già trent’anni fa.

Il ritmo di produzione previsto dal business plan era di un’auto a settimana.

Zampolli dichiarò bancarotta nel 1995 con soli 19 esemplari, incluso il prototipo, prodotti dell’originaria CiZeta V16T (per il modello di produzione venne eliminato il nome di Moroder dal marchio, trasformandolo il CiZeta Automobili).

Successivamente l’ormai unico proprietario del marchio si stabilì negli USA dove, con rimanenze di magazzino, costruì altre tre CiZeta V16T tra il 1999 ed il 2003 di cui una one-off cabrio per un facoltoso cliente giapponese, denominata CiZeta V16T Fenice TTJ Spyder.

Dal 2018 però, se avete 700.000$ nella ciotolina delle monete sul comodino, è nuovamente possibile acquistare la CiZeta V16T nuova di pacca, prodotta su richiesta dall’officina del buon Zampy, tra un cambio olio ad una Murcielàgo e un cambio pastiglie ad un Testarossa.

Unica nota negativa: negli USA è illegale guidarla ed in alcuni stati addirittura possederne una, giacchè non rientra negli standard minimi delle emissioni previsti dal governo Americano; del resto è pur sempre un’auto di nuova costruzione e non ha i 20 anni minimi necessari per essere considerata fruibile come auto d’epoca.

Vi ho avvisati!

Così si conclude, per ora, il racconto dell’ennesimo Icaro che per i propri sogni e la propria ambizione – in un momento in cui questi equivalevano ad avere gli artigli – ha volato troppo vicino al sole, l’ennesimo Icaro che però ci permette di credere ancora oggi nell’odore di benzina e nel ruggito di un motore vero.

E questi li hai letti?

1 commento

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Federico 9 Febbraio 2021 - 11:09

non ricordo dove ma avevo letto che il motore a 16 cilindri era nato da due motori Ferrari a 8 cilindri dell’epoca e che questa cosa non fu gradita. mi sbagliavo? c’era anche una foto comparativa e parevano identici

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