28 gennaio 1986, quando il Challenger peccò di hybris

de Il direttore

Attenzione, questo non è il “classico” articolo sul disastro del Challenger, di quelli internet è pieno. Questa vuole essere una dedica, un pensiero, un bloc-notes di parole in libertà per ricordare quel drammatico giorno nel quale l’uomo venne riportato, piuttosto bruscamente, con i piedi per terra.

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28 gennaio 1986, Kennedy Space Center, Florida. Fa un freddo incredibile ma, imperturbabile come un titano che punta verso il cielo, la figura del Challenger sbuca dalla foschia mattutina. È il giorno del lancio: quell’ammasso di metallo e materiali preziosi che una volta era il futuro e adesso è diventato un nostalgico passato senza eredi è pronto per scatenare circa 37 milioni di cavalli contro questa terra che da secoli, che dico, millenni, cerchiamo di abbandonare con la fantasia e con la forza dei nostri sogni. Sogni che mai prima di quel giorno erano stati così forti: su quella navicella tragicamente peccatrice di hybris c’è Christa MacAuliffe, non un’astronauta ma una donna come tutti noi, una persona “normale”, con le sue paure, le sue angosce e la sua voglia di mettersi in gioco. Non solo, Christa è un’insegnante di scuola e dentro la sua tuta porta con sè i sogni di una generazione di ragazzini che non sapevano che il loro mondo stava per cambiare, per sempre.

Sono le 11.38, i booster vengono accesi, la navicella trema sconvolta dall’enorme potenza dei suoi motori a propellente solido, da quelli che, in fin dei conti, sono dei giganteschi petardi lunghi 45 metri ma con un foro da cui far fuoriuscire la loro cattiveria. Ognuno di loro genera 1,8 volte la potenza di un F-1 del Saturn V.

Passano 5 secondi netti e il lift off viene confermato, il Challenger si è staccato da terra e punta lo spazio. Tuttavia, già da qualche istante si vedono chiaramente degli sbuffi di fumo nero fuoriuscire dal booster di destra. 19 secondi, la potenza viene diminuita per evitare che le forze aerodinamiche dell’aria, ancora densa a quella quota, forzino troppo le strutture della navicella. 40 secondi, 19.000 piedi, lo Shuttle buca la barriera del suono e supera Mach 1.

– strepitosa foto dello Shuttle Altantis mentre devasta la barriera del suono puntando verso le stelle –

51 secondi e 8 decimi, lo Shuttle riporta la potenza dei suoi motori al 104%, e si avvicina al punto di Max Q, quello nel quale la pressione dinamica sul veicolo è al massimo, nel caso dello Shuttle siamo a circa 11.000 metri. A 62 secondi, mentre la navicella supera Mach 1,5 e si avvicina ai 35.000 piedi, la più potente raffica di vento mai registrata durante un volo spaziale investe la navicella che punta decisa verso lo spazio. La forza dell’aria è tale da far staccare il sottile velo di ossido che, fino a quel momento, stava ostruendo una falla formatisi fin dal momento del lancio sul booster di destra, causata dalla rottura di uno stupido o-ring di gomma, probabilmente danneggiato dal freddo pungente di quei giorni. In quel momento un lunga lingua di gas infuocato esce dal booster che inizia a perdere pressione e spinta. I sistemi automatici fanno il possibile per correggere l’imbardata e la spinta del razzo di sinistra viene deviata.


Prima la fiamma del booster viene a contatto con il serbatoio principale contenente idrogeno liquido, poi questo si perfora e inizia a perdere pressione. Mentre il sistema fa il possibile per correggere un’imbardata sempre più potente e incontrollabile, il booster di destra cede, staccandosi dai suoi supporti, sono passati 72 secondi e gli accelerometri di bordo percepiscono una forte accelerazione verso destra, l’equipaggio probabilmente se n’è accorto.

A 73 secondi il capitano Smith – mai nome fu più azzeccato – fa in tempo a dire “Uh oh..”. In quel momento la navicella che sta sfrecciando a quasi Mach 2 a 14.000 metri di quota si disintegra completamente, andando in mille pezzi, sbriciolandosi contro un immenso muro d’aria che non era previsto venisse attraversato con quell’assetto.

Da terra si vede solo lo Shuttle, che un momento prima era lì che puntava verso il cielo trasformarsi in un’enorme palla di vapore bianca, affiancata dai due booster completamente impazziti, che come due fischioni di capodanno sfrecciano nel cielo senza alcun controllo. Qualcuno deve essersi domandato se era tutto normale. La risposta è che no, in quello che successe la mattina del 28 gennaio 1986 di normale non c’era decisamente nulla.

Dalla navicella si staccò la capsula di sopravvivenza con dentro gli astronauti ma questa, in caduta libera verso l’Oceano, si schianterà a oltre 300 km/h contro l’acqua, con una decelerazione superiore ai 200 G, ben oltre i limiti strutturali della capsula e dei suoi occupanti alcuni dei quali, pare, fossero ancora coscienti. L’intero equipaggio del Challenger morirà in quell’incidente e, con lui, i sogni di un’intera generazione, riportata con i piedi per terra bruscamente, duramente e con forza, la stessa generazione che oggi, dopo il disastro del Columbia, del Concorde e del dannato 11 settembre, guarda questi cieli tristemente vuoti domandandosi dove sia finito quello che, all’epoca, doveva essere il futuro.

Christa MacAuliffe non potrà mai essere nemmeno considerata un’astronauta, non essendo riuscita a superare i 100 km di quota per essere tali.

Virtute Siderum Tenus.

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1 commento

Simo 28 Gennaio 2022 - 19:59

Per chi non lo avesse visto consiglio il documentario su Netflix. Interessante senza essere fazioso

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