Ritrovata l’Endurance, la nave della celebre avventura di Shackleton

de Paolo Broccolino

Il 5 marzo di quest’anno è stato ritrovato un relitto a dir poco leggendario: l’Endurance di Shackleton.

La nave in sé aveva caratteristiche uniche, ma apparentemente era simile a molte altre del suo tempo. A consacrarla nei cuori di molti appassionati non è solo la perizia e l’ardire dei suoi ingegnineri come spesso è accaduto su queste pagine, ma un mix irripetuto, e direi irripetibile, fatto di una storia incredibile, il FERRO dei maroni del suo equipaggio e foto che sono semplicemente leggenda.

Vi dico subito che mi dovrò prendere a frustate per non fare partire un pippone® sulle spedizioni Antartiche, ma oggettivamente sarebbe impossibile coprirle anche solo ad alto livello. Vi segnalo comunque l’articolo sui Classe Arktika la cui introduzione riprende in parte il tema.

-Una nave invelata e immobile nel pack antartico, questa è la Endurance-

Spendiamo giusto due parole per presentare il nostro eroe, consapevoli che una volta tanto non abusiamo di questa parola.

Ernest Shackleton era un ufficiale della Marina Mercantile Inglese che aveva avuto modo di mettersi alla prova in diverse spedizioni antartiche. Le più celebri furono la Discovery (1901-1903) sotto la guida del celebre Scott e la Nimrod (1907-1909). Aveva inoltre personalmente condotto una spedizione che raggiunse il punto più a sud di sempre a soli 180 km dal Polo Sud.

In quest’occasione Shackleton dimostrò a tutti le sue grandi doti di leader, in particolare perché ebbe il coraggio di fermarsi in tempo, a dispetto dello spirito di eroico sacrificio tipico dell’epoca. Non tentò come altri una vetta che non era certo di raggiungere, ma mise al primo posto la sua vita e quella dei suoi uomini. Al riguardo disse alla moglie: “Meglio un asino vivo che un leone morto“. Celebre è anche un passaggio del diario di Frank Wild (suo storico secondo) che nel momento più duro del ritorno da quel viaggio ricevette un biscotto extra dalla razione del suo comandante: “Tutto il denaro del mondo non avrebbe potuto comprare quel biscotto, il ricordo di questo sacrificio non mi lascerà mai“.

-Lo “hut” di Shackleton è ancora lì in Antartide congelato nel tempo e testimone di drammatiche storie –

-Un biscotto sopravvissuto e ritrovato nell’hut-

-Mr. palle di FERRO in persona –

Non che Shackleton non fosse ambizioso eh…

Nel 1911 ci furono due nuovi tentativi di conquistare il Polo, come molti sapranno uno andò bene, uno non proprio.

Il Norvegese Amundsen fece tutta una tirata perfetta sfruttando i cani e gli sci, pianificazione e addestramento lo portarono sul fondoschiena alla fine del Mondo il 14 Dicembre di quell’anno.

– Eh niente, questa è la risoluzione che passa il convento –

Nel frattempo Scott, al suo secondo tentativo, si trascinava a mano pesantissime slitte e raggiungeva l’obiettivo un mese dopo. Troppo tardi però. L’estate australe stava finendo, le temperature iniziarono a crollare e gli uomini esausti morirono sulla via dei ritorno di freddo e di stenti. Qualche tempo dopo una spedizione ritrovò la loro tenda e questa è l’ultima pagina del diario di Scott scritta mentre ci lasciava.

… non credo di poter scrivere altro. Per l’amore di Dio abbiate cura dei nostri cari

Persa la corsa al Polo, Shackleton si sentì svuotato, finché non ebbe la geniale idea di essere il primo a compiere la traversata del continente… nacque così la Imperial Trans-Antarctic Expedition. Per la missione sarebbero serviti due equipaggi, uno (il suo) avrebbe attraversato il continente partendo dal Mare di Weddel, l’altro avrebbe preparato dei depositi dal Mare di Ross.

La tecnica dei depositi consentiva di viaggiare più leggeri ed era stata usata in tutte le precedenti missioni.

Per quest’impresa Shackleton acquistò due navi: l’Aurora, veterana di altre spedizioni, e l’Endurance.

L’Endurance era uno strano e unico mezzo, concepita nei canteri norvegesi di Framnæs. Era stata costruita per diventare una sorta di yacht di lusso destinato a portare turisti in Antartide, per questo era stata affidata al maestro d’ascia Christian Jacobsen, noto per volere nella sua squadra persone che non fossero solo validi artigiani, ma che avessero esperienza anche come marinai e possibilmente come balenieri.

La nave fu quindi costruita per navigare in acque infestate da iceberg e lastre di pack galleggiante e fu dotata di accorgimenti particolari: la chiglia composta da tre travi di quercia sovrapposte era spessa 2.2 m, mentre le pareti dello scafo avevano uno spessore variabili tra i 46 cm e i 76 cm, circa il doppio del normale.

Un LEGNO (sì maiuscolo anche “legno” questa volta) unico nel suo genere, l’unico mezzo simile era la Fram di Nansen (ne abbiamo parlato sull’articolo dell’Arktika). La differenza principale tra le due era che la Fram era specificatamente progettata con una chiglia che ne favorisse il sollevamento tra i ghiacci, la Endurance invece era più una sorta di corazzata di legno.

La nave completata fu battezzata “Polaris”, ma l’acquirente fallì e rinunciò all’acquisto. Shack (lo chiameremo così), già a corto di denaro, non si fece scappare l’occasione e la comprò a prezzo di saldo iniziando a modificarla per i suoi scopi. Il nuovo nome le fu dato dal motto di famiglia: “By endurance we conquer“. Quando l’ambizione ce l’hai nel sangue.

-L’Endurance appena acquistata, ancora verniciata di bianco. Si nota la stella di poppa legata al precedente nome “Polaris”-

Inizia così la ricerca dell’equipaggio, Shack è da subito chiaro sulla difficoltà della missione:

This is going to hurt

– Safe return doubtful… –

Con grandissima sofferenza sono costretto a menzionare solo qualche nome per motivi di spazio (qui li trovate tutti):

  • Frank Worsley: comandante della Endurance, si rivelerà lupo di mare inarrivabile;
  • Frank Wild, quello del biscotto, secondo in comando, braccio destro, avrebbe ucciso per il suo “boss” Shackleton;
  • Percy Blackborow: clandestino imbarcatosi a Buenos Aires. Non so se ha fatto il migliore colpo della sua vita o il peggiore;
  • Frank Hurley: il fotografo della spedizione, tutte le foto spettacolari della Endurance tra i ghiacci sono sue.

Nel novembre 1914 Shack e i suoi fanno l’ultima tappa nella “civiltà” presso un villaggio di balenieri norvegesi nella Georgia del Sud e poi partono per il Mare il Weddell. I marinai del posto però li avvertono: quell’anno la banchisa è particolarmente estesa e il ghiaccio non si è sciolto come al solito.

Grytviken – Veduta– Oggi Schakleton è sepolto in quel luogo nel cimitero in basso a dx –

Per un po’ le cose vanno bene, vedono iceberg, fanno foto e il morale è alto. Poi il pack si fa sempre più fitto, devono procedere a zig-zag e schivare i frammenti più grossi. L’Endurance si muove per l’ultima volta il 19 gennaio 1915; dopo questa data resta bloccata nella banchisa.

Shack è seccato perché capisce che ha perso il treno, probabilmente dovrà rimandare di un anno, ma a questo sono preparati, hanno cibo e scorte in abbondanza. Qualche giorno dopo c’è uno spiraglio quando intravedono mare aperto a soli 180 metri. Spingono il piccolo motore a vapore da 350 cv della nave al massimo, la invelano e provano persino a scendere per spaccare il ghiaccio. Ma non c’è nulla da fare, la nave non si muove.

Shackleton - Ernest Shackleton and the Endurance expedition, into the pack ice, trapped and crushed

A febbraio del 1915 è chiaro che dovranno passare l’inverno bloccati nel ghiaccio. Il Sole sorge per l’ultima volta il 1 maggio e poi inizia il lungo inverno con temperature che scendono sotto i -30/40° C. Altri sono rimasti bloccati per poi ritrovarsi liberi e per un po’ il morale resta alto. È in questo momento che Frank Hurley dà il meglio di sé con foto che sono una più leggendaria dell’altra.

We have pierced the veneer of outside things”: Four Books About Antarctica | city of tongues– Uso del flash nel 1915: livello leggenda –

Verso la primavera il ghiaccio inizia a spaccarsi, ma non abbastanza. Si creano fenditure che si aprono e si richiudono con forza e la Endurance resta incastrata in una di queste. Gli spessi strati di legno fanno quello che possono, ma è davvero troppo, a ottobre la nave inizia ad imbarcare acqua ed è chiaramente condannata. Nessuno ha il coraggio di dirlo, ma è chiaro che presto la situazione è destinata a volgere al peggio.

Lost and found: the extraordinary story of Shackleton's Endurance epic | Exploration | The Guardian

Il 27 di ottobre Shack ordina l’abbandono nave, scaricano tutto quello che possono, in particolare tre sfigatissime lance da baleniere che fungevano da scialuppe. Cercano di mettersi in marcia trascinando le barche, ma fa un freddo insensato, la banchisa è tutt’altro che piatta e gli uomini non sono allenati dopo un anno in nave.

Si accampano a pochi chilometri dalla Endurance, tornano diverse volte per salvare il salvabile, lo stesso Frank Hurley si immerge nella nave ghiacciata per salvare le lastre delle sue foto (grazie Frank). La nave fatica ad affondare perché l’acqua che ha imbarcato si è trasformata in ghiaccio e in qualche modo la tiene su.

L’agonia dura fino al 15 novembre quando l’Endurance si inabissa definitivamente.

File:Endurance Final Sinking.jpg - Wikimedia Commons

Shackleton e suoi 27 uomini sono solo sulla banchisa antartica, nel mezzo del nulla, con tre scialuppe e decine di cani.

I cani sono i primi a morire, non servono più e non c’è cibo anche per loro. Anche il gatto del falegname McNish viene abbattuto. Sono questi i momenti in cui il buon Shackleton è costretto a ricorrere a tutta la sua leadership e autorità per mantenere la disciplina. Assicura che saranno tutti pagati, dà l’esempio buttando la sua bibbia e tenendo una sola pagina, non accetta la minima traccia di insubordinazione.

-Frank Hurley e Ernest Shackleton-

Passano così sei mesi.

Provano diverse volte a muoversi cercando una postazione su un blocco abbastanza grosso da essere sicuro, ma le scialuppe pesano troppo ed è sempre una sofferenza. Nel frattempo la banchisa continua ruotare in senso orario con loro sopra, lentamente sono spinti verso nord-ovest dove fa più caldo e il ghiaccio inizia sciogliersi.

La situazione precipita velocemente finché il 9 aprile del 1916 sono costretti a calarsi nelle scialuppe con quel poco che ci sta dentro. Per fortuna il mare è calmo, ma fa un freddo insensato e le piccole imbarcazioni non offrono quasi nessun riparo.

Shack capisce che se non trovano una soluzione moriranno rapidamente. Un po’ trascinati dalla corrente, un po’ a remi gli uomini riescono miracolosamente a raggiungere Elephant Island, uno scoglio praticamente senza approdi abitato solo da pinguini.

Riescono in qualche modo a trovare una spiaggetta di ciottoli e a sbarcare il 16 aprile quando sono ormai allo stremo delle forze. L’onore di mettere piede per primo su quell’isola incontaminata è lasciato al clandestino diciannovenne Percy Blackborow. Sarà una discesa drammatica perché i piedi del ragazzo si sono congelati e cade nell’acqua ghiacciata.

Dopo 17 mesi toccano di nuovo terra, ma la loro situazione è appena migliorata. Sono fuori da tutte le rotte su uno scoglio senza un albero. Ancora una volta Shack dovrà dimostrare cosa significa la parola determinazione.

Ordina al falegname McNish di prendere la scialuppa più grande, la James Caird (dal nome di un finanziatore), la fa zavorrare, alzare di una spanna e coprire usando le tele e i pezzi di una delle altre scialuppe. Il piccolo guscio di noce è così inaffondabile. Sulla carta.

Voyage of the James Caird - Wikipedia

Sceglie cinque uomini e decide di andare in cerca di aiuto, tra di essi c’è proprio McNish (motivato quindi a fare bene il suo lavoro) e il capitano Worsley, navigatore top.

Lascia al comando degli altri Frank Wild con l’incarico di costruire un rifugio usando le altre scialuppe e di usarle per una nuova spedizione se lui non fosse tornato in 6 mesi. A terra resta anche Frank Hurley che scatterà altre foto leggendarie (tra cui la partenza della foto sopra). Piccolo aneddoto: Shack aveva la proprietà delle foto, ma in quel frangente lasciò a Hurley una nota in cui gliele cedeva in caso di suo decesso, ma precisando a voce: “C’è un piccolo trucco, io intendo tornare”. FERRO, FERRO a secchiate.

La terra abitata più vicina è il Cile, ma è controcorrente, decidono quindi di tentare un’impresa che resterà storica seguendo la corrente circumpolare verso la South Georgia da cui erano partiti un anno e mezzo prima. Sono 700 miglia, 1300 km nelle acque più feroci del globo, su una scialuppa. È un viaggio terrificante, l’acqua continua a ghiacciarsi appesantendo la barca, i sei si alternano inerpicandosi a prua per staccarlo. Accendere un fuoco per mangiare è un incubo, i vestiti cerati laceri, dopo mesi in cui non sono mai stati cambiati, non trattengono più l’acqua. A peggiorare il tutto, il Sole è sempre coperto. Worsley, con tre uomini a tenerlo fermo, riuscirà a fare solo tre punti nave col sestante. Per miracolo e per immensa perizia di quest’uomo arrivano il 9 maggio in South Georgia nella baia di King Haakon.

First landing in South Georgia: Peggoty Bluff in King Haakon Bay – Speaking of Geoscience

C’è un problemino però. Sono dalla parte opposta di tutte le basi dei balenieri sull’isola. Riprendere il mare è troppo complesso rischioso, resta solo una cosa da fare: attraversare le inviolate montagne dell’isola.

Ancora una volta Shack dà prova di pensare a tutto: non cerca di riprendere fiato, ogni giorno è un giorno perso. Prende Worsley e Crean (secondo ufficiale), una corda, un’ascia da carpentiere e pianta dei chiodi nelle scarpe. Lascia istruzioni agli altri di attenderli e di provare anch’essi la traversata se non fossero tornati entro qualche giorno. Poi si incammina per una traversata di 51 km su montagne inesplorate, devono spesso tornare indietro o procedere a zig zag. In quegli anni è un viaggio ai limiti dell’umano anche partendo in salute ed equipaggiati.

A un certo punto i due compagni si addormentano, Shack gli lascia un minuto di tempo e poi li sveglia dicendo che hanno dormito un’ora. Resta una discesa da fare, i tre si abbracciano uno dietro l’altro e si lasciano scivolare nella nebbia del mattino: o la va o la spacca.

Arrivano a fondovalle e sentono la sirena del borgo di Stromness che suona: il turno dei balenieri sta iniziando.

Se al mondo qualcuno poteva capire l’inferno da cui i tre arrivavano erano i balenieri norvegesi. Il comandante della stazione invia subito i soccorsi agli altri tre, che nemmeno riescono a riconoscere Worsley rasato di fresco.

Nel frattempo su Elephant Island il solerte Frank Wild ha organizzato le cose in modo da sopravvivere in un rifugio fatto di rocce, barche rovesciate, tende strappate e ghiaccio. All’interno in un bidone con grasso di pinguino cuoce h24 per tenerli caldi e avere qualcosa da mangiare. Vi lascio immaginare l’odore.

– Qui sotto erano in 22 –

Dalla South Georgia parte un primo tentativo di soccorso, ma la banchisa rende inaccessibile l’isola. Ne seguono altri due a vuoto, finché finalmente lo Yelcho della Marina Cilena riesce a raggiungerli.

Il leader per eccellenza, il boss, Ernest Shackleton è sulla scialuppa che va a soccorrere i naufraghi e avvicinandosi per prima cosa urla una frase entrata nella leggenda: “Are you all well?” Tutti bene? Questo era l’importante per lui.

“All well Boss!” gli urla di rimando Wild. Sono sopravvissuti tutti alla più epica avventura antartica e forse di sempre.

E allora, finalmente, possiamo capire la frase di un esploratore britannico:

“Datemi Scott a capo di una spedizione scientifica, Amundsen per un raid rapido ed efficace, ma se siete nelle avversità e non intravedete via d’uscita inginocchiatevi e pregate Dio che vi mandi Shackleton”.

Esiste un’altra storia legata a questa, forse anche più drammatica, quella dell’altra squadra inviata nel Mare di Ross. Mentre scaricavano i rifornimenti una tempesta spezzò la catena dell’ancora dell’Aurora incastrata nel permafrost. La squadra riuscì a completare i depositi, ma al prezzo di alcune vite. Dopo oltre un secolo, l’ancora però è ancora lì, determinata come Shackleton.

Mentre la storia della spedizione entrava nella leggenda la Endurance rimaneva sul fondo a imperitura memoria della sua battaglia impari contro la banchisa. Pochi giorni fa l’annuncio: una spedizione privata (finanziata da un anonimo fan della storia) ha ritrovato la nave a sole 4 miglia a sud della posizione calcolata da Worsley.

La nave è a 3000 m di profondità in condizioni a dir poco perfette. Si notano i segni della sua battaglia sul ghiaccio, ma in assenza di batteri del legno e in acque gelide si è conservata come se fosse affondata ieri. E allora non resta che renderle il doveroso tributo.

-Notate la stella del primo nome “Polaris”-

– I segni della battaglia sono evidenti –

Non mi resta che consigliarvi due letture più due:

  • Endurance: scritto partendo dai diari, si legge in una notte.
  • The lost men: la storia dell’altra squadra nel Mare di Ross, altrettanto intrigante

Se vi piace la scienza e l’avventura c’è “Luci da futuro” l’ultimo mio libro (manco ne avessi scritti 10), è fanta-scienza, ma mai avrei saputo inventarmi una storia così pazzesca.

Se invece vi piace il FERRO, la tecnologia, la passione per l’ingegneria estrema e l’odore del RP-1 c’è solo una cosa che può soddisfare la vostra sete: DI BRUTTO.

– All well! –

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E questi li hai letti?

12 commenti

Roberto 14 Marzo 2022 - 13:00

Leggete dei libri di Schackleton, almeno uno. Affascinante a dir poco
Di certo non l’ha letto Schettino

Rispondi
Paolo 14 Marzo 2022 - 13:23

Tra i tre tentativi falliti dalla South Georgia e la Yelcho cilena c’è ancora un’avventura – incredibile – a parte!
E, una volta salvati tutti i suoi, Shack viene a sapere del gruppo del Mare di Ross, che stava in una condizione come i suoi stavano ad Elephant Island: RITORNA in Antartide, e da Capo Evans lì riporta indietro tutti!
Ferro, FERRO come piovesse.
Per lavoro mi occupo di soccorso: sir Ernest Shackleton per ne è Dio.
Articolo bellissimo, commovente, che aspettavo dal tempo della rompighiaccio sovietica.
Grazie davvero
Paolo

Rispondi
Roberto 14 Marzo 2022 - 14:29

Mi mancava questa parte!!! Dettagli?

Rispondi
Paolo 14 Marzo 2022 - 17:24

Ciao Roberto, volevo rispondere a te ma ho sbagliato, e la risposta è finita in fondo

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Raimond 14 Marzo 2022 - 18:33

Schettino.. LOL!

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Frank 14 Marzo 2022 - 14:40

Bellissimo articolo! (as usual)
Le foto di Frank sono leggenda, e consiglio senza dubbio il libro fotografico “Shackleton in Antartide. La spedizione Endurance (1914-1917)” facilmente trovabile su Amazon che appunto raccoglie tutte le foto di Hurley.
Una curiosità: la famosa foto scattata dove i naufraghi salutano la scialuppa non è il rientro di Shackleton ma la sua partenza. Hurley non aveva infatti scattato foto quando sono rientrati, ma ha rinominato la foto successivamente per “questioni di narrativa”

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Paolo Broccolino 14 Marzo 2022 - 16:23

Cacchio interessantissimo il punto sulla foto del rientro. Cambia totalmente la prospettiva. Mi erano sempre sembrati troppo composti

Rispondi
Paolo 14 Marzo 2022 - 17:21

A parte il fatto che anche solo la traversata a piedi della Georgia del Sud è una cosa a dir poco epica, le cose andarono più o meno così:
– 1° tentativo: con una baleniera Schack arriva fino a 60 miglia da Elephant I., ma causa ghiaccio deve rinunciare e dirotta alle Falklkand
– 2° tentativo: dalle Falkland con un’imbarcazione del governo uruguiano arriva in vista di Elephant I., ma sempre causa ghiaccio deve rinunciare e tornare alle Flakland
– 3° tentativo; dalle Falkland Shack va a Punta Arenas – Terra del Fuoco), e da lì riparte e arriva fino a 100 miglia da Elephnat I., da dove sempre per il ghiaccio deve tornare indietro

A questo punto Schack chiede disperato aiuto all’Ammiragliato britannico, ma i militari fanno orecchie da mercante.
A 3 mesi dalla sua partenza da Stromness, Schack ottiene di nuovo ascolto dalla Marina uruguaiana, che gli molla un rimorchiatore a vapore inadatto allo scopo, lo Yelcho.
Il 30 agosto 1916 Ernest Dio Shackleton raggiunge e riparte da Elephant Island con a bordo tutti i suoi, vivi.
Arrivano a Punta Arenas domenica 3 settembre 1916.
La missione Endurance si conclude l’8 ottobre 1916 a Buenos Aires.

Appendice di Ferro: a dicembre 1916 il nostro è in Nuova Zelanda e viene a sapere che l’altro pezzo della spedizione – quella che con la nave Aurora doveva lasciare rifornimenti sulla costa del Mare di Ross – è nel guano fino al collo: parte, e una settimana dopo raggiunge Cape Evans, da dove riporta indietro i sette sopravissuti.

Giù il cappello, signori, Di Brutto.

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Roberto 14 Marzo 2022 - 18:43

Pazzesco. Grazie dei dettagli !!

Rispondi
Raimondo 15 Marzo 2022 - 3:39

Complimenti! Narrazione perfetta per incuriosire chi ancora non conosce Sir Shack. Uomo fuori dal comune dovrebbe essere portato ad esempio in questa attuale società priva di valori veri. Il ritrovamento dell’Endurance nel centenario della scomparsa di Sir Ernest è un evento miracoloso, una coincidenza straordinaria, un dono offerto a tutti noi che amano il Boss e che contribuirà a divulgare le gesta di un esploratore ancor poco conosciuto. Ancora complimenti, girerò l’articolo ai miei amici che mi hanno inondato di messaggi dopo il ritrovamento dell’ Endurance.

Rispondi
simone 15 Marzo 2022 - 14:25

piccolo particolare:
il gatto menzionato nell’articolo si chiamava mrs chippy(signora chippy ma era maschio),ed era di proprietà di harry mcnish il falegname della spedizione,quando shackleton decise di abbatterlo lui la prese molto male e litigarono spesso,fino ad arrivare a detestarsi terribilmente;
infatti harry mcnish fu l’unico a non venire insignito della medaglia polare che diedero a tutto l’equipaggio
Per rimediare almeno in parte a quell’ingiustizia misero una statuetta raffigurante un gatto sulla sua tomba diversi anni dopo la sua morte ,nel 1930(e precisamente nel 2004).
un nipote di mcnish ebbe a dichiarare che suo nonno avrebbe certamente apprezzato quell’onore dato al suo gatto ben più che la medaglia polare

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Alberto 17 Marzo 2022 - 20:45

Uno degli articoli più belli qui su Rollingsteel!

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