Home Storie The Ritmo of the night, quando Bettega entrò nella storia

The Ritmo of the night, quando Bettega entrò nella storia

by La redazione

Rollingsteel.it, elogio dei piccoli che sovrastano i giganti

Vi è mai capitato che, sentendo nominare alcuni luoghi, affiorino ricordi e immagini? Per qualcuno è il luogo del primo appuntamento con la tipa che ti piaceva alle medie, per altri può essere il nome della località della prima vacanza senza genitori. E poi esistono posti che evocano qualcosa a chiunque. Trasversalmente. Montecarlo si presta alla perfezione come esempio. Pronunciandolo saltano subito alla mente ai più il casinò, gli yacht ormeggiati al porto, gente con conti correnti che superano il PIL del Belize e tonnellate di quelle che Andrea Diprè chiama “opere d’arte mobili” mentre i comuni mortali definiscono fighe imperiali bellissime donne.

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Per chi poi, come noi, adora il mondo dei motori, Montecarlo è sinonimo soprattutto di quello che forse è il più famoso e più imprevedibile Gran Premio del mondo. Nella testa balenano i ricordi di Senna nell’84, sotto la pioggia battente con la flemmatica Toleman, che in mano sua si trasforma in un’auto da podio. Oppure le gesta dell’imperturbabile Raikkonen nel 2006, il quale – dopo che la sua McLaren MP4-21 lo appieda – decide pragmaticamente di dirigersi al proprio yacht, anziché ai box, per rilassarsi al sole con una birretta in mano (e come si fa a non amarlo?).

– ma chi è sta zinnona? (cit.) –

Se poi, oltre ai motori, la tua passione comprende camminare per ore con uno zaino in spalla, preparare un campo base su pendii scoscesi, attendere il passaggio fulmineo dei tuoi beniamini per poi sbaraccare tutto e ripercorrere altri km di strada carico come un mulo per trovare altri pendii da attrezzare a mo’ di paradiso della capra tibetana, il tutto tracannando birra e ghiacciandoti la cacca nel sedere, allora probabilmente sei un fanatico di rally. E di questi Montecarlo è la Mecca, il paradiso, la base aerea di Edwards del motorsport su strada. Qui si sono svolte alcune delle pagine più sensazionali e bizzarre della specialità. Pensiamo, per dire, quel piede di fata del “Drago” Munari, che vince con la Strato’s* con il cambio bloccato in quarta. O a Ott Tanak, che visto che in assistenza i meccanici non gli credono quando dice che lui con la i20 vola sulle speciali, decide di tentare il decollo per davvero facendo uno degli spetasci più allucinanti degli ultimi anni.

* se fate caso a come viene scritto Stratos sulla macchina potrete notare quello che sembra un apostrofo fra la o e la s finale.  Su questa questione sono stati sollevati tantissimi vespai ma a quanto pare la questione è piuttosto semplice: quello che sembra un apostrofo in realtà è un accento che il particolare font utilizzato ha trasformato in un simil-apostrofo. Il nome della macchina infatti deriva dal greco stratòs, stratosfera, il nome giusto per un ferro veramente stratosferico.

– “..i believe i can fly..” –

O come nel 1980. Ma qui mi fermo un attimo. Prima facciamo un salto ancora qualche annetto indietro. Siamo nel 1972 e in casa Fiat si lavora ad una erede per la gloriosa 128. Basta coi culi al vento, il progetto 138 deve essere una 2 volumi. E deve costare poco. Per questo all’ufficio progettazione viene dato un compasso, un righello e niente più. Nel 1978 viene finalmente alla luce il frutto dell’amore proibito tra questi due primordiali strumenti: la Fiat Ritmo.

Fari tondi, maniglie delle porte tonde, ruote e volante tondi, il restante è un’ode alla linea retta. Il design improbabile audace lasciava poi spazio a degli interni in full plastica. Il lato positivo era che almeno quelli non marcivano.

Viene lanciata con 3 motorizzazioni: 1100cc da 60 cv, 1300cc da 65 cv e l’indomabile 1500cc che sprigiona la bellezza di 75 cv. Per poi poter ulteriormente valorizzare la prepotente potenza della motorizzazione top di gamma si poteva optare per uno sciccosissimo cambio automatico a 3 rapporti. Roba che sui passi dolomitici puoi tranquillamente scendere al rifugio per mangiare e lasciare che l’auto vada avanti da sola, tanto quanta strada vuoi che faccia? A questo punto la domanda è: perché parliamo di un’auto che è talmente ferma da sembrare disegnata sull’asfalto?

– “Rollingsteel è ancora Ganzo.” –

Beh, innanzitutto perché a chi sta scrivendo la Ritmo piace da matti. Saranno quelle linee dritte e tese o quei fari tondi che sembrano gli occhi spalancati di una cernia sul banco del pescivendolo, sta di fatto che mi provoca una enorme simpatia e la trovo davvero bella. Tralasciando questa inutile sviolinata svolta romantica, ho tirato in ballo quest’auto (ballo –> Ritmo; capita la battu.. ehm, sì, faceva davvero molto cagare…) perché, prima del lancio delle sue versioni sportive che tutti conosciamo (QUI la prova della 130 TC), all’Abarth pensarono bene di rendere maleducata questa soporifera 2 volumi trasformandola in una vettura da corsa da utilizzare nei rally. Vitaminizzarono per bene l’anemico millecinque monoalbero tirando fuori 160 cavalli, rastremarono gli interni per portarla a pesare 880 miseri kg, montarono il rollbar e dei parafangoni talmente ignoranti che se gli chiedete il plurale di dito vi risponderanno mano. Nacque così quel ferraccio che è la Ritmo Abarth 75 gruppo 2.

– Non è bellissima? –

Ma come ogni cosa bella, anche lei aveva dei difetti. Mettiamola così: non è che fosse poco robusta. Diciamo che se provaste ad usarla al posto del grissino per tagliare una celeberrima marca di tonno probabilmente quest’ultimo avrebbe la meglio.

Detto ciò torniamo nel 1980, esattamente dove eravamo rimasti. Jody Scheckter è il campione in carica in Formula 1 con la Ferrari 312T4, al cinema un diversamente diplomatico Mel Gibson veste i panni di Mad Max Rockatansky e spacca il culo ai cattivi a bordo della sua rarissima Ford Falcon XB GT Coupé akkittata da Interceptor V8 e, da qualche parte in Francia, Jean-Claude Rude si sta ancora mangiando il fegato per non essere riuscito ad agguantare il record di velocità in bici e sta lavorando alla sua nuova impresa (che purtroppo non finirà un granché bene).

Nel mentre, nella zona del Principato di Monaco prende il via la 48esima edizione del Rally di Montecarlo. E i piedi pesanti, come di consueto, non mancano: Rorhl, Alen, Mikkola, Darniche, Waldegaard, la Mouton..

– Riconoscete qualcuno? –

In mezzo a questi mostri sacri spunta anche un giovane talento made in Trentino. Alto, schivo, con una vetturetta che sembra uscita da un cartone animato. Tal Attilio Bettega (il secondo da destra nella foto qui sopra) con la sopracitata Ritmo Abarth 75. Attilio e la sua Ritmo sono schierati nientepopodimeno che dalla squadra corse ufficiale di mamma Fiat! Ma la cosa non fa granché notizia. Eh già, perché lui e il fido naviga “Icio” Perissinot erano presenti al Monte anche l’anno prima. Sempre ufficiali Fiat. Sempre con la stessa macchina. Ma furono costretti al ritiro a causa di una rottura (che la Ritmo fosse robusta come la sbrisolona lo avevamo già detto?).

A sto giro, oltre ad avere una nuova, bellissima, livrea bianco-blu, Bettega è orfano del suo abituale compagno di scorribande. Perissinot è chiamato a servire lo stato. Dopo svariate peripezie per ritardare la cosa, era arrivato anche per lui il momento della leva obbligatoria. Per lui il Monte va a monte. La Fiat chiese quindi aiuto ad una persona che definire oltremodo qualificata sarebbe riduttivo: Mario Mannucci. Uno che del sedile di destra se ne intende parecchio. Usualmente nobile scudiero del sopracitato Sandro Munari, non proprio l’ultimo degli stronzi.

– Munari e Mannucci sulla Lancia Stratos nel corso del Rally di Sanremo 1975 –

Le premesse non sono delle migliori. Il parco partenti, come detto, è variegato e succulento. E i ferri presenti non sono da meno. È un pranzo gourmet stellato di rally car. Carpaccio di Fiat 131 Abarth, ravioloni di Opel Ascona 400, filetto di Ford Escort RS, soufflé di Porsche 911SC. Paragonati a loro in nostri eroi corrono con un cazzimperio di Fiat Ritmo.

Ma un fattore gioca a loro favore: il meteo. Infatti sui percorsi interessati le condizioni sono pessime. C’è tanta tanta neve e dove quest’ultima finisce inizia quella porcheria di neve misto pioggia che farebbe perdere la trazione anche ai 330.30 ANW di Overland. Su queste strade viscide come un’anguilla le grandi vetture dei big faticano a stare in strada. Se guardate i video dell’epoca capirete cosa intendo. A tratti passano talmente lenti che più che riprese sembrano fotografie. Ma i veri campioni pestano comunque pesante e fanno tempi di tutto rispetto. E pesta anche il nostro Attilio. La sua Ritmo con la trazione dalla parte sbagliata vola sulle innevate strade del principato. È terzo alla fine della prima prova e secondo nella seconda e nella quarta. Corre. Corre forte. Corre come quando ti scappa la cacca e sei a 5 minuti da casa. Continua a combattere come un forsennato fino alla speciale numero 25 dove compie qualcosa di enorme. Lì, sulla strada che va da Moulinet a La Bolléne, sulla lingua di asfalto che si inerpica su e su fino al mitico Col de Turini. Il simbolo del rally monegasco, dove la gente si assiepa, uno addosso all’altro, stretti come la Manzotin nella sua gelatina, tutti lì per vedere una compilation di piedi pesanti come macigni che entrano di traverso in una curva verso destra e nel contempo delle mani velocissime e precise controllano la vettura che fila via e con uno schiaffo di culo danza magicamente dalla parte opposta della strada per tuffarsi nella curva successiva a sinistra. Il tutto a notte fonda. Sotto la neve che cade copiosa. In questo contesto Bettega si supera. Porta la delicata Ritmo 75 al suo limite estremo. Come se Usain Bolt tentasse il nuovo record mondiale con delle scarpe fatte coi savoiardi. Ma la Ritmo non lo tradisce. Anzi. Si muove veloce e leggiadra sui tornanti e nelle insidiose curve. Trova trazione dove gli altri claudicano. Un globo di luce che sfreccia nelle tenebre e inghiotte 22 km di bufera in 22 minuti e 35 secondi.

NESSUNO riuscirà a fare di meglio.

Il cazzimperio deflora le portate principali.

Si narra che a fine prova ci fosse il maestro Canello con la sua orchestra a festeggiare l’impresa.

Dopo questa conquista la piccola scatoletta Made in Turin con il 15 sulle portiere, è seconda assoluta nella classifica generale. 4 miseri minuti la separano dal primo posto. E non sono impossibili da recuperare.

Purtroppo per la nostra Cenerentola, il giorno successivo il gran ballo finisce. La macchina che sembra uscita da un cartone animato fa la volubile e fa venire fuori la sua pavesinica robustezza. A causa dei guai al propulsore Bettega e Mannucci scivolano al sesto posto assoluto della classifica finale. Non è un cattivo piazzamento, ma lascia il culo che brucia l’amaro in bocca.

Vincerà Walterone Rohrl sulla possente 131 Abarth, seguito da Darniche sulla Strato’s e da Alen sull’altra 131 Abarth. Un podio di sole vetture italiane. Ma la lectio magistralis impartita dalla piccola Ritmo e dal suo equipaggio nella innevata notte sul Turini rimarrà impressa nel cuore di chi ama questo mondo. Quando un Loacker con le ruote si impose sui ferri più potenti del panorama mondiale.

Attilio purtroppo non c’è più. La Corsica se lo porterà via di li a pochi anni. Ma mi piace pensare che ovunque sia porti la Ritmo in un posto speciale nel suo cuore.

ROLLING FACTS: durante le ricognizioni antecedenti alla gara, quel gran signore che è Mario Mannucci rivelò di aver rivisto il Drago di Cavarzere AKA Sandro Munari nella guida del giovane Attilio Bettega. Mannucci l’aveva visto lungo, la storia gli darà ragione.

Articolo di Thomas Fenti, dalla Ferramenta di Rollingsteel al sito principale. 

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8 comments

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Valerio 4 Dicembre 2020 - 13:46

330.30
e il racconto diventa arancione!

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Marco Gallusi 4 Dicembre 2020 - 13:54

Mi avete commosso… mio padre aveva la Ritmo 75 e sapere che qualcuno ci ha fatto qualcosa di straordinario con quella “autoimmobile” mi ha fatto piangere…

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Flavio 4 Dicembre 2020 - 15:35

Papà aveva la 60s, non ho mai capito che colore fosse, xché la acquistò nella 86 e avevo due anni, nella 89 era già arrugginita, ma era bellissima, quattro fari tondi antinebbia gialli, e poi un ricordo indelebile:quando il lunotto cominciò ad arrendersi alla ruggine, tappando i buchi con le figurine della Italia 90, così avevamo Tacconi a destra e Giannini a sinistra…che ridere!!!

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Fabio 4 Dicembre 2020 - 17:46

Ho avuto una 60 CL full optional (5 marcia, contagiri e orologio digitale), era fatta col culo ed era un ammasso di ruggine tenuto su dalla vernice, ma aveva un gran motore e non era neanche tanto ferma, rispetto alle concorrenti dell’epoca…ah, anche la posizione di guida faceva schifo, sembrava di essere seduti dentro ad una vasca da bagno…

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Antonio Fioretti 5 Dicembre 2020 - 12:10

Penso che un po’ tutte le macchine dell’epoca fossero facili alla ruggine! Ricordo che papà aveva una Lancia Beta coupé dopo poco anche per noi comincio la lotta contro la ruggine! La zincatura delle scocche era qualcosa che era al di là da venire!

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LS 5 Dicembre 2020 - 13:29

Commovente. Applausi.

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MC411 5 Dicembre 2020 - 17:54

Bettega merita un secondo post:
Bettega, la 037 e la Corsica.
Storia di amore, odio e morte.

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Carlo 6 Dicembre 2020 - 20:48

Un articolo di 10 righe tirato prr le lunghe così tanto non l’avevo mai letto

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