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L’antica Lotus andava portata in salvo

by Il direttore

Una macchina da andare a recuperare, oltre 2000km da percorrere, un amico come unica spalla. Quella che stiamo per raccontarvi è la meravigliosa avventura di due amici fuori come dei copertoni. Seguiamoli nel folle viaggio che hanno fatto per portare a casa una strepitosa Elise S1.

Io e Filippo siamo in aeroporto a Treviso con in mano un biglietto di sola andata per Manchester. All’imbarco manca poco e continuiamo a scambiarci occhiate preoccupate. Dove diavolo stiamo andando? Stiamo facendo una stronzata, lo so. O meglio, l’ho fatto io l’errore, facendomi coinvolgere in questa storia.

Arrivati a Manchester c’è l’autista Peter ad aspettarci. Saliamo sulla sua Classe E e inizia il trasferimento verso Millom, 115 miglia più a nord. Millom è un paese di 8.000 anime che si affaccia sul mar d’Irlanda e che non sentirete mai nominare per alcun motivo al mondo.

Skyline di Millom:

Quando arriviamo sono le sette di sera, fa un freddo cane e tira un vento che non si sta neanche in piedi. Se siamo qui però c’è un motivo. C’è un’automobile gialla che ci aspetta nel buio.

Svelata la cazzata. Siamo venuti a prendere una Lotus Elise S1. La missione è quella di portarla in Italia tutta intera e senza l’ausilio del carro attrezzi. 2000 chilometri d’un fiato. Peter ci scarica di fronte alla casa dell’ormai ex proprietario. Suoniamo il campanello e interrompiamo la cena di una felice famiglia britannica. Pochi convenevoli, zero per la precisione. Smontiamo le targhe inglesi e montiamo quelle italiane. Anzi, solo quella posteriore, e pure con il nastro isolante perché con tre viti su quattro non si sa mai.

Far entrare nella Elise due persone adulte, uno zaino e un bagaglio a mano è la prima impresa. Nel “bagagliaio” entra solo lo zaino. Merda, vuol dire che la valigia devo tenerla in braccio. Mi lascio cadere nell’anatomico in pelle, che poi tanto scomodo non è. Quello di sinistra, solo che qui il volante e tutto il resto sono a destra.

Le prime miglia non sono facili. Filippo guida attento con un misto di paura ed emozione, solo quella che puoi provare quando ti trovi tra le mani un oggetto desiderato per vent’anni. La leva del cambio dal lato sbagliato e la scarsa visibilità non aiutano ad abituarsi alla guida inglese.

Primo pit stop qualche ora più tardi e primo cambio alla guida: tocca a me. L’impressione che ho sedendomi alla guida dell’Elise è quella di stare dentro all’auto, non sopra, come accade con le moderne hatchback sportive. Il sedile contiene bene, il volante è piccolo e tutti i comandi sono duri. Freno e cambio poi sono roba per uomini veri. L’impianto frenante non è servo assistito, quindi alla prima pressione pare che il pedale sia bloccato. Ma si tratta solo di prenderci un po’ la mano, anzi, il piede, perché in realtà le pinze AP marchiate Lotus mordono e pure bene.

Il cambio è qualcosa di mai provato prima su un’auto stradale. Gli innesti sono cortissimi e secchi, anche qui all’inizio bisogna essere un po’ accorti, se non altro perché ci si ritrova ad usare la mano sinistra invece che la destra. E con un comando così impegnativo se non si è attenti si rischiano belle figure di merda sfollate.

Rotto il ghiaccio, però, le cambiate vicino alla zona rossa del contagiri diventano qualcosa di fantascientifico. Delle vere legnate che ti scuotono fino alle ossa e ti fanno credere di essere chiuso dentro un’auto da corsa. Ad aiutare ci pensa l’impianto di scarico Janspeed che proprio discreto non è. 

Non è un’auto che ti mette subito a tuo agio. È rumorosa, scomoda e richiede una certa decisione per superare la soglia della velocità da passeggio. Decisione che viene però ripagata con le risposte che solo un superbo telaio a motore centrale sa dare: una sensazione di bilanciamento sublime, mai un accenno di sottosterzo né sovrasterzo (non ci siamo azzardati), una ripartizione dei pesi apparentemente perfetta che permette di buttare il muso dentro le curve sapendo già che l’avantreno terrà la linea ideale.

Lo sterzo (anche lui non servo assistito) trasmette alle mani tutto quello che scorre sotto le ruote. Ogni vibrazione e crepa dell’asfalto passa per il piantone e arriva fino ai polpastrelli, attraversa le braccia e raggiunge il cervello. Quello che serve per capire cosa stia facendo l’auto. Nulla più.

È senza dubbio l’auto stradale più coinvolgente e comunicativa che abbia mai guidato. Ma in fin dei conti il succo del discorso sta tutto qui. Non nella velocità, non nella potenza. Il punto della questione è la purezza. Il non essere filtrata nella maniera più assoluta. Un altro esempio: la prima serie di Elise ha il comando del gas a filo, che si traduce nel comandare con il proprio piede destro direttamente l’apertura dei corpi farfallati. Non c’è nulla tra la suola della vostra scarpa e la farfalla di aspirazione, solo il vostro raziocinio più o meno spiccato.

Signore e signori, Lotus – ferrodeldio – Elise S1. Il Piacere di guida a forma di auto gialla.

Detto così sembra tutto idilliaco, e in un certo senso lo è, ma la verità è che ci ritroviamo a guidare per ore di notte e quasi sempre sotto la pioggia. Ogni tanto una pausa per dei cambi alla guida in stile 24H, ma di stanze in hotel non ne abbiamo prenotate da nessuna parte, quindi si va avanti, santa Red Bull.

La prima sosta lunga la facciamo alle 5 del mattino a Folkestone all’imbocco dell’Eurotunnel, 7 ore e 380 miglia a sud di Millom. Si entra con l’auto direttamente nel treno. 40 minuti di “neutralizzazione” e torniamo a vedere la luce del sole (si, arrivati sul continente l’orologio va avanti di un’ora e diventa così giorno). 

La Francia scorre veloce, anzi mica tanto, i 120 all’ora sono già una buona velocità di crociera, fortuna che ci siamo ricordati di portare i tappi per le orecchie. Parecchi chilometri e parecchie soste più tardi arriviamo ai piedi del Monte Bianco. È di nuovo buio, te pareva, e inizia pure a nevicare…

La Francia diventa Italia, e quando inizia la discesa verso Aosta riusciamo a intravedere la fine di un’impresa che all’inizio pareva un suicidio, 27 ore tutte filate per attraversare mezza Europa per la lunga con una delle macchine più scomode della storia. Come abbiamo potuto pensare di portare una baracca inglese mossa da un Rover Serie K dal Lake District fino in Italia sulle sue ruote e farla franca? Forse San Colin Chapman da lassù si è commosso e ha messo una buona parola per noi e la piccola Elise gialla. Grazie.

Testo e foto di Carlo Pettinato, che ci ha voluto raccontare questa sua folle avventura, grazie mille vez!

ASPETTA! UN PATACCO SULLA MACCHINA GLIELO METTIAMO?

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