Home Videogiochi & Film Racing games: dal cabinato al salotto – Parte 2: The 90’s

Racing games: dal cabinato al salotto – Parte 2: The 90’s

by Filippo Roccio

Dopo aver attraversato gli anni ’80 a suon di sberle fra i cabinati delle peggiori sale giochi di provincia, ecco che ci addentriamo nei meravigliosi anni ’90 quando le prime console entrarono di traverso nei nostri salotti.

Ciao, sono il fantasma dei natali passati, quelli in cui i tuoi non ti hanno regalato il Gaucho né la Tenerè della Peg-Perego, in cui non ti hanno regalato il Super Nintendo e nemmeno il Sega Mega Drive perché “se vuoi giocare vai in cortile con gli altri bambini”.

Gli anni Novanta sono stati fantastici per tante ragioni ma hanno anche fatto abbastanza schifo per noi che abbiamo visto l’intrattenimento videoludico comparire sui mobili porta TV dei nostri salotti.

Perché?

Perché le console costavano come mezzo stipendio e non ditemi “vai a lavorareh per comprartele!!1!1!!11” perchè avevo 7 anni e non vivevo in Thailandia.

Dunque cosa succedeva? Succedeva che, fuori da catechismo o da messa (sì, il mio è uno di quei paesini in cui, quando c’è nebbia, sparisce qualcuno e si attribuisce la responsabilità all’ira di Dio), si andava con gli amichetti alla sala giochi lì vicina e si sfidavano i bimbi della sezione A a Sega Rally, senza la minima cognizione di come si usasse il cambio ma la leva era lì e non vedo perché lasciarla in pace. Lo stesso pensiero l’abbiamo fatto tutti più avanti, all’avvento della pubertà.

Crescendo non abbiamo mai smesso di andare in sala giochi, fin verso il 2000 son piovuti gettoni dal cielo e madonne tra i cabinati.

Di tutti quanti ricorderò sempre Daytona USA che, quando ebbi la possibilità di giocarci, da subito mi fece sentire come se fossi cascato di culo dentro la #51 di Giorni di Tuono; era il 1994 quando arrivò da noi ed io ci giocai qualche anno dopo. All’epoca SEGA la faceva da padrona nelle sale giochi con titoloni come il già menzionato Sega Rally, Sega Touring Championship e, appunto, Daytona USA, oltre agli svariati Virtua-qualcosa.

Quella fu l’età dell’oro per la SErvice GAmes proprio grazie alla partnership con Martin Marietta, in seguito conosciuta come Lockeed-Martin (sì, quella che ha fatto l’aereo di Action Man), per lo sviluppo della scheda “Model 2” come simulatore sia grafico che fisico per l’addestramento dei piloti. Da qui possiamo capire quanto fosse avanzato il sistema che usavamo noi poveri cristi per mandare di traverso i Deltoni in 3D e far decollare auto da Nascar e che, capiamoci, era na patacca da 15.000 dollaroni.

Quindicimila.
Trenta Milioni.
Nel 1993.

Assimilate il dato.

Fatto? Bene. Ora possiamo passare a quelli che sono stati i racing coin-op più ganzi della prima metà degli anni novanta e che potevamo trovare in tutte le arcade in cui finivamo.

Sega Rally:

Non esisteva volta che, varcando la soglia di uno di quei luoghi mistici che erano le sale giochi non si andasse alla ricerca del cabinato, con tanto di pedaliera e volante con livrea Castrol.
Al momento della scelta della vettura partiva tutto il consiglio d’amministrazione degli amici:

“Il Deltone!”
“Ma va’! Il Celica è più figo!”
“Non capisci un cazzo!”

Nel mentre tu avevi già scelto il ferro ed inserito il tuo nome “AAA” perché cazzo volevi giocare subito, già che ci avevi cacciato dentro due monete da 500.

Sì, due auto tra cui scegliere, modelli poligonali più o meno fedeli alle controparti reali e, diciamocelo, il Deltone aveva la meglio dal punto di vista della resa 3d.
Era una scatola.

I mezzi non presentavano particolari differenze dal punto di vista delle performance, la grossa differenza la faceva il manico del pilota e come sapeva gestire le cambiate con il manuale.
Bellissimo gioco che è nel cuore di tutti con un solo inconveniente, ossia quello della scarsa longevità: ad impiegarci tanto ci si metteva un quarto d’ora scarso a finire il gioco che però era brutalmente difficile da battere, tra il countdown che ai -10 cominciava a suonare come un allarme antiaereo e le a.i. da sorpassare che lasciavano poco agio.

Ma aveva anche dei difetti.

Daytona USA:

Per incominciare, prima di dirvi altro, vi voglio semplicemente dire: 60fps.
Per chi non mastica il linguaggio dei nerdacci vuol dire che girava liscio come il sederino di un bambino.
Ora un po’ di info su sta perla del gaming d’altri tempi.

Un gioco di Nascar in stile SEGA anni 90, il che vuol dire ritrovarsi un Sonic scolpito su una parete rocciosa, al di sopra del curvone di un ovale.

I modelli delle auto e dei tracciati erano estremamente dettagliati, con texture che rispettavano la prospettiva ed i bordi sfumati, entrambi fattori che per l’epoca erano assolutamente innovativi, in particolare il secondo.
Chi se lo ricorda, sicuramente avrà in mente il dettaglio delle ruotone che sporgevano dai passaruota, quasi come fossero le gomme di un hotrod.

Elemento più importante tra tutti è la guidabilità che, in tutte le iterazioni del titolo è sempre rimasta ineguagliata rispetto al primo capitolo da cabinato, con i driftoni sulle paraboliche che erano una lama a doppio taglio, a seconda di come li si utilizzava “questo traverso pò esse piuma o pò esse fero”.

La selezione delle auto era leggermente limitata.
Ce n’era una.

Il format di gioco era sempre quello del time limit/time extended e l’obiettivo era di arrivare davanti ai 39 avversari presenti in pista.

Buona fortuna.

Touring Car Championship:

Altro titolo onnipresente nelle sale giochi ma sempre un po’ sfigatino, come la compagna di classe secchiona, dava il meglio una volta che ci si metteva le mani su.
Come la compagna di classe secchiona.

In sostanza si trattava di SEGA Rally ma con le auto da DTM del periodo quali Alfa 155 V6, Opel ferrodeldio Calibra e Classe C AMG.
Tra queste troviamo anche un’immigrata clandestina: una Supra GT500 because Japanese pride.

Già il gioco era difficile di per sé ed i force feedback impazziti dei volanti non aiutavano in nessun modo ad inanellare giri puliti, il risultato erano incazzature galattiche e immaginette di santi giocate come briscole.

1995 – La rivoluzione: i racing games sulle console

Nel 1995 tutti i preadolescenti ed adolescenti del mondo trovano un nuovo motivo per perdere diottrie: si può giocare con gli stessi titoli dei cabinati nel proprio salotto, arrivano Il Sega Saturn e la Sony Play Station.

Il Saturn fu una delle prime console commercializzate anche da noi ad utilizzare il supporto CD che faceva sbavare un po’ tutti; aveva due processori grafici, uno che si occupava della renderizzazione dei poligoni e l’altro che applicava le texture.

Sulla carta sembrava un’idea fantastica, pareva dovesse essere il V8 dei sistemi da intrattenimento domestico, tutto molto bello se non che, allo stato dei fatti, i due processori giravano a velocità diverse con il risultato di un framerate un po’ zoppicante e una scarsa uniformità tra modelli 3d e textures.

Altro fattore che ne ha determinato il fallimento è stato il prezzo, fissato per il mercato americano, a 628 dollari, suppergiù un milione eddue senza scontrino.
Inutile dire che qualunque gioco che girasse a mille sul fantascientifico Model 2, sul Saturn finiva per essere come la 206 tuning del 2000 che non porti ai raduni perché sai, dentro di te, che hai fatto una mezza porcata spendendo un capitale. Andate su Youtube a vedervi la differenza fra il Daytona Usa cabinato e quello del Saturn se non vi fidate.

E poi la Playstation.
La Playstation.
Avrei potuto essere promosso a pieni voti se non ne avessi mai avuta una.
E invece venni sempre promosso con sufficienze a macchia di leopardo.

Tenetevi forte perché arrivano un paio di specs da capogiro, pronti?
La memoria RAM ammonta alla follia di 2MB e la memoria video fa invidia a quella delle più moderne console in commercio con tutta la brutale capacità di 1MB.
Tuttavia chi ci ha giocato si ricorda che, salvo avere i cd rigati e consumati, girava senza una falla, nessuna lacuna e, se non ce l’avevi modificata da “ammiocuggino con 50 carte te la modifica”, non eri nessuno.

Non parlerò di Nintendo perché più che Mario Kart non aveva, a livello di titoli.

I giochi che ci hanno fatto perdere intere notti.

Ridge Racer: Type 4.

Questa è la storia di un tempo lontanissimo, il tempo dei miti e delle leggende: il tempo in cui la guerra delle licenze dei brand automotive imperversava tra i produttori di videogiochi ma Namco sapeva che, se un prodotto era buono, non necessitava di una lista infinita di marchi alla fine del libretto d’istruzioni. Fu in questo tempo di sanguinosi scontri che nacque Ridge Racer: Type 4, nel 1998.

R4 è una di quelle pietre preziose che non perdono mai la propria lucentezza, risplendono come il primo giorno in cui vengono incastonate nella montatura di un anello, resistendo all’incessante trascorrere degli anni. Possiede un’estetica a sé, che trascendeva l’aggressività e la necessità di grezza sportività che caratterizzava i giochi concorrenti, sfoggiando un’eleganza formale tutt’oggi eguagliata da pochissime altre opere (perché di opera si tratta).

L’intro rimane indiscutibilmente una delle più accattivanti nella storia del videogioco d’auto, lasciando l’utente a bocca aperta per la grafica mozzafiato e facendogli sognare di correre a tutto gas lungo la costa.
Il parco auto offre una vastissima quantità di vetture di fantasia, nello specifico 321 che però, per la maggior parte, sono variazioni dello stesso modello, con diverse prestazioni, in base a come il giocatore si comporterà durante il campionato ed a quale abbinamento costruttore-team deciderà di affidarsi.

La giocabilità è molto arcade il che diventa, per certi versi, uno dei punti forti di questo titolo, insieme ad una delle migliori colonne sonore mai create per un videogioco ma di tutto questo parleremo più approfonditamente, in futuro, in un articolo dedicato.

Gran Turismo 1 e  Gran Turismo 2

Se all’epoca della prima Playstation non arrivavi a casa e ti attaccavi al dualshock alla ricerca di un’auto usata più performante della Demio con cui avevi iniziato il gioco avevi probabilmente qualcosa da rivedere.

Gran Turismo è stata la rivoluzione definitiva nel campo dei racing sim, con licenze di marchi veri e propri, diventando una bibbia per noi più o meno piccoli infognati di motori, facendoci scoprire produttori e modelli che altrimenti sarebbero rimasti nell’oblio della nostra ignoranza.

Eh no, internet come lo conosciamo oggi non c’era e, per scaricare “L’Amour Toujours”, dovevi stare connesso tre giorni a WinMX. Tempi bui e maledettamente scomodi. Non vi dico cosa dovevamo fare per vedere due tette.

Il gioco è diventato famoso per tanti motivi tra cui la quantità ineguagliata di auto disponibili più di 600, nel secondo GT) e per le possibilità infinite di settaggi disponibili per assetti, aerodinamica eccetera; era come avere per la prima volta un garage nel quale lavorare su auto da sogno, dal proprio divano e, non per nulla, con grande modestia il team Poliphony ha definito la propria creatura “The real driving simulator”.

L’enorme merito di Gran Turismo era di offrire una vastissima panoramica di molteplici aspetti legati all’automotive come l’acquisto di vetture (che oggi diamo per scontato all’interno di ogni prodotto di questo tipo), l’elaborazione delle stesse, la presenza di gare o campionati con limitazioni di vario genere e, più in generale, rendere il giocatore il team manager di se stesso con il proprio parco auto costruito su misura.

I circuiti, già dalla prima uscita, erano ben costruiti e ben strutturati per potersi poi evolvere nella seconda con l’aggiunta di altri più curati includendo addirittura il cammeo di Laguna Seca con il suo “cavatappi”, croce e delizia di ogni utente.
Anche in questo caso la colonna sonora è di tutto rispetto con artisti del calibro dei Garbage e dei Feeder in GT1 e Fatboy Slim e The Cardigans in GT2; agli ultimi è toccato l’arduo compito di musicare l’adrenalinica intro.

Detto questo state sintonizzati perchè in futuro potrete fare un tuffo nel passato, con pianti e memorie all inclusive, grazie ad una full feature su tutta la serie di Gran Turismo.

Need For Speed

Prima dei neon e dei cerchi cromati da maranza c’erano i fugoni dagli sbirri con macchinoni come quelli dello zio ricco.

Tutti abbiamo uno zio ricco, se non ce l’hai sei tu.

Need For Speed è forse la saga più longeva in assoluto riguardante il genere di corse in auto con, solo per Playstation, cinque iterazioni di natura lievemente differente l’una dall’altra, sempre con auto appartenenti a marchi realmente esistenti.

Altre due chicche sempre per PS1, facenti parte della serie sono quelle di V-Rally 1 e 2 che da noi non sono mai arrivate col prefisso NFS.

Tema principale dei giochi di casa Electronic Arts erano gare, presumibilmente tra individui abbienti, con pesi massimi delle dream cars come Ferrari, Lambo e Porsche che finivano immancabilmente per attirare l’attenzione delle sirene rossoblù che senza troppi complimenti ingaggiavano inseguimenti spericolati nel tentativo di fermarvi.

I vari giochi, come da tradizione EA, sono sempre stati molto ben strutturati, a partire dalla grafica, passando per il rombo di ciascun differente modello, fino al comportamento in strada di ciascuna auto che nel 1995 pare – con ovvie limitazioni – fosse estremamente fedele ai modelli di produzione.

La saga di NFS è continuata fino ad oggi con episodi più o meno di successo, contando un numero di uscite estremamente ragguardevole e pertanto andremo ad occuparcene in un pezzo ad hoc.

Colin Mc Rae Rally

Se nel 1998 sentivi il rombo di un boxer 4 cilindri pensavi subito alla livrea blu con grafiche gialle, quelle di Colin e tu quell’auto la guidavi decine di volte al giorno tra i rimproveri dei genitori che ti dicevano di studiare ma tu sticazzi che tanto da grande farai il pilota di rally.

E invece scrivi articoli per Rollingsteel.

CMcR è stato il gioco che ci ha fatti sognare un po’ tutti, ci ha dato la possibilità di immedesimarci un pochino in quella che è la routine degli stage rallystici, con la preparazione tra una prova e l’altra, permettendoci di sentire in tempo reale le indicazioni del navigatore per non ascoltarle e, immancabilmente, ciccare la curva e picchiare brutalmente contro un masso.

Un dettaglio che mi rimane impresso indelebilmente sono i suoni da officina che accompagnavano la selezione delle voci all’interno del menu.
Gli stages andavano a coprire la quasi totalità delle nazioni in cui si andava a svolgere il mondiale Rally, permettendoci di competere contro fittizi tempi di leggende come Sainz, Liatti, Auriol e tanti altri.

La selezione delle vetture all’interno del primo titolo comprendeva, oltre ovviamente alla mitica Impreza blu e gialla, anche Lancer, Corolla, Escort Cosworth e molte altre, tra cui alcuni mostri sacri come l’Audi Quattro, la Ford RS200 e il Deltone.

Conclusioni

Gli anni 90 sono stati l’epoca d’oro del gaming, la maggior parte dei produttori che oggi continuano ad offrirci uscite sempre più raffinate hanno posto le proprie basi e le proprie radici in quel periodo.

Tanti giovanissimi storcono il naso di fronte ai margini seghettati ed alle texture sgranate di questi piccoli capolavori; chi ha assistito alla rivoluzione dell’intrattenimento videludico vive con nostalgia l’assenza delle DLC, dei contenuti scaricabili e della mancanza del multiplayer online. Quando si giocava in multiplayer si faceva con gli amici a casa ed ogni pomeriggio era un piccolo party, con coca cola e patatine, urlandosi addosso l’un l’altro, euforici ed entusiasti per il trasporto della sfida vis à vis.

Mancano tanti titoli alla lista, ovviamente elencarli tutti, includendo anche quelli all’epoca a noi completamente oscuri, commercializzati solo nella terra del Sol Levante, è un’impresa titanica che intendo portare avanti passo passo in articoli dedicati.

Ed ora dobbiamo salire sul Booster e impennare fino ai primi anni duemila, che là ci aspettano tante altre avventure con le console 3d di seconda e terza generazione, tra una serata a ballare Gabry Ponte e le prime sigarette fumate di nascosto. No, le figliole non ce le caghiamo, che siamo degli sfigati.

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